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Antonio Simone: Io, nel pestaggio in carcere con cinghie e punteruoli

maggio 17, 2012 Antonio Simone

Lotta tra tunisini e marocchini contro albanesi. Botte, inseguimenti, sangue. «Imploro che sopra la follia sia data una speranza a ciascuno». Quarta lettera dal carcere di san Vittore.

Pubblichiamo la nuova lettera inviata a tempi.it da Antonio Simone, detenuto nel carcere di San Vittore a Milano. Qui la prima, qui la seconda, qui la terza.

Ore 13, con Ikea (il mio compagno di cella “mobiliere carcerario”) vado a farmi l’ora d’aria.
Dopo l’ultimo pestaggio e l’autoevirazione (il riferimento è a un episodio raccontato da Simone in una precedente lettera che non ci è pervenuta, ndr) c’è tensione. Il cortile di oggi è quello grande (400-500 metri quadrati), vengono giù in tanti. È pieno. Si creano gruppi divisi per nazionalità, noi camminiamo al centro. Mancano dieci minuti alle 14 e senza che si capisca il perché un nero e un bianco (georgiano, pare) cominciano a scazzottarsi.
Gli amici dell’uno e dell’altro intervengono, inizia la lotta.
Dopo tre minuti i pacieri la vincono, arrivano le guardie, portano via il nero menato e un bianco. Si ricomincia a camminare, ma si vede che si sta preparando la rivincita dell’altro giorno.
Si chiamano da un parte i tunisini e i marocchini e dall’altra gli albanesi. Un minuto e scoppia l’inferno.

Tutti scappano, non si sa dove. L’evirato tunisino è al centro del pestaggio, cade. Escono punteruoli, cinghie con sassi, lui è una maschera di sangue, così come grondano di sangue le mani di chi ha strumenti di offesa e attacco. Comincia la caccia ai tunisini e ai marocchini. La folla ondeggia, cerca di sfuggire, corre tra infuriati armati alla caccia di chi colpire.

Mi ritrovo tra i neri, Ikea mi chiama e ci mettiamo contro il muro. Gente che cade, che prende di tutto. L’evirato non è più una maschera di sangue, è massacrato. Arrivano gli agenti, qualcosa si ferma. Siamo vicini alla porta, ci buttano fuori.

Non ho avuto paura, ma non mi sono mosso a difesa di nessuno, mi avrebbero pestato o sfregiato. Sono stato vigliacco; molte altre volte, fuori, nella vita normale, ho cercato di dividere o difendere. Questa è la follia di domenica 13 maggio, dopo un mese di carcere, festa della mamma, a Milano, carcere di San Vittore.

Rientro in cella, leggo la preghiera del Gius e la grazia che imploro è che sopra la follia sia data una speranza a ciascuno; cioè che ciascuno, guardando un bene avuto, possa guardare con compassione la propria e altrui follia e chiedere di ricominciare.

Fatelo anche voi, per piacere.

Antonio Simone

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7 Commenti

  1. Alessandro says:

    Cari amici, tutta, ma proprio TUTTA la mia solidarietà ad Antonio Simone! Ci sono, però, cose che non capisco in questa vicenda. Non ho capito, per esempio, la lettera pubblica e livorosa della moglie pubblicata sul Corriere contro Formigoni. Inoltre, a parte le giuste barricate contro gli attacchi ignoranti dei soliti media e benpensanti vari, mi preme sottolineare come nessuno (o pochi) “di noi ciellini” ha fatto autocritica dopo aver letto la lettera di Carron. Mi riferisco in particolare al passaggio “abbiamo evidentemente fornito qualche pretesto”. Questo pretesto, sono sicuro, solo in rarissimi casi ha rilevanza penale ed è molto meno grave o diabolico di quanto si voglia far credere all’opinione pubblica. Ma, sia detto inter nos, c’é stato e c’è. Mi riferisco in particolare alla pratica del “è un amico”, che – certo – esiste in tutte le comunità di destra e di sinistra, laiche o di altre religioni, ma che è errata. Questa logica può valere, per esempio, nel caso di un servizio o di un candidato che risulta essere più o meno al livello di un altro che “amico” non lo è. In caso contrario, scegliere l’amico è immorale. E, vivaddio, come direbbero le nostre nonne, sbagliato. Ingiusto. Mi duole condividere l’opinione di gad Lerner: “E’ impressionante la severa condanna di CL contro i moralisti rispetto alla leggerezza con cui si giudicano peccati e peccatori.” E’ vero, è un insegnamento evangelico. E’ vero la Misericordia è uno dei punti cardine del Cristianesimo, ma… Come ebbe a dire Carron durante gli esercizi di qualche anno fa’: “Sei così? OK, ma non significa che se sei così e sbagli, non devi cercare di cambiare!”. Tutto questo, ribadisco, lo affermo non in relazione alle vicende di Antonio Simone che non conosco e che non mi permetto di giudicare. Certo non gli faccio mancare il mio abbraccio e sostegno. Certo CL non è in politica e non ha forzieri da nessuna parte, nè strategie massoniche. Cosa volete “amici”: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire! Del resto noi ciellini lo sperimentiamo nel quotidiano essendo sempre costretti a rispondere perfino dei peccati (eventuali) di Formigoni. Ma nessuno dei “non ciellini” si rende conto di questa assurdità logica e di queste accuse irreali? E poi: cosa significa essere ciellini? C’è un marchio? Siamo geneticamente diversi? Esiste un giuramente massonico? Un patto di destabilizzazione o concquista del potere? Se c’è ditemelo perchè io non me ne sono ancora accorto.

  2. cedcreck says:

    il cortile della tua “ora d’aria di oggi” non so come non so perchè mi ha fatto venire alla mente il cortile delle “giornate d’aria” di tanti anni fà – 400-500 mq di muri di cemento di Paolo Bassi.
    Che grande grazia poter chiedere di ricominciare, che grande grazia essere certi, sempre, che ci sia Qualcuno a cui poter chiedere di ricominciare, ricominciare a sperare dici tu, ricominciare anche a stimare l’altro, umilmente, aggiungo io.

    ciao

    • Pippo says:

      be’ certamente questo cortile non è come gli yacht e le ville del suo amico daccò

      • rodolfo casadei says:

        Quando Simone uscirà, e faremo festa con lui, tu te ne starai solo nella tua stanzetta a meditare sulle tue profonde virtù. Tu, uomo rosicante.

        • serena says:

          immenso Casadei!

        • giovanna says:

          Grazie Rodolfo! Contro il cannibalismo di tanta stupidità, le parole degli amici di Antonio sono un toccasana in giorni come questi in cui echeggia (dentro e fuori) quella follia di cui parlava il nostro.

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