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Aleppo. L’orrore della guerra e il miracolo della riconciliazione

settembre 24, 2017 Leone Grotti

Intervista al vicario apostolico di Aleppo, monsignor Georges Abou Khazen: «Stiamo ricostruendo e imparando di nuovo a vivere insieme. I musulmani imparano dai cristiani la carità»

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Oggi ad Aleppo è tornata l’acqua e anche l’elettricità. Gli scontri, che nella periferia della città continuano in modo sporadico tra esercito regolare e terroristi, sono eco di incubi lontani, quando la capitale economica della Siria, la seconda città più importante del paese, era divisa in due: una parte in mano al governo di Bashar al-Assad, l’altra ai jihadisti. Prima che venisse liberata definitivamente dall’esercito e riunificata a Natale dell’anno scorso, ogni giorno piovevano le bombe artigianali dei ribelli sui quartieri di Aleppo ovest. Quelli più densamente abitati dai cristiani erano spesso i più bersagliati e c’è stato un momento in cui monsignor Georges Abou Khazen, vicario apostolico della città, si preparò al peggio, al pari di tutti gli altri abitanti: «Ci aspettavamo l’invasione da un momento all’altro. E ci chiedevamo che cosa avremmo potuto fare e che cosa avremmo subito. Io ho sempre mantenuto la speranza, perché davvero il Signore aiuta quando viene invocato, e dicevo a tutti: sopravvivremo così come stanno sopravvivendo i nostri fratelli a Idlib».

Dopo la liberazione di Aleppo, la conquista sempre più vicina da parte del governo della città di Deir Ezzor e l’assedio che lo Stato islamico subisce a Raqqa da parte dei curdi, la roccaforte più salda nelle mani dei jihadisti è rimasta proprio la provincia nord-occidentale di Idlib. Qui la bandiera nera di Al-Qaeda, rappresentata dalla sua fazione siriana Al-Nusra (ora rinominata Fateh al-Sham), sventola ancora fiera sulle case e sulle chiese. Ed è qui che, continua Abou Khazen parlando a Tempi, «ci sono tre nostre parrocchie. Per fortuna non ci sono stati massacri di massa, i cristiani subiscono angherie, perché i terroristi gli hanno rubato tutti i terreni, con i quali si procuravano da vivere. Sono stati costretti a vestirsi come musulmani, a togliere tutte le croci e a eliminare ogni segno religioso. Il parroco è stato rapito più volte, gli hanno fatto pressioni per convertirsi. Ma lui, come tutti gli altri, è rimasto saldo nella fede cristiana. Ecco, dicevo ai miei, se ce la fanno loro, ce la faremo anche noi».

Fortunatamente la prova del nove non è mai arrivata e oggi Aleppo è di nuovo una città in pace, anche se relativa, visto che la guerra cominciata nel 2011 in Siria non è ancora terminata. Incontriamo il vicario apostolico all’ombra della Madonnina, dove ha partecipato a una conferenza organizzata dal Centro culturale di Milano, e per una volta le note liete superano quelle cupe: «Ci stiamo impegnando per ricostruire la città e riparare le case danneggiate. Aiutiamo la gente a trovare lavoro o a rimettere in piedi la propria attività, perché possa essere di nuovo autosufficiente e ritrovare la dignità perduta». Tante famiglie hanno però ancora bisogno di ricevere pacchi alimentari: «Viviamo sempre in emergenza, anche a causa dell’inflazione. Se prima della guerra un dollaro valeva meno di 50 lire siriane, ora invece ne vale 520. Gli stipendi però sono rimasti gli stessi, con la conseguenza che chi guadagnava l’equivalente di 500 o 600 dollari al mese, ora ne prende 50 o 60». Ricostruire è fondamentale anche per permettere a chi se ne è andato di tornare: «Ad Aleppo vivevano quattro milioni di persone, oggi ne sono rimasti due milioni», continua il presule. «Prima della guerra c’erano 185 mila cristiani, oggi solo 30 o 40 mila. Alcuni stanno tornando perché la sicurezza è stata ristabilita, ma non è un ritorno di massa. In queste condizioni è difficile».

