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Avviso ai maturandi: sono le voci del passato a guidarci in battaglia

giugno 21, 2014 Annalisa Teggi

«Così vid’i’ adunar la bella scola» (Inferno, canto IV)

Cari maturandi, i Mondiali del Brasile sono in pieno svolgimento; i cinque finalisti del premio Strega sono stati scelti; e Miss Italia ha aperto le selezioni. E tra tutte queste competizioni d’inizio estate, voi siete nel bel mezzo di un esame. Ma anche se sono in gioco dei voti e delle valutazioni, per voi non si tratta di una competizione: perché fare la maturità è una passeggiata. No, non sto dicendo che è facile e da prendere sotto gamba. Dico invece che è una marcia; al ritmo di tutta quella combriccola di grandi uomini che avete conosciuto in questi anni.

Dal sintetico Pitagora che enunciò verità chiare e tonde… come un triangolo; al più loquace Pirandello che mise in scena verità non meno eclatanti, su quanto la nostra persona non sia affatto così chiara e tonda. Le scienze, la grammatica, la storia e la geografia vi hanno mostrato che questo nostro mondo è un tumulto impetuoso di forze, attraversato da luci e ombre, in cui ognuno deve fare la sua parte e, soprattutto, scegliere una parte. Occorre stringere alleanze.

Prima di tuffarsi appieno nell’Inferno, Dante visita il Limbo e incontra i grandi spiriti dell’antichità: in loro compagnia si sente come dentro un recinto di luce che vince le tenebre circostanti. Definisce quel gruppo «la bella scola» e cammina con loro per un po’. Dovrà scendere fin nel buio più profondo, ma prima Dante fa questa passeggiata di ricognizione, ascoltando attento le strategie di chi ha già attraversato le prove del vivere terreno. Fa scorta di luce e parole sagge. Poi esce da questo accampamento protetto e prosegue il suo viaggio. Non so come vi sia stata spiegata la scuola finora, ma certo è che l’illusione ottica più grave che possa nuocervi è pensare che tutto ciò che avete studiato (nomi, numeri, formule, filosofi, poeti) siano dall’altra parte della barricata, cioè siano il nemico da vincere.

Uso la metafora della battaglia perché ho in mente il film We were soldiers. Chi di voi non l’ha visto interromperà qui la lettura e si procurerà immediatamente il dvd. Mel Gibson interpreta il comandante Hal G. Moore, che prima di partire per il Vietnam fa questa promessa ai suoi soldati: «Non vi posso garantire che vi riporterò tutti vivi a casa, ma giuro solennemente davanti a voi e a Dio onnipotente che al momento di combattere io sarò il primo a scendere sul campo di battaglia e sarò l’ultimo ad abbandonarlo. E non mi lascerò nessuno di voi alle spalle. Vivi o morti, vi giuro, ritorneremo tutti insieme a casa. E che Dio mi aiuti».

La regia ci fa vedere che è proprio così: il piede del comandante Moore è il primo a scendere dall’elicottero sul campo di guerra ed è l’ultimo a risalire, solo dopo aver verificato che tutti i suoi uomini (feriti, morti o solo sfiniti) sono con lui. A suo tempo, io ho fatto l’esame di maturità come fosse una corsa a ostacoli; solo dopo, scontrandomi via via con circostanze che mi hanno fatto battere in ritirata o tremare, ho intuito che tutte le voci che avevo studiato sui libri erano come quel piede che resta fino all’ultimo sul campo di battaglia; sono voci che – pur del passato – non ci hanno abbandonato, perché sanno che noi siamo ancora in mezzo allo scontro. Non sono il nemico, loro sono il comandante.

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