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L’adulterio è un’ingiustizia

luglio 6, 2015 Juan Josè Perez-Soba

Osservazioni a proposito di un articolo del cardinale Walter Kasper sul matrimonio e sul fatto che ci possa essere «perdono senza pentimento»

Nel suo ultimo articolo sul Sinodo in Stimmen der Zeit il cardinale Walter Kasper esprime una sorpresa molto significativa: «Continua ad essere un mistero per me come si è potuto obiettare a questa [mia] proposta, che prevedeva un perdono senza pentimento. Questo infatti è un vero assurdo teologico». Vorrei semplicemente aiutare il cardinale a risolvere questo mistero che gli proposi nella mia prima risposta alla sua relazione nel concistoro dei cardinali.

Con grande chiarezza il cardinale ci indica che al centro di qualunque azione pastorale verso i divorziati che si sono risposati bisogna mettere le parole di Cristo. Lui menziona nel suo articolo un aspetto essenziale: «L’uomo non separi ciò che Dio ha unito» (Mt, 19,9; Mc 10,9; Lc. 16,18), che esprime la volontà del Signore riguardo al matrimonio. A questa affermazione vorrei aggiungere la definizione del peccato che si commette: «Se uno ripudia sua moglie e si sposa con un’altra, commette adulterio contro la prima» (Mc 10,11). Il peccato che la Chiesa riconosce in colui che ha contratto una nuova unione dopo un primo matrimonio è quello dell’adulterio. Potrebbe sembrare ovvio e irrilevante, ma non è così. Di fatto, nell’articolo del cardinale tedesco la parola adulterio praticamente non compare. Fare uso di questa parola non è altro che assumere il linguaggio evangelico con tutta la sua parresìa che va oltre i convenzionalismi sociali. Si tratta di accogliere la sua verità sull’amore umano come una luce della nostra vita che non ha paura di dare un nome alle azioni e parlare di peccato. Chiarire il tipo di peccato che si perdona è essenziale per il perdono stesso e per specificare la possibile via poenitentialis che si apre.

Quindi, dopo questa chiarificazione, si vede la necessità pastorale di evitare un “perdono senza pentimento”, vale a dire, la persona che è entrata in una nuova unione ha commesso un adulterio contro il suo primo coniuge e deve uscire da questo peccato. L’evidente espressione oggettiva dell’adulterio è avere relazioni sessuali con una persona diversa dalla propria moglie o dal proprio marito. È di questo che una persona nella situazione di una nuova unione si deve pentire. Non si tratta di una questione secondaria, perché ci troviamo davanti all’amore coniugale che si esprime nel corpo e che in tale manifestazione corporale incontra la sua verità. San Paolo lo dice con grande esattezza: «La moglie non è padrona del proprio corpo, bensì il marito; ugualmente, nemmeno il marito è padrone del proprio corpo, bensì la moglie» (1 Cor. 7,4). Questo non è che una conseguenza normativa basilare del fatto di essere «una carne» (Gen. 2,24).

L’adulterio è perciò un peccato d’ingiustizia in quanto ha a che vedere con un rapporto nel quale viene implicato un bene oggettivo quale la consegna sessuale del corpo. La specificità della giustizia, così come la spiega San Tommaso d’Aquino, in quanto testimone della tradizione cristiana, sta nel fatto che essa prende la sua misura nella cosa oggettiva e non direttamente nel soggetto agente. Ne deriva che il diritto tratti della determinazione oggettiva dei termini di giustizia e che la Chiesa abbia inteso la frase «l’uomo non separi» come una fonte di diritto, precisamente per evitare un modo arbitrario e soggettivista di avvicinarsi alla realtà del matrimonio.

Il valore della giustizia è tale che non si può perdonare un peccato di ingiustizia se non esiste nel penitente la volontà effettiva di riparare l’ingiustizia o di rimediare al danno. Questo principio morale è così legato alla realtà del giusto che tale requisito non è mai stato considerato come un limite alla misericordia, bensì un modo per riconoscere la verità della misericordia che cambia il cuore delle persone.

