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Antipolitici sarete voi

febbraio 11, 2017 Mauro Zanon

Per il filosofo “infrequentabile” Alain de Benoist l’ascesa dei Trump, dei Le Pen e degli euroscettici è tutto il contrario di un fenomeno illiberale. Intervista

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Che il clivage destra-sinistra stia diventando obsoleto, Alain de Benoist, intellettuale e storico delle idee francese, lo dice da almeno vent’anni. E ora che anche quegli osservatori che lo demonizzavano si sono accorti della progressiva caduta in desuetudine delle vecchie categorie politiche, ci si ritrova ancora una volta a constatare che il padre della destra metapolitica d’Oltralpe aveva anticipato tutto. Anche se lui, con eleganza d’antan, dice semplicemente di aver guardato in faccia la realtà, di non essere, a differenza di una certa Francia benpensante, affetto dal “deni de realité”, da quella propensione al rifiuto di ammettere che il mondo sta cambiando volto, che le vecchie ideologie stanno sparendo e che ci sono nuove “richieste di democrazia”, nuove istanze provenienti da popoli che vogliono riprendere il proprio destino in mano.

Sulla fine dello schema droite-gauche, la crescita dei movimenti cosiddetti populisti e il divorzio brutale tra il popolo e le élite, De Benoist ha deciso di consacrare il suo ultimo libro, il 103esimo della sua lunga vita di studi e riflessioni. Si intitola Le Moment populiste. Droite-gauche, c’est fini! ed è stato pubblicato da Pierre-Guillaume de Roux, l’“editore degli infrequentabili”, come lo ha definito recentemente il Monde. Tra questi “infrequentabili” pensatori del dibattito intellettuale francese, non poteva certo mancare il padre della Nouvelle Droite, che in un colloquio con Tempi spiega perché è ora di fare chiarezza sul concetto di “populismo”, sull’espansione dei fenomeni populisti nel mondo, e sui troppi errori di approccio nell’analizzare una forma politica che ha alle spalle una storia molto più complessa e sfaccettata di quella che ci raccontano gli opinionisti da salotto televisivo.

Una “parola-caucciù”
«Osservo che il termine populismo è utilizzato sistematicamente in maniera negativa, peggiorativa, per designare movimenti o correnti di pensiero completamente differenti tra loro. I cantori del pensiero dominante dicono che questi movimenti sono principalmente demagogici, per nulla seri, e che costituiscono una minaccia per la democrazia. Ma sono analisi a dir poco superficiali, che passano completamente a lato della questione. Per la stesura di questo libro ho voluto adottare un approccio che parte dalla scienza politica, cercando di capire cos’è il populismo e qual è la sua storia», dice a Tempi De Benoist. «Dall’altro lato – spiega l’intellettuale francese – mi sono interessato ai continui tentativi di denigrazione del populismo, al perché questa parola è diventata una “parola-caucciù”, ossia una parola strattonata in tutti i sensi, utilizzata abusivamente, con il solo obiettivo di delegittimare certe organizzazioni politiche. Il 2016 è stato l’anno dell’ascesa del Front National, della Brexit in Inghilterra, dell’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, della crescita di Podemos in Spagna, e dell’espansione dei Cinque Stelle in Italia, senza dimenticare il grande risultato ottenuto dall’Fpö alle ultime elezioni austriache. Stiamo assistendo a un fenomeno generalizzato che va studiato nella sua complessità».

Per De Benoist, animatore della rivista antimoderna Eléments, fucina di idee della destra intellettuale francese, «bisogna partire dalla base per capire cos’è il populismo e quali sono le ragioni del suo successo». La prima ragione, spiega, è «l’enorme diffidenza della stragrande maggioranza delle popolazioni nei confronti della classe politica al potere e delle élite economiche, finanziarie e mediatiche. A questo, si aggiunge una profonda crisi della rappresentanza. Le persone sentono di non essere più rappresentate e che i partiti di governo costituiscono una casta che utilizza il potere soltanto per difendere i propri interessi: c’è una spaccatura tra i rappresentanti
e i rappresentati».

Oltre a questo fattore, analizza De Benoist, «c’è il divario che si è aperto da trent’anni a questa parte tra il popolo e la sinistra. Sinistra che storicamente aveva professato di voler difendere le classi popolari più dei leader dei movimenti di destra». E qui De Benoist raggiunge nell’analisi un altro intellettuale controcorrente del panorama francese, Jean-Claude Michéa, che nei suoi libri ha raccontato meglio di ogni altro la fine della luna di miele tra la gauche e la Francia d’en bas. «Ora – prosegue De Benoist – la sinistra classica si è unita all’economia di mercato e alle logiche del capitalismo neoliberale, e il popolo subisce pienamente le conseguenze di questa scelta con le politiche di austerità, la restrizione del potere di acquisto e la crescita della disoccupazione. Infine, il successo dei movimenti populisti è legato al recentrage dei programmi dei partiti di destra e sinistra. In altre parole: i partiti di destra e sinistra si succedono ma hanno praticamente la stessa politica, si distinguono nella scelta dei mezzi, ma gli obiettivi sono i medesimi. Le nozioni di destra e sinistra perdono la loro specificità, e lo testimoniano anche i sondaggi: la gente non vede più quale sia la differenza tra queste due categorie politiche».

