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Afghanistan e Nigeria, dietro i disastri c’è l’incompetenza dei politici

marzo 14, 2012 Rodolfo Casadei

Le forze armate, almeno nei paesi sviluppati, sono al servizio del governo. Se le decisioni politiche sono scadenti, e se per di più i mezzi messi a disposizione per i fini politici da raggiungere attraverso la risorsa militare sono insufficienti e inadeguati, i risultati delle azioni delle forze armate saranno disastrosi, e saranno motivo di vergogna per il paese a cui appartengono i soldati, per chi li ha mandati e per loro stessi. Si spiegano così gli eccidi di civili in Afghanistan e la morte dei due ostaggi, l’italiano Franco Lamolinara e il britannico Christopher McManus, in Nigeria.

Se un governo pensa di poter esportare la democrazia in un paese come l’Afghanistan, se pensa di poter stabilizzare uno stato grande il doppio dell’Italia, quasi senza strade e pieno di montagne e deserti, con 30-40 mila uomini per un lustro e poi portandoli a 140 mila al massimo; se, non potendo più fare ricorso alla leva militare per ragioni di politica interna, raschia il fondo del barile per inviare al fronte gente che si è fatta già tre turni di Iraq (fanno 45 mesi, quasi quattro anni), allora quel governo si ritroverà sulla coscienza un massacro come quello di Panjwai come nel 1968 si ritrovò quello di My Lai in Vietnam. L’occupazione dopo la Seconda Guerra mondiale e il governo militare degli alleati in Giapppone, paese grande la metà dell’Afghanistan, ha avuto bisogno di 340 mila effettivi per sette anni di seguito.

Nel 2001 ci si poteva anche illudere che gli afghani, liberati del giogo tremendo dei talebani, potessero essere disposti ad aprirsi al dialogo e allo scambio con un mondo diverso dal proprio. Ma undici anni dopo gli afghani continuano a tenere le donne nascoste sotto al burqa e a non permettere loro di lavorare fuori di casa, a punire con la pena di morte o a costringere all’esilio il musulmano che volesse cambiare religione, a coltivare migliaia di ettari a papavero da oppio, a dare in escandescenze per i Corani bruciati ma a non indignarsi più di tanto per i delitti dei talebani, contro i quali non si riuniscono mai grandi manifestazioni popolari, tranne quando toccano qualche grosso leader tribale. Siamo troppo diversi, noi e la maggior parte degli afghani. Non riusciamo a capirci. Per i Corani dei prigionieri usati come pizzini e per questo bruciati dai soldati americani gli afghani hanno organizzato decine di violentissime manifestazioni che hanno causato una dozzina di morti e hanno ucciso 6 soldati Usa; invece l’eccidio di Panjwai, che ha visto un soldato americano in preda a un raptus uccidere 16 afghani fra i quali 9 donne e bambini, ha causato solo manifestazioni studentesche di protesta (almeno fino ad ora). Il rogo dei Corani per loro è molto più grave dell’assassinio di donne e bambini afghani per mano di un soldato americano; l’unico caso in cui il rogo dei Corani può essere relativizzato è quando essi si trovano all’interno di moschee sciite, bersaglio di numerosi attentati di talebani e affini. Allora gli afghani restano tranquilli, anche se copie del Corano finiscono in cenere.

Quando poi le truppe sul terreno riescono ad aggirare i giganteschi ostacoli culturali e a creare un minimo d’intesa con la popolazione, ecco che ti arriva l’incidente frutto della penuria di fondi e di volontari: un ex dell’Iraq che ha subito lesioni cerebrali in un incidente viene dichiarato di nuovo abile e spedito sul fronte afghano dopo essersi già fatto tre turni di missione a Baghdad; una sciagura annunciata che azzera tutti i progressi faticosamente raggiunti.

Anche in Nigeria la mancanza di senso della realtà dei politici ha prodotto il disastro. I britannici hanno lasciato capire di non avere coinvolto troppo gli italiani nel blitz di Birnin Kebbi, conclusosi con la morte degli ostaggi in mano ad una fazione di Boko Haram, per scarsa fiducia nelle nostre qualità. E hanno invece deciso di puntare tutto sulla…. collaborazione con le forze armate nigeriane! Queste hanno pensato bene di inviare sul luogo del sequestro cento soldati caricati su tre camion nella piena luce del giorno. Con tanti saluti all’effetto sorpresa. I britannici, che colonizzarono per 70 anni la Nigeria, dovrebbero sapere qualcosa delle prodezze delle sue forze armate, più abili nei golpe contro i governi civili (almeno fino a qualche anno fa) che nella protezione dei civili.

Nel 1990, mentre erano incaricate di far rispettare la separazione dei contendenti nella guerra civile della Liberia, si fecero rapire sotto il naso e senza muovere un dito il presidente Samuel Doe da parte di un gruppo di guerriglieri, che poi lo torturano atrocemente e lo uccisero. Nel 2000 gli incursori della marina britannica dovettero intervenire per liberare numerosi soldati di una missione Onu a guida nigeriana in Sierra Leone, rapiti da guerriglieri locali. A condurre l’operazione fu lo stesso corpo che invece ha fallito settimana scorsa in Nigeria: gli Sbs, Special Boat Service. Che nella loro lunga storia, cominciata nel 1941 durante la Seconda Guerra mondiale, hanno sempre mostrato più capacità negli attacchi contro obiettivi militari da sabotare che negli interventi di salvataggio di vite umane.

Secondo le informazioni finora diffuse, il blitz sarebbe stato condotto nella maniera frettolosa e quindi rovinosa che si conosce perché uno dei terroristi arrestati che avevano rivelato il nascondiglio dei sequestrati sarebbe poi riuscito a fuggire. Ma a quel punto la cosa migliore sarebbe stata annullare il blitz e aspettare che i rapitori lasciassero il loro nascondiglio con gli ostaggi incolumi: la sopravvivenza di questi era la loro assicurazione sulla vita. Probabilmente però a Londra c’era un primo ministro troppo ansioso di potersi presentare davanti alle telecamere a vantare un successo delle forze di pronto intervento britanniche. E così ci si ritrova a piangere degli innocenti trucidati e a riflettere su un declino dell’Occidente che non riguarda in primis le sue forze armate, ma i politici che impartiscono loro gli ordini.
Twitter: @RodolfoCasadei

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