Quindi, per poter perdonare il peccato di adulterio commesso da una persona che ha iniziato una nuova relazione dopo il matrimonio bisogna esigere da questa l’intenzione di non commettere più adulterio, cioè, di non avere relazioni sessuali con nessuna persona al di fuori del proprio coniuge. Questo è il criterio che deve guidare qualunque via poenitentialis proposta per i divorziati che hanno contratto una nuova unione. Ricordiamo che nell’epoca in cui questo percorso era consueto nella Chiesa, la richiesta di astenersi da relazioni sessuali era una pratica molto abituale di questa penitenza.

Lo stesso cardinale Kasper sembra accettare l’esistenza di un peccato di ingiustizia nel fatto della seconda unione, quando propone l’epicheia come il modo di trovare soluzione al problema pastorale che emerge. L’epicheia è una virtù legata alla giustizia e solo in essa ha la sua ragione di esistere. Per questo la sua applicazione non consiste mai nel cercare un’eccezione alla norma, quanto nel comprendere meglio nel caso concreto il senso di giustizia della norma. Non agisce mai al di fuori della norma, bensì secondo la giustizia vera. E per questo, l’epicheia richiede ragioni oggettive per la sua applicazione (“iustitiae ratio” STh. II-II, q. 120, a.1) perché non rimanga il minimo indizio di un’arbitrarietà da parte di chi la applica. Di conseguenza, si è sempre capito, dalla posizione tomista che assume il cardinale, che non ha spazio di applicazione in quello che corrisponde ai mandati della legge naturale.

La questione si centra ora nel punto chiave per un perdono vero: di quale realtà oggettiva dobbiamo chiedere che il divorziato che ha contratto una nuova unione si penta per poter ricevere la vera Misericordia di Dio.

Stranamente, in questo articolo il professore tedesco non fa allusione ad alcun criterio oggettivo. Rende un tale elogio alla situazione concreta e personale che, in questo modo, dimentica i requisiti minimi di qualsiasi relazione di giustizia, che mette in rapporto le persone tramite beni oggettivi e deve fare riferimento a questi per non ridursi ad un soggettivismo che corromperebbe la relazione tra gli uomini. È chiaro che un padre di famiglia non può sostenere che sia giusto abbandonare un figlio per il fatto che sia stato un bambino non voluto. La particolarità della situazione e delle difficoltà soggettive che abbia ad accettarlo non tolgono niente all’obbligo che ha verso suo figlio.

Nel suo scritto anteriore al Concistoro, abbiamo già trovato alcuni criteri oggettivi, per cui supponiamo che continui a pensare a queste condizioni oggettive, sebbene ora non ne parli. Si tratta di requisiti generici validi per tutti i casi perché derivano dalla giustizia implicata nel matrimonio. Le proponeva come condizioni necessarie per poter ricevere il perdono sacramentale. Ricordiamole: «1. Se si pente del suo fallimento nel primo matrimonio, 2. Se ha chiarito gli obblighi del primo matrimonio, se è definitivamente escluso che torni indietro, 3. Se non può abbandonare senza altre colpe gli impegni assunti con il nuovo matrimonio civile, 4. Se però si sforza di vivere al meglio delle sue possibilità il secondo matrimonio a partire dalla fede, e di educare i propri figli nella fede, 5. Se ha desiderio dei sacramenti quale fonte di forza nella sua situazione».

Ci stupisce che il tema del possibile adulterio sia totalmente assente in queste condizioni oggettive. Nonostante sia una questione evangelica di massima importanza, tanto che si inserisce nell’antitesi del Discorso della Montagna (Mt. 5, 37 – 32), come una chiarificazione dei requisiti propri della Nuova Alleanza. Questo è così fino al punto che, nei casi in cui non si applica nel Nuovo Testamento la definizione di adulterio, e si permette una nuova unione, come sarebbe la clausola di Matteo o il privilegio paolino, si fa non mediante eccezioni pastorali di una legge troppo dura, bensì attraverso ragioni oggettive che permettono di comprendere meglio la norma dell’unione «in una carne».