Riprendersi l’autonomia
Sugli errori di analisi dei molti editorialisti ed “esperti” che affollano giornali e televisioni bollando tutto ciò che non è di loro gradimento come “populista”, De Benoist tiene a soffermarsi. «Il primo errore è quello di credere che il populismo sia un’ideologia, quando invece è una forma politica, uno stile politico, un nuovo modo di articolare le richieste sociali e politiche che può combinarsi con qualsiasi ideologia. È la ragione per cui ci sono dei populismi liberali, dei populismi antiliberali, dei nazional-populismi, dei populismi di sinistra e dei populismi di destra», dice l’autore di Vu de droite.

«Il secondo errore è quello di pensare che il populismo sia un fenomeno intrinsecamente antipolitico, perché è vero il contrario. Il populismo è una reazione contro una politica che oggi è dominata dalla gestione, dall’economia, dall’espertocrazia, dalla morale dei diritti dell’uomo, da tutta una serie di cose che tendono a far sparire l’autonomia della politica. Il populismo è una “demande de politique”, una richiesta indirizzata alle classi dirigenti affinché facciano politica, invece di limitarsi alla gestione e all’amministrazione».

Il terzo errore individuato da De Benoist è credere che il populismo sia un movimento antidemocratico. «Anche qui, è l’esatto contrario di quanto proclamato dalla doxa mediatica. Ciò che il populismo contesta è la democrazia liberale, parlamentare e rappresentativa, che oggi non rappresenta più nulla. I movimenti populisti chiedono più democrazia, una democrazia partecipativa, diretta, nel senso che la gente deve essere maggiormente protagonista, che il loro potere non si deve ridurre all’andare a votare ogni quattro o cinque anni per delle persone che una volta elette difendono soltanto i loro interessi. I movimenti populisti combattono per una democrazia dove le persone possono decidere il più possibile autonomamente e per loro stesse».

alain-de-benoist

Troppe promesse non mantenute
Secondo De Benoist, la critica del populismo si è sviluppata attraverso tre stadi. «In un primo momento sono stati definiti “populisti” dei movimenti che venivano principalmente dall’estrema destra o dall’estrema sinistra, ma che avevano alcune caratteristiche nuove: accettavano il gioco della democrazia, per esempio. In un secondo momento, la qualifica di populismo si è estesa a tutti i movimenti che avevano come caratteristica comune quella di far leva sul popolo per accusare le élite. In un terzo momento, la critica del populismo si è rivelata una critica del popolo. Ciò si vede molto bene con il disprezzo, che è un disprezzo di classe, delle élite contro i popoli che hanno votato Trump, il Front National, e a favore della Brexit. Quando ha vinto la Brexit, ci hanno detto che ha votato il popolo degli idioti, degli imbecilli, dei vecchi, dei provinciali».

E ancora: «Questo disprezzo di classe è estremamente rivelatore perché poggia sulla confusione esistente intorno al significato di competenza. La competenza in politica non è una competenza tecnica, non è la competenza degli esperti. La competenza politica si riassume nell’attitudine a prendere decisioni e alla capacità di giudicare ciò che nel quotidiano è buono o cattivo per il popolo. Quando si oppone al popolo “coloro che sanno”, si fa un errore drammatico perché “quelli che sanno”, gli “esperti”, non sanno quello che bisogna fare: sanno come fare quello che si è deciso di fare. Sta ai politici dire quello che bisogna fare, e agli esperti in un secondo momento dire come raggiungere questo obiettivo. Quando si dà agli esperti il monopolio della decisione, questi uccidono la politica, perché considerano che ci sia una sola soluzione razionale al problema politico: trasformano il problema politico in un problema tecnico. È lì che vediamo la vecchia formula: “L’amministrazione delle cose si sostituisce al governo degli uomini”».

Questa critica del popolo, per l’intellettuale francese, «disconosce ciò che bisogna intendere per popolo». Secondo De Benoist «ci sono tre grandi significati di popolo: il popolo come “demos”, ossia il popolo politico, il popolo in quanto potere costituente; c’è il popolo come “etnos”, ossia il popolo come risultato di una storia culturale, nozione prepolitica; e c’è il popolo come “plebs”, ossia il popolo considerato come classe sociale, come classe proletaria e popolare. La grande caratteristica del populismo è quella di riunire queste tre accezioni del termine “popolo”».

In merito a quello che è successo negli ultimi trent’anni, conclude l’autore de Le Moment populiste, «ci sono tre grandi fenomeni sui quali il popolo non è mai stato consultato: l’immigrazione, la mondializzazione e la costruzione europea con il potere delle commissioni di Bruxelles. Ci hanno detto che l’immigrazione era un’opportunità per l’Europa, che la mondializzazione era felice e avrebbe prodotto vantaggi per tutti, e ci hanno detto che l’Europa avrebbe risolto tutti i problemi. Oggi le persone si rendono invece conto che l’immigrazione provoca molti problemi, patologie sociali, scontri culturali e religiosi di grandi dimensioni, che la mondializzazione si sviluppa a loro detrimento in ragione delle delocalizzazioni, della messa in concorrenza dei lavoratori europei con i lavoratori del Terzo mondo che ricevono salari irrisori, e si accorgono che l’Europa non è divenuta la soluzione a tutti i problemi, bensì un problema che si aggiunge agli altri. Il tutto in un contesto di crisi generalizzata, crisi dei valori, sparizione dei punti di riferimento, crisi di civiltà, crisi finanziaria, indebitamento pubblico di cui non si vede la fine, aumento della disoccupazione strutturale e non più congiunturale. Questo è il terreno fertile sul quale il populismo ha prosperato».

Foto Ansa

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