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Pensavate che la Rivoluzione Culturale fosse finita? Dazibao e autocritiche tornano di moda in Cina

settembre 17, 2013 Leone Grotti

«Internet è pieno di critiche contro il governo, come se facesse solo cose negative e dicesse solo cose errate. Ci sono alcuni che usano la libertà di internet per diffamare in modo gratuito. I “rumors” online non sono meglio dei “dazibao” della Rivoluzione Culturale». La critica agli utenti cinesi che arriva da uno dei giornali controllati dal Partito comunista, Qiushi, ha davvero del clamoroso e merita di essere approfondita.

VIETATI I RUMORS ONLINE. Da anni la censura del Partito comunista non riesce più a controllare in modo capillare l’informazione. Lo sviluppo dei microblog, per quanto filtrati e monitorati, ha permesso a singoli cittadini di denunciare la corruzione e le angherie degli ufficiali cinesi. Per fermare questa deriva, il governo comunista ha da poco approvato nuove regole sull’uso di internet che prevedono fino a tre anni di carcere per la diffusione di “rumors”, ovvero informazioni non verificate, nel caso in cui i messaggi possano essere visti da oltre 5 mila follower o vengano condivisi più di 500 volte.

CONDANNATI I DAZIBAO. A stupire dell’editoriale di Qiushi non è tanto la critica della Rivoluzione Culturale, lanciata da Mao Zedong tra il 1966 e il 1976 al grido di «Ribellarsi è giusto» con lo scopo di epurare la società dei suoi elementi borghesi e tradizionali. In Cina infatti la Rivoluzione Culturale – che ha causato la morte di milioni di persone, denunciate sui “poster a grandi caratteri” (大字报, dazibao in cinese) spesso per ragioni inesistenti o futili – è stata ormai sdoganata come uno dei «pochi errori» del Grande timoniere. Parlarne male, dunque, non è vietato.

APPREZZATA L’AUTOCRITICA. È incredibile però che un giornale del Partito comunista accusi i sedicenti utenti online di usare i “rumors” come se fossero dazibao, proprio mentre il governo fa ampio uso di un altro classico del periodo della Rivoluzione Culturale: l’autocritica e autoumiliazione in pubblico. A questo, infatti, è stato costretto il famoso blogger cinese Charles Xue, arrestato tre settimane fa per aver pagato una prostituta, formalmente, di fatto punito da Pechino per i suoi continui messaggi contro il governo contenenti i temutissimi “rumors”.

L’UMILIAZIONE DI XUE. Domenica scorsa, Charles Xue è stato “invitato” a rilasciare una “volontaria” autocritica alla televisione di Stato CCTV, che l’ha trasmessa a più riprese in tutto il paese. Per dieci minuti Xue si autoaccusa di «aver gratificato a lungo la mia vanità» e di «aver abusato della mia influenza online e del potere delle mie opinioni personali, scordandomi chi fossi». «All’inizio verificavo ogni messaggio che pubblicavo – ha aggiunto – poi ho smesso. (…) Prima di tutto, quindi, non ho verificato i fatti, poi non ho offerto suggerimenti per risolvere i problemi e infine ho semplicemente diffuso queste idee emotivamente». Il video di Xue, in cui è stato ritratto in manette, termina in questo modo: «È davvero necessario fare queste leggi [sui rumors] oggi. Senza, non ci sarebbero punizioni per chi li diffonde. (…) Non è giusto per i blogger popolari [come me] elevarsi al di sopra della legge. Se non ci sono standard morali o prezzi da pagare per le calunnie, Internet diventa ingestibile, senza limiti. Diventa un grande problema».

TORNA LA RIVOLUZIONE CULTURALE. Mentre da una parte il giornale Qiushi critica la Rivoluzione Culturale, dall’altra il Partito comunista dimostra di apprezzarla ancora e di sapere come usare una delle sue derive più terribili. E anche se Deng Xiaoping ha condannato la Rivoluzione Culturale con le famose parole: «Il compagno Mao ha fatto il 70% delle cose giuste e il 30% di quelle sbagliate», il nuovo presidente cinese, compagno Xi Jinping, sembra non essere tanto d’accordo.

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