Ricostruire i muri delle case è solo una parte del lavoro che attende la città di Aleppo. Molti spiriti sono stati distrutti al pari dei palazzi e molti cuori sono divisi da crepe profonde: «Non è facile tornare ad avere fiducia nell’altro, recuperare il rapporto tra le comunità», ammette il vicario apostolico. «Questa guerra ha scosso le radici della convivenza e l’emigrazione ci ha ridotti a un piccolo gregge. Tutti noi cristiani dobbiamo capire che la nostra presenza qui è una vocazione, abbiamo il compito di testimoniare Cristo ed essere strumenti di pace e riconciliazione. Qualche frutto lo vediamo già: quando cadevano le bombe ogni giorno, la Chiesa ha giocato un ruolo importante sul piano umanitario e aiutavamo tutti, non solo i cristiani. I musulmani hanno visto un volto molto bello della Chiesa, aperto e caritatevole e sono rimasti impressionati. In tanti ci hanno detto: “Stiamo imparando la carità da voi”. Durante la guerra siamo stati assediati tutti insieme e abbiamo sofferto allo stesso modo. Questo ha avvicinato le persone».

Se i siriani desiderano la pace e tornare a vivere come prima («dovrebbe vedere come vengono accolti i militari quando liberano una cittadina o un villaggio, che feste!»), è difficile riconciliare chi da sette anni combatte per rovesciare il governo: «I russi stanno facendo un grande lavoro in questo senso, al di là delle azioni militari, è l’aiuto più grande che ci stanno dando», continua il francescano della Custodia di Terra Santa. «È stato creato un centro speciale per la riconciliazione e più di duemila città hanno cominciato questo processo. Il governo riabilita le infrastrutture, riporta luce e acqua, i contadini possono riprendere a curare le terre, le scuole riaprono. In cambio i ribelli depongono le armi. È un lavoro lungo, ma fondamentale». E ovviamente non va sempre a buon fine. «Il desiderio di vendetta purtroppo è diffuso. In molte città i padri sanno chi sono le persone che hanno ucciso i loro figli e le mogli conoscono le facce di chi ha ammazzato i loro mariti. Per arrivare al perdono ci vuole un lavoro molto lungo e noi cristiani abbiamo molto da insegnare in questo campo».

La Chiesa infatti «considera il perdono una virtù, per quanto difficile, che nasce dalla fede. Noi cristiani, proprio perché perdonati in primo luogo da Dio, siamo spinti ad agire allo stesso modo con gli altri. Per i musulmani invece il perdono è una debolezza, una mancanza di dignità. Per loro è più difficile ma già sono accaduti dei miracoli. Qualche anno fa è stato ucciso ad Aleppo il figlio del Gran Mufti. Era accusato di essere un sostenitore di Assad e l’hanno freddato fuori dall’università. Al funerale in moschea c’era una grande folla e molte autorità. Il Gran Mufti in quell’occasione ha detto: “Perdono chi ha ucciso mio figlio. E prego perché anche mia moglie un giorno possa perdonare”. Ha fatto un discorso prettamente cristiano. È stato qualcosa di inaudito».

La guerra ha lasciato profonde ferite anche nella Chiesa ed è per questo che monsignor Abou Khazen ha proposto di organizzare «un sinodo intercomunitario con tutte le sei denominazioni cattoliche presenti in città. Il tema è semplice: dove va la Chiesa di Aleppo? Il tema scelto è “sulla strada di Emmaus” perché anche tra noi, proprio come i discepoli del racconto evangelico, ci sono tanti che hanno perso la speranza, che sono delusi e che si chiedono perché Dio ha permesso tutto questo orrore. Ci sono domande che richiedono una risposta ma rispondere non è facile e anch’io mi pongo le stesse domande di tutti. Come quei discepoli, abbiamo bisogno di incontrare qualcuno che ci apra gli occhi. Ecco perché voglio ascoltare la voce di tutta la comunità».

Se il lavoro da fare è grande, gli aleppini possono guardare finalmente con più speranza anche alla politica internazionale: «La tregua firmata ad Astana è un bel passo avanti ma soprattutto vediamo una svolta nell’atteggiamento dell’Occidente», spiega il vicario. «Prima tutti ponevano come precondizione per la pace la rimozione di Assad, ora americani, francesi e inglesi non la considerano più una priorità. Anche molti media internazionali hanno cominciato a dire la verità su questa guerra. Ci sono voluti sette anni, ma se ne sono accorti. Siamo grati anche a quei giornali che, come voi di Tempi, non si sono mai lasciati abbindolare».

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