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Sull’evidenza di Dio e della divinità di Gesù Cristo. Sentiamo Napoleone

gennaio 19, 2015 Giovanni Fighera

Manzoni non ha mai elevato odi all’Imperatore Napoleone quando questi è al colmo della sua gloria né tanto meno lo ha denigrato quando cade nella polvere. Solo quando gli giunge nella villa di Brusuglio, quaranta giorni più tardi, la notizia della morte di Napoleone, in tre giorni lo scrittore lombardo «scioglie all’urna un cantico/ che forse non morrà»: «Il 5 maggio».

Manzoni è colpito dalla scomparsa di un personaggio così grande, che ha posto ordine tra due età, tra Illuminismo e Romanticismo, un personaggio che ha dato il nome alla sua epoca, definita per l’appunto napoleonica, un uomo in cui, come direbbe Hegel, si è incarnato lo spirito della storia. Ma ancor più che dalla morte, Manzoni è colpito dalla notizia che Napoleone, che ha sempre assunto un atteggiamento fortemente anticlericale e anticattolico, si sia convertito prima di morire: «Mai più superba altezza si è inchinata al disonore del Golgota».

Quando scrive «Il 5 maggio» Manzoni non ha evidentemente potuto leggere le trascrizioni (pubblicate più tardi) delle conversazioni tenute dall’Imperatore con generali e medici, francesi e inglesi, credenti e miscredenti, che lo assistono durante i sei anni di esilio.

Nel 1840, meno di vent’anni dopo la morte, Robert-Antoine de Beauterne dà alle stampe la trascrizione dei discorsi sotto il titolo Sentiment de Napoléon sur le cristianisme, Conversations religieuses. Per curare il testo De Beauterne «entra in corrispondenza e si procura documenti e dichiarazioni dai testimoni privilegiati degli anni in esilio, primo tra tutti il generale de Montholon, poi gli altri due generali Bertrand e Goucard, i due medici O’ Meara e Antonmarchi, facendo anche uso del celebre Memoriale di Sant’Elena scritto da Las Cases nel 1823». Il testo riscuote subito un grande successo, tanto che segue un’altra edizione nel 1841 e una successiva nel 1843. L’autenticità dei documenti è comprovata dalla modalità di recupero e controllo delle affermazioni oltre che dal fatto che tutti i testimoni erano ancora in vita quando uscì il testo e avrebbero, quindi, potuto smentire affermazioni false. Inoltre, molti dei testimoni sono atei e materialisti, non certo cristiani e si mostrano in disaccordo con Napoleone.

In Italia il testo, tradotto dal dott. Vito Patella, è stato pubblicato nel 2013 dalle Edizioni Studio Domenicano. È stata omessa la parte narrativa di de Beauterne a vantaggio dei discorsi pronunciati da Napoleone riportati sempre tra virgolette.

Le conversazioni di Napoleone sono un’occasione unica per vedere in maniera diversa l’immagine tradizionale del grande Imperatore e comandante francese, per guardare all’interno del suo cuore, scoprire un personaggio decisamente diverso da quello della vulgata tradizionale.

Nella Lettera sulle tre unità di tempo, spazio e azione del 1820 Manzoni aveva distinto la storia dalla poesia riconoscendo alla prima il fine di ricostruire i fatti e la azioni dei grandi personaggi senza scavare nel cuore dell’uomo, sulle sue motivazioni più profonde, sui suoi pensieri più intimi, compito sostanzialmente affidato alla poesia. Per questo l’anno successivo Manzoni dedicava l’ode «Il 5 maggio» alla morte di Napoleone in cui descriveva l’intimità del rapporto personale del grande generale francese con Dio, i giorni del fallimento personale e della conversione. Ora le Conversazioni sul cristianesimo sono un testo unico, che si trovano al crocevia tra la definizione di storia e di poesia che ha dato Manzoni: sono un documento storico, una fonte quindi attendibile sui sei anni trascorsi da Napoleone sull’Isola di Sant’Elena, che permettono, però, di scoprire l’animo di un uomo che ha lasciato le sue impronte impresse nella storia. Sarebbe più corretto affermare che in questo testo viene meno la distinzione manzoniana tra storia e poesia.

