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Ai nostri giovani non bastano i corsi di aggiornamento, servono padri e madri

agosto 12, 2015 Lucetta Scaraffia

Come si può pensare di risollevare un Paese abbattuto e fragile come l’Italia, lasciando che le nuove generazioni si abituino a considerare la vita come una continua movida?

Articolo tratto dall’Osservatore romano – I ragazzi che in queste calde notti di estate muoiono o si sentono male, quelli che affollano gli ospedali dei centri balneari in coma etilico — senza contare quanti stanno male in silenzio, senza farlo sapere agli altri, forse perché troppo deboli anche per farsi assistere — fanno davvero molta pena. Anche perché sono solo molto parzialmente responsabili di quello che fanno. Soprattutto quando, come nel caso della ragazzina morta Messina, hanno un’età giovanissima.

Piuttosto bisogna considerarli come caduti sul campo della crisi che sta attraversando la famiglia: sono lì perché non ci sono più genitori che si sentano investiti di un ruolo di responsabilità. Genitori che accettino il compito ingrato di educare i figli, di sopportare, senza deflettere, le loro ribellioni, le malinconie, le minacce. Che non considerino i figli come un oggetto simpatico e piacevole che hanno acquistato, che li deve gratificare con l’amore e l’allegria, ma che non richiede un minimo di fatica e sacrificio.

Ogni legame familiare è stato alleggerito — ma sarebbe meglio dire depauperato — della sua necessaria componente di dovere. Dal legame coniugale ci si aspetta amore e piacere sessuale, dai figli gratificazione. Se poi, nell’esperienza concreta, si vede che questo non è realizzato si rinuncia e si cerca una situazione più gratificante.

Mentre si discute di questioni teoriche — per i cattolici se ammettere ai sacramenti i divorziati risposati, per i laici se allargare il matrimonio e la procreazione alle coppie omosessuali — la famiglia vera, quella concreta, sta attraversando una crisi così grave che i suoi membri più deboli possono morire per mancanza di protezione.

Questa è la situazione drammatica della quale bisogna occuparsi, laici e cattolici, andando alla radice del problema, cioè a cosa significa oggi, per la maggior parte delle persone, formare una famiglia. Senza cadere in ideologie, in teorie magari anche buone, ma che non hanno nulla a che fare con la dura realtà che abbiamo davanti ai nostri occhi.

Non bastano i poliziotti in una situazione in cui per anni si è permesso, senza batter ciglio, a gestori e commercianti di arricchirsi proprio grazie allo sballo dei giovani. Non basta invocare una riforma della scuola che avverta i ragazzi, con opportuni corsi di aggiornamento, dei pericoli della droga o dell’alcool.

L’unico vero rimedio a questa situazione può essere solo una vera famiglia, quella famiglia che nessuno sa più cosa sia, che nessuno osa più costruire e tanto meno difendere. Le scuse sono sempre le stesse: tutti fanno così, non posso impedire a mio figlio di vivere come gli altri, la vita è cambiata, non sono più i tempi in cui i genitori intervenivano nella vita dei figli. Come si può pensare di risollevare un Paese abbattuto e fragile come l’Italia, lasciando che le nuove generazioni si abituino a considerare la vita come una continua movida?

Questo dei giovani che cadono ogni notte in una guerra non dichiarata, ma reale, è un tema che dovrebbe essere discusso dal Sinodo sulla famiglia, anche se non sembra direttamente attinente a questioni teologiche. È la vita stessa che bussa alla sua porta per chiedere di essere aiutata.

Foto Ansa


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14 Commenti

  1. Gian Paolo Galasi scrive:

    Non so come interpretare il fatto che in un giorno pubblichiate due articoli dove dite, in uno, che tutte queste morti per droga sono venute alla luce per speculazione giornalistica, dato che i morti per droga negli ultimi anni sono molto diminuiti, e nell’altro che i giovani muoiono così tanto perché non ci sono più riferimenti famigliari certi. A meno di pensare a una schizofrenia della vostra linea editoriale.