In realtà, se il cardinale Kasper introducesse la condizione di evitare qualsiasi atto adultero nella nuova unione, la sua proposta si posizionerebbe veramente in quell’ermeneutica della continuità di cui parla nel suo articolo. Una continuità che chiede il riconoscimento che ci siano criteri che permettono di specificare l’oggetto morale di un atto come dice la Veritatis splendor (n. 80) quando parla di: «Gli atti che, nella tradizione morale della Chiesa, sono stati denominati intrinsecamente malvagi (“intrinsece malum”): lo sono sempre e per se stessi, vale a dire, per il loro scopo, indipendentemente dalle ulteriori intenzioni di colui che le attua, e delle circostanze». Queste azioni chiedono un discernimento diverso dal metodo casistico che propone il cardinale tedesco. D’altra parte, il fatto tanto significativo di tacere sulla questione fondamentale – ci troviamo davanti ad un peccato di adulterio e tutto sembra condurre a proporre un perdono senza pentimento – è un assurdo teologico di massima gravità. Tutti comprendiamo che questa richiesta di evitare l’adulterio nella nuova unione è molto difficile da accettare in una società sessualizzata al massimo. È qui che si richiede la vicinanza e l’accompagnamento della Chiesa, fino a che comprendano in quale modo la grazia di Dio gli rende possibile vivere secondo i requisiti della Nuova Alleanza, quindi questa è la grande vittoria della Misericordia di Dio, che sana il ferito e lo rende capace di vivere secondo l’alleanza divina.

La comprensione del ruolo della giustizia nel matrimonio è stata componente fondamentale in tutta la storia della Chiesa al fine di riconoscere i beni oggettivi che sono implicati e l’importanza di difendere questi beni per l’importanza che hanno per le persone. Evitare l’ingiustizia dell’adulterio è, senza dubbio, un modo eccellente di «realizzare la verità nell’amore» (Ef. 4,15).

Foto Ansa


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20 Commenti

  1. xyzwk scrive:

    Ma possibile che dobbiate riportare tutto sulla sessualità? Non sarà più grave, posto che un matrimonio puó finire per cento ragioni, il fatto di abbandonare o essere abbandonati da una persona, piuttosto che una volta finito un matrimonio quella persona possa avere normalmente dei rapporti sessuali all’interno di un’altra relazione?
    Poi dite che la Chiesa non è sessuofobica, manca solo che per verificare il peccato, mettiate una telecamera in camera da letto del penitente!
    Se veramente si vuole perdonare qualcuno per aver fatto soffrire un’altra persona, forse la priorità non è indagare la sessualità in maniera quasi morbosa, ma capire le ragioni e poi voltare pagina.

    • Michele scrive:

      Guarda che qua la sessualità c’entra solo di striscio. Due coniugi quando si sposano promettono di essere fedeli sempre, nella buona e nella cattiva sorte, finché morte non ci separi.
      Se ti risposi, vieni meno alla tua promessa. E’ questo il punto: dire ok, va bene quello che hai fatto, anche se dietro c’è una menzogna di cui non ti penti affatto.
      Non si capisce poi perché tu parli di perdono nel caso dei risposati. Ma un risposato è o no convinto di aver fatto qualcosa di giusto, forse anche doveroso, e non affatto moralmente deprecabile? E allora di quale peccato richiede di essere perdonato? Spero si capisca che non ha senso parlare di perdono verso chi ritiene di non aver compiuto alcun peccato.
      E non si capisce nemmeno cosa voglia dire “capire le ragioni e poi voltare pagina”: forse che alla fine a tutto c’è una giustificazione e quindi, in fondo in fondo, non siamo responsabili di alcunché?

      • xyzwk scrive:

        Guarda che il mio giudizio si riferisce all’articolo che in sintesi dice questo. Se una persona divorziata e risposta si pente e soprattutto non ha rapporti sessuali con la secondo partner, la si puó perdonare. Riporto testualmente:

        In realtà, se il cardinale Kasper introducesse la condizione di evitare qualsiasi atto adultero nella nuova unione, la sua proposta si posizionerebbe veramente in quell’ermeneutica della continuità di cui parla nel suo articolo.
        (Cioè potrebbe essere perdonato il divorzio)
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        Forse il danno eventuale che si potrebbe venire a creare magari è più probabile che sia la sofferenza per chi quella separazione non l’ha voluta e se di responsabilità si deve parlare, è nei confronti di chi appunto viene abbandonato, non certo nei confronti di un eventuale rapporto sessuale in un secondo matrimonio che viene impropriamente definito adulterio.