Ma le novità che scopriamo alla lettura sono molteplici. Si è sempre scritto che Napoleone probabilmente si convertì in fin di vita. Dalle conversazioni risulta in realtà che Napoleone si è sempre considerato cristiano cattolico. Al medico personale O’Meara che vide Napoleone leggere il Nuovo Testamento e gli faceva notare che «correva voce che fosse miscredente» il generale replicò: «Non è vero, non sono mai stato ateo. Quando ero a capo del governo, appena ho potuto, ho tentato di ristabilire la religione, che è una grande consolazione per il credente, soprattutto negli ultimi istanti della sua vita». E nel 1817, quando il medico informava Napoleone che si era diffusa la voce che Napoleone fosse un cattolico romano, il generale replicava: «È vero, io credo ciò che crede la chiesa». Il dottor Antonmarchi ricorda nelle sue Memorie che Napoleone gli disse: «Io non sono né medico, né filosofo; io credo in Dio; sono un cristiano, cattolico, romano». Al contempo, rivolto all’abate Vignali, Napoleone disse: «Sono nato nella religione cattolica, voglio adempiere ai doveri che me ne derivano, e ricevere i conforti che essa fornisce ai suoi figli. Lei celebrerà tutti i giorni la santa Messa nella stanza accanto, ed esporrà il Santissimo Sacramento durante le quarantore. Dopo la mia morte, lei porrà l’altare dalla parte della mia testa, nella camera ardente, continuando a celebrare la Messa e tutte le cerimonie del rito cattolico, che lei terminerà solo quando sarò sepolto».

Nell’Isola di Sant’Elena si assiste ad un percorso di maturazione religiosa e di presa di consapevolezza della genialità del cristianesimo. Al generale Bertrand che gli chiede se abbia mai visto Dio Napoleone replica che anche il genio umano non si vede direttamente, ma si vede l’effetto «e da questo si risale alla causa, e si crede che questa causa esista, insomma che essa sia reale». Come quando nel folto della battaglia la situazione si volge al peggio e il generale Bertrand cerca consiglio nello sguardo dell’Imperatore per capire come agire, allo stesso modo tutto grida nel petto dell’uomo, c’è un istinto, una fede, una certezza, un grido che esce dal cuore. Napoleone arriva ad esclamare: «Io credo in Dio, a causa di ciò che vedo, e di ciò che sento». E ancora Napoleone chiede al generale Bertrand da dove vengano il genio, la creatività, l’intuito che tanto ammiriamo negli uomini: «Se ci sono tante differenze tra gli uomini, Qualcuno ha creato queste differenze, e questo Qualcuno non è né lei, né io […]. C’è un Essere Infinito in confronto al quale lei non è che un atomo; in confronto al quale anch’io Napoleone, con tutto il mio genio, sono niente […]. Io lo sento, questo Dio, … ne ho bisogno… credo in Lui». La concezione che l’uomo ha di Dio nasconde la visione che si ha dell’uomo stesso: «Cosa vuole che io abbia in comune con un uomo che non crede all’esistenza dell’anima, e che crede che l’uomo sia un mucchio di fango?».

Bellissime sono le conversazioni di Napoleone sull’evidenza e sulla realtà della divinità del Cristo. Il generale Bertrand non riusciva a credere che un uomo come Napoleone potesse davvero essere convinto della divinità del Cristo. Questi poteva forse essere il cuore più nobile, il legislatore più attento, ma non un Dio che si è fatto carne. Allora Napoleone gli confidò: «Io conosco gli uomini e le dico che Gesù non era un uomo. Gli spiriti superficiali vedono una somiglianza tra il Cristo e i fondatori di imperi, i conquistatori e le divinità delle altre religioni. Questa somiglianza non c’è: tra il cristianesimo e qualsivoglia altra religione c’è la distanza dell’infinito […]. Lei, generale Bertrand, parla di Confucio, Zoroastro, Giove e Maometto. Ebbene, la differenza tra loro e Cristo è che tutto ciò che riguarda Cristo denuncia la natura divina, mentre tutto ciò che riguarda tutti gli altri denuncia la natura terrena […]. Cristo affida tutto il proprio messaggio alla propria morte: come può essere ciò l’invenzione di un uomo? Infatti, non lo è, ma è bensì un segno strano, una fiducia sovrumana, una realtà misteriosa. […] Ma l’impero di Cesare quanti anni è durato? Per quanto tempo Alessandro si è sostenuto sull’entusiasmo dei propri soldati? […] I popoli passano, i troni crollano ma la Chiesa resta. Allora, qual è la forza che tiene in piedi questa Chiesa assalita dall’oceano furioso della collera e del disprezzo del mondo? […] Il mio esercito ha già dimenticato me, mentre sono ancora in vita (…). Ecco qual è il potere di noi grandi uomini! Una sola sconfitta ci disintegra e le avversità si portano via tutti i nostri amici».

Napoleone ricorda ancora come il cristianesimo non si sia diffuso con la forza delle armi e dello sterminio; anzi, dopo San Pietro i primi 32 vescovi di Roma furono tutti martirizzati, senza alcuna eccezione. Diventare vescovo di Roma non significava assumere un potere particolare, ma testimoniare fino alla morte (martire) la buona novella.

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1 Commenti

  1. dileccegianfranco scrive:

    articolo interessante sulla conversione di Napoleone. carmen

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