    Io per me mi limito a paventare che molti di questi ragazzi releghino la propria trasgressività all’adolescenza, per poi rientrare nei ranghi del lavoro e della famiglia da adulti. Spero di no, ma vedo troppa gente che da adulta non sperimenta nulla (non sento nessuno parlare di poliamore ad esempio, tranne persone che conosco e che vivono molto liberamente sia il rapporto con certe sostanze che il rapporto con le persone che hanno vicine, ma ho paura ce ne siano troppo poche; spero ovviamente sempre di sbagliarmi).

  2. Bob scrive:

    Solo 2 osservazioni :

    “…Genitori che accettino il compito ingrato di educare i figli…”
    Stare vicini ai propri figli ed aducarli non è un compito ingrato: se ami una persona, come un genitore dovrebbe amare i propri figli,è una gioia ed un piacere fare loro da guida nell’avventura della vita e anche, certamente, dare loro il massimo aiuto e supporto nei momenti in cui acquistano e sperimentano la loro autonomia e fanno scelte autonome.
    Poi magari sono io che sono fortunato, ma mi domando: quei genitori i cui figli vanno a sballrsi in discoteca come li hanno educati? Con rispetto ed una guida paterna o con regole e imposizioni dall’ alto?

    Poi:
    “Ogni legame familiare è stato alleggerito — ma sarebbe meglio dire depauperato — della sua necessaria componente di dovere.
    Dal legame coniugale ci si aspetta amore e piacere sessuale…”
    Scusate, ma cosa mi devo aspettare dal legame coniugale? Freddezza e frigiditá?
    È ovvio che una persona si aspetti sia amore che piacere sessuale dal proprio coniuge così come si impegni a darne altrettanto in cambio: il matrimonio è anche questo e se ami veramente una persona queste cose ti vengono spontanee e se mancano c’è un problema serio.
    E poi non mi si venga a dire che la morale cattolica non demonizza il piacere.

    • Giovanna scrive:

      Caro multi nick horror ,oggi bob e bifocale, ti sei pure limitata per ora, certo che trillare in continuazione deve essere una roba goduriosa parecchio ! Guarda,non fai che trasmettere gioia di vivere e piacere di vivere, cara tetra e arida Trollona! Ancora ci ricordiamo la tua calda descrizione del tuo fantomatico convivente:un comodino si sarebbe descritto con maggiore entusiasmo!

      • Bob scrive:

        Ciao Giovanna.
        Non capisco il tuo commento: stai forse dicendo che, dato che ho ragione e tu non sai come obiettare con argomenti un minimo sensati, passi direttamente all’attacco personale?

      • Giovanna scrive:

        devo ammettere che manco ho letto quello che hai scritto: ho colto la parola piacere e ho solo notato che sei all’opposto esatto del piacere ,cara vecchia e suonata imbrogliona !
        Buon ferragosto, multi nick horror !
        Spero che ti diano il permesso di uscire, almeno a ferragosto !
        Ma tu non dare di matto, come al solito!

        • Bob scrive:

          “devo ammettere che manco ho letto quello che hai scritto”

          O_O

          Complimenti!

          • Giannino Stoppani scrive:

            Io invece l’ho letto quello che hai scritto e debbo riconoscere che ha fatto bene Giovanna a non leggerlo, visto che non ne valeva assolutamente la pena.

          • Giovanna scrive:

            Guarda,multi troll,ti ho gia detto che non ho nessuna intenzione di interagire con una imbrogliona fuori di zucca, che in questo caso si presenta come un uomo sposato, ma in altre centinaia di casi si presenta con altre decine e decine di identità inventate a ripetizione , dalle più glaciali e compassate, a quelle più volgari e cafone, che ripete sempre la stessa sbobba indigesta, a cui ho risposto centinaia di volte, ingenuamente, prima che si scoperchiasse il vaso di Pandora delle tue menzogne.
            Mica posso sostituire psichiatra e assistente sociale!
            Diciamo che voglio solo avvisare eventuali lettori occasionali che hanno a che fare con una persona disturbata!
            Ciao, multi horror !