        Poi quello che mi chiedo è come farebbe la Chiesa a controllare che questo precetto di castità venga rispettato per poi perdonare il penitente?

        • Michele scrive:

          Per questo motivo ho scritto che la sessualità c’entra solo di striscio: perché è una conseguenza del venir meno delle promesse fatte. Magari scrivere solo di striscio è esagerato, ma sta ad indicare che il problema originario è la mancata osservanza degli impegni assunti.
          Kasper viene criticato perché non ha escluso esplicitamente l’adulterio e quindi una nuova unione sessuale. Unione sessuale che all’interno del matrimonio è una donazione totale tra il marito e la moglie, vedi il riferimento al passo paolino sulla proprietà dei corpi degli sposi, ma che, nel caso di seconde nozze, cessa di esserlo in quanto può essere revocata totalmente.
          Ed è adultero anche il coniuge che, seppure senza colpa nel divorzio (ammesso che nella realtà si possa separare nettamente la ragione dal torto…), si risposa perché anch’egli viene meno alle promesse fatte ed inizia una nuova unione. Anzi, se ammettiamo che gli impegni del coniuge non colpevole (liberamente assunti) siano sciolti dall’infedeltà dell’altro coniuge, giungiamo a concludere che di fatto la volontà del coniuge non colpevole è alla mercé dell’altro, che può farne veramente quello che vuole, annullandone così la responsabilità. Invece questi impegni, perché assunti in prima persona dai coniugi, sussistono indipendentemente da quello che vuol fare l’altro.

          “Poi quello che mi chiedo è come farebbe la Chiesa a controllare che questo precetto di castità venga rispettato per poi perdonare il penitente?”
          Esattamente come si fa nella confessione per qualsiasi peccato: ci si fida della buona fede del penitente che chiede la remissione dei peccati. Se il penitente è così sciocco da chiedere il perdono senza essere affatto pentito sappia che:
          a) pecca 2 volte, perché persevera nel peccato e perché, ingannando, ne compie un altro.
          b) potrà anche ingannare gli uomini, ma non Dio.

        • Michele scrive:

          La Chiesa non attua nessuna verifica di rispetto delle leggi e di assenza di peccato: quello lo fa già l’Onnipotente e Giusto Giudice, che al momento del giudizio saprà esattamente cosa fare senza possibilità di fregarlo. La Chiesa non deve accertare nulla, deve solo insegnare la strada giusta e amministrare i sacramenti, lasciando alle singole coscienze di agire come meglio credono.

          • giovanna scrive:

            Caro Xyzwkcarlogennarofilomenalenaelenagiannidiamantecarolinacirino…., ma se tu hai potuto agire indisturbata per mesi e mesi, scrivendo le peggiori nefandezze e cattiverie contro la Chiesa, contro Tempi, contro i bambini, contro le donne e contro gli uomini, roba veramente per stomaci forti, appoggiandoti a storielle inventate di sana pianta…..ma di che controllo vai cianciando ? :-)
            Poi, dai, ma chi controllerebbe mai la tua totalmente inesistente vita sessuale ? :-)
            Come Lena, una delle decine di personalità multiple ( sai, la faccenduola dell’indirizzo IP confermerebbe il tutto ) hai ampiamente raccontato quanto ti facciano orrore i rapporti sessuali , anzi i rapporti umani proprio , se non finalizzati ad ottenere un vantaggio per te !
            E del disgusto che proveresti ad aspettare un bambino, che non esisteresti un nanosecondo ad uccidere in ventre !
            Non ce lo possiamo scordare !
            Per esempio, anche, ma non solo , qui :
            http://www.tempi.it/elogio-della-famiglia-selvaggia-anarchica-e-preistorica-se-basta-l-amore-per-allevare-i-bambini-vanno-bene-gli-orfanotrofi#.VZvzAGcw_ow
            Sei tu ad odiare il sesso, ed i suoi frutti !
            Ma cosa ti hanno fatto i tuoi genitori, o cosa credi che ti abbiano fatto, per ridurti così ?

