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«Ci siamo guardati da uomini». Il racconto di Antonio, il non vedente abbracciato da papa Francesco

maggio 8, 2013 Pino Suriano

Antonio Selvaggi, 39 anni, non vede più da quando ne aveva diciassette. Solo il chiaro e lo scuro. Tra le ultime cose viste dai suoi occhi c’è la sciagurata semifinale di Italia ‘90, persa ai rigori contro l’Argentina di Maradona. «Una doppia delusione – scherza oggi – per la sconfitta e per la vista che proprio in quelle settimane cominciava ad offuscarsi».

All’origine una compressione del nervo ottico, poi la degenerazione, che gli ha fatto perdere in parte anche il tatto. Appena maggiorenne, così, ha dovuto lasciare la sua Ferrandina, in Basilicata, per trasferirsi in un centro per non vedenti della Capitale. Sempre a Roma, qualche settimana fa, ha vissuto forse il suo giorno più bello. Le immagini (catturate dalle telecamere del Tg1) parlano da sole, ma ancora di più parla la sua voce commossa.

«Da qualche giorno avevo sentito un’attrazione forte per le vicende ultime della Chiesa. Ero stato pieno di attesa ed entusiasmo, avevo seguito tutto in prima persona, dall’Habemus Papam alla Messa di insediamento. E così, avvisato da mia madre, mi sono avviato per non perdere neppure l’insediamento in Diocesi nella Basilica di San Giovanni in Laterano». Antonio arriva  in anticipo. Non abbastanza, però, per posizionarsi dove avrebbe voluto. Si rammarica quando comprende che stanno transennando la sua zona e il passo è sbarrato. «Peccato». Accanto a lui, però, una voce femminile: «Non preoccuparti, il papa potrebbe passare da qui». È la voce di Silvia Tricomi, volontaria Unitalsi.

A un certo punto Antonio sente un boato. Non vede, ma chiede. Gli hanno detto che sta passando il papa e lui comincia a urlare. «Non so perché, ma nel cuore mi è venuto di urlargli: Santo Padre, protegga la famiglia, preghi per la famiglia». Un grido buttato lì. «Ho detto queste parole, perché una preghiera per la famiglia raggiunge tutti, tutte le categorie». Il boato si allontana ma Silvia, accanto a lui, è emozionatissima: «Ti ha guardato, ti ha guardato fisso negli occhi per un po’». Antonio non può sapere, né ha potuto vedere. «Eppure ho avuto una sensazione, ho quasi sentito quello sguardo».

Un misterioso feeling. Il giovane è felice, ma il bello deve ancora arrivare. Passa qualche minuto e alle sue orecchie arriva un nuovo boato di entusiasmo, il Papa sta ripassando proprio da lì. E mentre il clamore si avvicina sempre più, a un certo punto si sente una voce concitata. «Portatelo qui, portatelo qui». È papa Francesco, che si rivolge forse alla volontaria accanto a lui. Antonio viene fatto avvicinare, arriva così l’abbraccio bellissimo. «Mi ha abbracciato in un modo straordinariamente umano. Non ricordo cosa gli ho detto, né cosa abbia detto lui». Hanno catturato tutto le immagini del Tg1, quelle immagini che Antonio forse non vedrà mai. Ma di quell’abbraccio, di quell’istante, sente di poter dire: «Ci siamo guardati». E poi, commosso, aggiunge: «Da uomini».

È un gusto sentire dalla sua voce la strada attraverso cui è arrivato a quell’abbraccio. Sorprende la gratitudine che porta alla vita, tutta intera, senza rimpianti e recriminazioni. Venti anni fa, quando tutto divenne buio, aveva cominciato a prendersela con tutto e tutti. Dio era lontanissimo. «È comprensibile, tuo figlio si sente tradito da un amico» disse un sacerdote a sua madre, disperata per il suo allontanamento dalla fede.

Quell’amicizia, infatti, era destinata a ripartire. E così, anni dopo, con un percorso di educazione alla fede, tutto è rinato. Al primo incontro fu ferito dalla premessa: «Non siamo qui per fare la teologia, ma per approfondire la relazione con Dio». Antonio non è più andato via. Quell’approfondimento continua ancora, in una relazione di amicizia e collaborazione costante con la Parrocchia di San Pietro e Paolo a Latina e un sacerdote, don Giovanni Laudadio, che lo aiuta a crescere »come un padre».

Certo, la vita non è una passeggiata, se gli occhi non vedono e non c’è un lavoro stabile. Ma, soprattutto, «c’è la fragilità dell’animo di ciascuno – racconta lui con una metafora bellissima – tutti, in fondo, siamo disabili dell’anima». Eppure quell’abbraccio gli ha dato la certezza  «di non essere solo, né sfortunato». Una cosa concretissima. «Ci siamo guardati», dice oggi. Eppure Antonio Selvaggi non ha mai potuto vedere gli occhi di papa Francesco. Ma uno sguardo, se è umano, si sente. Come una carezza. Come la carezza del Nazareno di cui parlava Enzo Jannacci.

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