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«Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare». Così Chiara Corbella scrive nella lettera testamento al figlio Francesco

gennaio 14, 2014 Giovanni Fighera

Prima di morire il 13 giugno 2012 Chiara Corbella ha voluto lasciare al figlio Francesco una lettera testamento per il suo primo compleanno. Vi leggiamo: «Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!».

È ormai in libreria da alcuni mesi il primo libro sulla storia di Chiara Corbella Petrillo, edita da Porziuncola. A scriverla sono due cari amici di Chiara e del marito Enrico, Simone e Cristiana, loro compagni nel cammino religioso nella salute prima e nella malattia poi. Enrico ha voluto che fossero loro a scrivere il libro, perché i più indicati: entrambi carissimi amici, Simone esperto in editoria, Cristiana confidente segreta del cuore di Chiara.

Il titolo Siamo nati e non moriremo mai più riprende la frase riportata sull’immagine di Chiara, una frase che lei non ha mai pronunciato. Enrico l’ha sentita a quindici anni da un responsabile della Comunità Gesù risorto, malato terminale. Da allora l’ha conservata nel cuore. Simone e Cristiana riproducono questa frase su una maglietta insieme ad un girasole il 12 giugno 2012, il giorno prima della salita al Cielo di Chiara. Con la stessa frase si conclude il racconto che i due amici scrivono su richiesta di Chiara per spiegare al piccolo Francesco la storia della madre e dei fratelli.

Il libro – come scrive Enrico Petrillo nella Prefazione – «serve semplicemente per testimoniare, a chi vuole aprire il suo cuore, che Dio è buono e che si può morire felici». «Serve a me» aggiunge ancora Enrico «per non dimenticare. Ho visto, per grazia, quello che molti profeti e molti re avrebbero voluto vedere, ma non videro. Sarei colpevole se tacessi». Il direttore spirituale dei Petrillo, Padre Vito D’Amato, sottolinea che da subito, dal giorno del funerale,  migliaia sono state le richieste di far conoscere la storia di Chiara attraverso interviste e testimonianze. «Il desiderio di comprendere, unito alla scarsità di notizie, ha dato spazio anche ad interpretazioni e aggiunte di particolari che non avevano nulla a che vedere con la realtà dei fatti».

Chiara Corbella ha conosciuto Enrico a Medjugorie nell’estate del 2002. Lui è in pellegrinaggio con la Comunità del Rinnovamento carismatico, lei è in vacanza in Croazia con la sorella maggiore Elisa. Tornati a Roma, i due si frequentano, si fidanzano, intraprendono un cammino di fede insieme. Lei ha diciotto anni, Enrico ventitré. Il fidanzamento dura sei anni, tra dolorose rotture. Con semplicità, umiltà e amore, Chiara abbraccia la strada del matrimonio. È il 21 settembre 2008.

Durante la prima gravidanza viene diagnosticata un’anencefalia alla figlia Maria. I due giovani sposi decidono di dare alla luce lo stesso la figlia, che nasce, viene battezzata e muore tra le braccia amorevoli dei genitori. Anche durante la seconda gravidanza, al bimbo che Chiara porta nel grembo sono diagnosticate gravi malformazioni e non rimangono speranze di sopravvivenza. Ancora una volta, certi che «siamo nati e non moriremo mai più», Chiara e Enrico hanno voluto dare alla luce il figlio Davide, farlo battezzare e abbracciare mentre andava in Cielo. Alla terza gravidanza, tutto procede bene per il figlio Francesco, ma la diagnosi infausta questa volta riguarda lei, la madre. Dopo un primo intervento chirurgico, per non danneggiare il figlio, rimanda chemio e radioterapia  solo in seguito alla nascita del figlio. Ma è ormai troppo tardi. Chiara ha ormai metastasi ovunque. Ha ventotto anni, è malata terminale, ma ha un viso bello e folgorante della certezza che siamo nati per l’eternità.

Il papà ricorda che durante la malattia della figlia hanno «vissuto insieme come mai, tutti combattendo per la salvezza di Chiara, sperando in un miracolo che è avvenuto in maniera diversa, non nella guarigione, ma nell’accettazione». «Ho imparato da mia figlia» dirà ancora «che non conta la durata della vita, ma come la viviamo. Ho imparato da lei in un anno più di quanto non avevo capito in tutta la mia esistenza e non posso sprecare questo insegnamento».

Il 4 aprile 2012, è un mercoledì santo, Chiara ed Enrico conoscono l’esito della biopsia al fegato. Chiara è ormai una malata terminale. Confessa all’amica Cristiana: «Sai, Cri, ho smesso di voler capire, altrimenti si impazzisce. E sto meglio. Ora sto in pace, ora prendo quello che viene. Lui sa quello che fa e fino ad ora non ci ha mai deluso. Poi capirò. […] Poi per ogni giorno c’è la grazia. Giorno per giorno. Devo solo fare spazio». La felicità di Chiara fino all’ultimo è il segno del suo affidamento totale a Gesù. «A prima vista la storia di Chiara è la storia drammatica di una mamma che muore di tumore lasciando soli suo marito e suo figlio. Forse una storia simile a tante. Ma in queste c’è qualcosa che non torna. Tutto è stato vissuto nella gioia, ed è diventato vita per gli altri».

Chiara muore alle 12.00 del 13 giugno 2012. Vestita da sposa, con in mano il rosario e un piccolo mazzo di lavanda, Chiara viene deposta nella bara in un viavai continuo di persone che la salutano per l’ultima volta. Il funerale viene celebrato il 16 giugno, giorno del Cuore Immacolato di Maria.

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