      • Fabio scrive:

        Michele ha ragione sottoscrivo tutto.
        Questo e’Cristianesimo.
        Nessuno e’obbligato a essere cristiano.
        Se uno vuole divorziare e risposarsi civilmente
        nessuno glie lo impedisce solo che automaticamente non puo’piu’
        dire di essere cristiano.
        Nessuno e’obbligato a esserlo.
        Ma esserlo significa vivere secondo il Vangelo.

    • Fabio scrive:

      Proprio al contrario di una visione sessuofobica il Cristianesimo ha una concezione altissima della sessualita’ che non e’mero esercizio istintuale animaleso come per tutti gli altri , ma ha una valenza spirituale quindi eterna tanto che S.Paolo dice che anche chi si unisce ad una prostituta e’unito a lei per sempre che ne sia consapevole o no.
      La sessualita’ nel Cristianesimo e’ un collante spirituale che unisce due persone.
      Non e’ la Chiesa che e’sessuofobica sono tutti gli altri che non hanno mai capito nulla della sessualita’.
      E i risultati di questa ignoranza oggi sono sotto i nostri occhi.

  2. Celso scrive:

    Prendiamo il caso (oggi per niente raro) di una donna di mezza età, buona madre e moglie fedele, che viene piantata dal marito, senza colpa, per una donna più giovane. Perché dovrebbe rispettare la promessa matrimoniale quando dall’altra parte è stata infranta? Nei rapporti privati, negli affari, nella politica, quando uno rompe un patto unilateralmente l’altro non è più tenuto a rispettarlo. Perchè questa donna dovrebbe rassegnarsi a un grigio zitellaggio e rinunciare, se ne ha l’occasione, ad avere di nuovo una vita affettiva e – HORRIBILE DICTU ! – sessuale? Non basta la prima ingiustizia subita? E per quali motivi? Quelli indicati nell’articolo, un trattato di diritto canonico, una disquisizione tomistica, una arzigogolata trattazione di casistica gesuitica, tutte cose che hanno a che fare col Vangelo come i classici cavoli a merenda? Ma quello che nessuno riesce mai a spiegare è quale gioia o vantaggio dovrebbe trarre il buon dio dalla sofferenza e dalla rinuncia all’amore della povera donna incolpevolmente piantata. Per fortuna la stragrande maggioranza delle donne che si trovano in questa situazione non sceglie la rinuncia e quelle credenti continuano ad andare in chiesa e a fare la comunione, anche se molti scribi e farisei vorrebbero colpevolizzarle, tormentarle, ricattarle, decidere per loro. Ma per fortuna non sono gli scribi e i farisei a prendere la decisione finale. Scribi e farisei dovrebbero cominciare a preoccuparsi per loro.

    • Michele scrive:

      Perché ha promesso di essere fedele nella buona e nella cattiva sorte finché morte non li separi, nella convinzione, oltretutto, che l’uomo non può separare ciò che Dio ha unito. Cattiva sorte che include anche il tradimento e l’abbandono. Di conseguenza risposandosi si accetta come giusta e morale la menzogna.
      Gli accordi che tu citi (“Nei rapporti privati, negli affari, nella politica, quando uno rompe un patto unilateralmente l’altro non è più tenuto a rispettarlo”) valgono finché c’è il concorso delle volontà: da un contratto di affitto si può recedere se il conduttore intende cambiare residenza.
      Diversa è la natura delle promesse matrimoniali, ove entrambi si impegnano a creare una situazione che non può essere sciolta da volontà umana, per cui non ha senso dire che, venendo meno la promessa di A, decade anche quella di B.
      Non vedo traccia di casistica gesuitica in un simile discorso (anche se capisco il senso polemico: quando un laico non credente scopre un termine teologico nuovo lo usa subito ad ogni piè sospinto…), semmai questa è ben presente negli arzigogolati ragionamenti di chi ammette il secondo matrimonio o la comunione a certe condizioni, a patto che, nel caso in cui…, ecc., come sembra fare Kasper e coloro che lo seguono.
      Se poi queste donne sono convinte di aver fatto bene a risposarsi, allora che senso ha perdonarle di qualcosa che loro, in coscienza, ritengono nient’affatto immorale? E ancora di più, che senso che queste donne chiedano di essere perdonate o di comunicarsi se in coscienza sono convinte di aver ragione? Che si comunichino, se sei convinto di fare il bene e non lo fai, pecchi comunque.
      Ah, gli scribi e i farisei erano quelli che volevano mantenere il divorzio (“poverini, ormai le differenze sono inconciliabili..”). Così, giusto per citare il Vangelo…

