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Chi chiederà scusa a Adele Caramico, il “mostro omofobo di Moncalieri”?

novembre 28, 2014 Redazione

Già, e ora chi chiederà scusa alla professoressa Adele Caramico? Nessuno, probabilmente. La storia la conoscete: la docente è stata accusata di aver rivolto pesanti frase omofobe contro un suo alunno durante un’ora di lezione. Poi, un’indagine interna della scuola ha appurato che si trattava di bugie e che la professoressa, anzi, «non ha abusato del suo potere, né ha fatto proselitismo, ma ha svolto soltanto la sua funzione educativa».
Intanto, però, la povera docente è stata messa alla gogna sui media e persino in parlamento dove, ricorda oggi Il Foglio in un editoriale, sono state depositate «interrogazioni urgenti a firma degli onorevoli Lavagno, Zan, Pilozzi, Piazzoni e Marzano, i quali chiedevano se il ministro dell’Istruzione fosse a conoscenza dei fatti e “come intendesse procedere per contrastare casi analoghi di omofobia dei docenti negli istituti statali”».

OMOFOBIA INVENTATA. Insomma, un nuovo caso di omofobia inventata. «La docente avrebbe ora diritto alle scuse di chi l’ha precipitata in un mese da incubo, ma non le avrà», scrive Il Foglio. «Quel riflesso pavloviano che fa vedere omofobia dove non c’è, è lo stesso che aveva fatto attribuire a “vessazioni omofobe” il suicidio del quindicenne romano che amava portare pantaloni rosa. Anche lì, le indagini hanno concluso che non c’erano stati né bullismo né omofobia. Eppure, si sente tuttora usare la storia tristissima del “ragazzo con i pantaloni rosa” per inventare un’emergenza che non c’è».

TRATTATA COME UN MOSTRO. La stessa professoressa oggi ha scritto una lettera ad Avvenire per ringraziare il quotidiano di averla sostenuta in questa sua battaglia per ripristinare la verità dei fatti. Nella lettera, Caramico si lamenta di essere «stata sbattuta sulle pagine dei giornali come il “mostro omofobo di Moncalieri”: una cosa che mi ha particolarmente ferita. Ho vissuto giorni terribili. Facevo fatica persino a uscire di casa, e quelle poche volte che mi azzardavo a farlo, venivo additata come l’insegnante “omofoba” del giornale. Della mia presunta “omofobia” si è persino parlato alla trasmissione Rai “La vita in diretta”, seguita da milioni di telespettatori».
Su di lei, scrive, c’è stata una vera e propria caccia alla strega cattolica, con «l’assessore regionale alle Pari Opportunità, Monica Cerutti, che aveva fatto aprire una procedura di controllo presso il Centro regionale contro le discriminazioni a mio carico, che il consigliere comunale radicale di Torino, Silvio Viale, aveva chiesto che io venissi sottoposta a “corso di aggiornamento” e che il vicesindaco di Moncalieri aveva invocato contro di me “efficaci provvedimenti”».

DITTATURA DEL PENSIERO UNICO. Per fortuna non tutti hanno dato retta alle notizie riportate in modo malevolo dalla stampa. Dai cari (qui la lettera dei figli), ai Giuristi per la vita, ad Avvenire, un popolo le è stato accanto. Queste persone «rappresentano una speranza rispetto ai tentativi di intimidazione di quella che papa Francesco ha magistralmente definito come la “dittatura del pensiero unico”». «Ora – conclude la docente – voglio valutare la possibilità di chiedere in via giudiziale il risarcimento per quello che ho sofferto. È stata vergognosamente calpestata la mia dignità umana, personale e professionale. È giusto che qualcuno paghi per questo. E ritengo doveroso agire anche per tutti i miei colleghi insegnanti di religione, che oggi rappresentano una “categoria a rischio”, perché sia chiaro che non si può impunemente intimidirli e vessarli».
La nostra domanda resta la stessa di sempre: cosa accadrà in casi come questo quando il ddl Scalfarotto diventerà legge?

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3 Commenti

  1. Marco scrive:

    La sinistra (votata inspiegabilmente anche da molti cattolici…), col suo potentissimo apparato mediatico/istituzionale, è veloce come il fulmine per colpire i casi di “omofobia”, veri o presunti che siano.
    Ma di fronte ad una prof che legge in aula la descrizione dettagliata di una fellatio omosessuale tra ragazzini (ovvero un romanzo innegabilmente pornografico, però gay!), lo stesso apparato si impegna per sminuire e insabbiare, se non addirittura giustificare.
    Che schifo di paese…

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