    • Emanuele scrive:

      Caro Bob,

      ti invito a rileggere con calma l’articolo. Come nel caso di Joe sei partito in quarta, per poi dover ammettere che l’articolo ti risultava ambiguo (per te).

      Hai estrapolato due frasi che, private del contesto, vogliono dire il contrario di quello che sostiene l’articolo. Vediamole nella loro interezza.

      1. “…Genitori che accettino il compito ingrato di educare i figli, di sopportare, senza deflettere, le loro ribellioni, le malinconie, le minacce. Che non considerino i figli come un oggetto simpatico e piacevole che hanno acquistato, che li deve gratificare con l’amore e l’allegria, ma che non richiede un minimo di fatica e sacrificio…”

      Come vedi, si riferisce alle situazioni in cui i figli si ribellano, si di staccano dai genitori, nonostante l’amore e devozione. Non si possono certo rappresentare queste situazioni come gratificanti.

      Non è questione di fortuna: quando tuo figlio, nonostante il sostegno, non vuol esplorare un bel nulla, ma se ne sta tutto il giorno al bar a bighellonare (purtroppo capita anche ai migliori genitori!), provare frustrazione è il minimo.

      2. “…Dal legame coniugale ci si aspetta amore e piacere sessuale, dai figli gratificazione. Se poi, nell’esperienza concreta, si vede che questo non è realizzato si rinuncia e si cerca una situazione più gratificante…”

      Qui si pone l’accento sull’immaturità di certi rapporti, centrati sull’edonismo… non si critica le gratificazioni né la sessualità, si critica che quando queste cose mancano le si vanno a cercare altrove. Inutile negare, possono mancare per un infinità di motivi: malattie, stress, problemi dei figli, difficoltà sul lavoro, etc… indipendentemente dalla volontà e dall’affiatamento dei coniugi.

      Se manca un legame forte ed incentri il rapporto solo sulle gratificazioni personali, alle prime difficoltà salta tutto…

      P.S. come diresti tu:
      – la morale cattolica non c’entra nulla con l’articolo.
      – la morale cattolica non demonizza il piacere.
      – concludendo, la moralità cattolica non c’entra nulla con l’articolo.

      • Bob scrive:

        Ciao Emanuele.

        Grazie per avermi dato il tuo parere. A me l’articolo suona invece molto come “ricordati che il matrimonio è dovere”, “ricordato che educare è gravoso”, “ricordato che devi morire” :)

        Che poi, sull’educazione dei figli posso anche comprendere il tuo punto di vista (anche se secondo me se un figlio bighellona in un bar la colpa è in buona parte dovuta all’educazione ricevuta), ma sul matrimonio no: se cessa l’amore, il rispetto, la voglia di stare insieme e, perché no, anche di darsi piacere, e resta solo il dovere non ha senso continuare.
        Non mi fraintendere: non intendo il caso del coniuge malato o impossibilitato, intendo quando il coniuge volontariamente rinnega il patto matrimoniale inteso nel suo senso positivo ( rispetto, dono, amore, supporto, intimità, comprensione etc…).
        Non vorrei però aprire un dibattito del tipo: “allora se ci sono i figli?” etc…
        Ogni caso è ovviamente a sè e bisogna prima di tutto pensare al bene dei figli. Il mio è un discorso di principio.

        Ps. Carina la citazione (veramente, mi é piaciuta) ma la morale cattolica secondo me c’entra, non fosse altro che l’articolo è scritto su “Tempi” e non sulla “Repubblica”.
        Poi, va beh, questa è solo la mia opinione.

      • Bob scrive:

        Comunque in linea di massima concordo con l’articolo. ho fatto solo 2 osservazioni non sul cosa viebe detto ma sul come viene detto. :)

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