    • Giannino Stoppani scrive:

      Lungi da me voler giudicare chi è mille volte meglio di me, ma se non ti spiace ti propongo un esempio che appare come una provocazione: il sacerdote pedofilo pervertito impenitente, anche quando viene sgamato e ridotto allo stato laicale e, sperabilmente schiaffato in galera, rimane sempre sacerdote.
      Si compiace il Signore di ciò?
      Mah?!
      Consideriamo però che i sacramenti li ha istituiti Lui.

      • Fabio scrive:

        Dio non si compiace di certo tanto e’vero che lo stesso peccato commesso da un celibe da uno sposato o da un sacerdote assume una gravita’proporzionalmente maggiore davanti a Dio a seconda dello stato di chi lo commette anche se l’atto e’il medesimo.
        Il fatto che il sacerdote resti tale e’perche’Battesimo Cresima e Ordine imprimono nell’anima un carattere eterno e indelebile.
        Il sacerfote in peccato mortale e ridotto allo stato laicale puo’assolvere in caso di necessita’ in articulo mortis ma questo e’a vantaggio del moribondo non del sacerdote.
        La Chiesa e’sempre piu’saggia dei nostri ragionamenti.
        Consigliata la rilettura del Catechismo.

    • Fabio scrive:

      I casi patetici sono quelli che hanno demolito le concezioni essenziali sulla sessualita’e
      una persona saggia li rifiuta come modello per definire il valore di fondo della questione.
      Il problema e’che conceziobe della sessualita’al di fuori del Cristianesimo e’ sessoclastica e per questp si accusa
      il Cristianesimo di sessuofobia da sempre.
      In realta’solo nel Cristianesimo la sessualita’e’pienamente vissuta e goduta petvhe’ha una valenza spirituale mentre itutte le altre concexioni e culture umane hanno della sessualita’una visione scrausa.
      E i casi patetici a cui ci si attavca non fanno che confermare questa visione scrausa, di vista corta e limitata che non sa
      andarevoltre l’aspetto istintuale, fisico e materiale.
      E la cultura moderna pretende anche di dire la sua su un argpmento su cui non puo’dire nulla.
      Tutti quelli che scrivono qui ,credenti e non , dimostrano di non aver mai letto ” Amore e responsabilita’ ” di K. Wojtyla l’unico libro serio che sia mai stato scritto sulla sessualita’ .

      Dedicato alla cultura miderna quando si piva di parlare di sessualita’ :

      ” O chi tu se’ che vuoi sedere a scranna per giudicar
      da lungi mille miglia
      con la veduta corta d’una spanna ? ”

      (Dante Alighieri nella i D.C.)

  3. Carlos scrive:

    Prendiamo il caso (oggi nient’affatto raro) di una donna di mezza età, buona madre e moglie fedele, che viene piantata dal marito per una donna più giovane. Perché dovrebbe essere tenuta a rispettare la promessa matrimoniale quando è stata l’altra parte ad infrangerla? Nei rapporti privati o di affari o nella politica se un patto viene rotto unilateralmente la controparte non è più tenuta a rispettarlo. Perché questa donna dovrebbe rassegnarsi ad un grigio zitellaggio se avesse la possibilità di rifarsi nuovamente una vita affettiva e – horribile dictu! – sessuale? Forse per i motivi esposti nell’articolo, una trattazione di diritto canonico, una disquisizione di filosofia tomistica, una sottile analisi di casistica gesuitica? Tutta roba che ha a che fare col Vangelo come i classici cavoli a merenda. E quale gioia o vantaggio (cosa che nessuno riesce mai a spiegare) trarrebbe il buon dio dalla sofferenza e dalla rinuncia all’amore da parte della suddetta. Per fortuna le molte donne che si trovano in questa situazione vanno avanti con la loro testa e, se credenti, continuano a frequentare la chiesa e fare la comunione fregandosene degli scribi e farisei che vorrebbero condizionarle, colpevolizzarle, mortificarle, decidere per loro. Per fortuna non saranno scribi e farisei a prendere la decisione finale su queste donne. Scribi e farisei dovrebbero cominciare seriamente preoccuparsi per la loro anima invece che pontificare su quella altrui.

    • giovanna scrive:

      Guarda, Celso-Carlos, se c’è uno che pontifica, quello sei tu, dall’alto della tua supponenza, e se c’è uno che se ne impipa altamente della situazione dolorosa di una donna abbandonata, sei tu , tanto più te ne impipi dal punto di vista dei sacramenti. Diciamo che chiacchieri così, per chiacchierare, parole vuote, al vento, senza densità, senza la minima partecipazione umana e un minimo approfondimento culturale.
      Anche se uno non è credente, può essere rispettoso, può non entrare a gamba tesa in argomenti in cui non capisce un tubo e non gliene importa di capire un tubo, può scrivere Dio con la maiuscola, può non essere rozzo e grossolano.
      Ciao, Celso-Carlos , o chiunque tu sia tra i vari multi-nick che scrivono qui per sfogare il loro astio nei confronti della Chiesa e fare la solita figura meschina.

      • Celso Carlos scrive:

        Invece di accusarmi di supponenza, indifferenza, ignoranza, mancanza di cultura e di rispetto, astio e meschinità, perché non provi, se riesci, a rispondere alla domanda cruciale che io ho posto: quale gioia, piacere, vantaggio (mettila come ti pare) può trarre il buon dio dalle sofferenze della sposa abbandonata? Tu insulti ma non rispondi. A me non interessano i tuoi insulti, ma le tue risposte. Molti anni fa (più di 50) quando frequentavo il liceo, il prof. di religione, un prete molto simile al don Balusa di felliniana memoria (Amarcord), quando gli facevano domande imbarazzanti rispondeva col classico: “sta zitto ignorante, che non capisci niente”. E questo è l’atteggiamento che in seguito ho riscontrato in tutti quelli che pensano di essere i possessori dell’unica verità (nel caso vostro, in sovrappiù, anche la via e la vita). Dogmatismo, presunzione, incapacità di mettersi in discussione.
        P.S. La parola dio può essere scritta tranquillamente con la minuscola, quando non si fa riferimento ad una specifica divinità, ma si intende genericamente l’essere superiore adorato dai credenti. Tanto più in una espressione colloquiale e standardizzata come “il buon dio”.

        • Giannino Stoppani scrive:

          Aveva ragione il tuo insegnante di religione.
          Il Dio che tu scrivi minuscolo si è fatto uomo e si è fatto ammazzare sulla croce per salvare anche te, che pertanto anche in fatto di dolore non Gli puoi insegnare un fico secco.
          E comunque fa piacere che ci sia qualcuno che ha tanta fiducia nell’umanità nel credere che una persona cornificata da diritto e da rovescio abbia tutta codesta voglia di risposarsi…

          • giovanna scrive:

            Non hanno (ancora ? ) pubblicato un messaggio in cui evidenzio come ” Celso” non sia altro che un ennesimo nick della multi-nick-multi-troll squilibrata, che qui, come sua abitudine inveterata, interviene con due nick ( l’altro, naturalmente è Xyzwk !), dandosi ragione da sola !

            Mi spiace, ma, ovviamente, non riesco assolutamente ad interagire nel merito con questa imbrogliona patentata, oltre tutto ignorante come una capra, dato che basa la sua cultura sulle guide turistiche, come ammesso quando interveniva come Carolina, ma si capiva anche prima !
            Ciao, trollona !

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