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Abusi sessuali, archiviata l’accusa che voleva colpevoli il Papa e la Santa Sede. Nessuno lo dice?

febbraio 18, 2012 Benedetta Frigerio

Eppure a marzo 2010, quando l’avvocato statunitense Jeff Anderson intentò la causa, i giornali di tutto il mondo gli dedicarono la prima pagina. Venerdì l’avvocato, che chiedeva cospicui risarcimenti, ha dovuto depositare una notifica di archiviazione relativa all’azione legale. L’accusa al Vaticano è così caduta nel nulla.

La fine del caso non è apparsa sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Come invece accadde quando la causa si aprì nel marzo 2010. Fu il New York Times a dare la notizia della causa intentata da Jeff Anderson, l’avvocato di molte vittime di abusi sessuali, contro la Santa Sede. L’avvocato aveva cercato di far ricadere la responsabilità direttamente sul Papa e i suoi collaboratori, in modo da «costringere il Vaticano – aveva ammesso – a risarcire le vittime». La questione primaria era dunque economica. E non importa se il Papa e i suoi collaboratori non potevano sapere nulla di quanto accadeva nelle diocesi prima del 2001. Fu solo da quell’anno in poi, infatti, che in casi di questo tipo la responsabilità passò dalle diocesi alla Congregazione per la dottrina della fede, presieduta dall’allora cardinale Joseph Ratzinger.

I casi utilizzati da Anderson riguardano invece padre Lawrence Murphy, che in Wisconsin, dagli anni ’50 al 1974, aveva abusato di molti ragazzi di una scuola per sordomuti. La Santa Sede allora non poteva sapere. Perciò venerdì Anderson ha dovuto depositare una notifica di archiviazione relativa all’azione legale.
L’accusa al Vaticano è così caduta nel nulla. Ma il nome di Anderson non è destinato a scomparire insieme alla sconfitta. L’avvocato, a caccia di vittime di abusi, ha già aperto altre cause. Una fu intrapresa solo il mese successivo a quella del caso Murphy. Nell’aprile 2010 Anderson accusò ancora Benedetto XVI, sulla base di una corrispondenza tenuta con l’allora vescovo di Oakland, Stephen Cummins, di tergiversare e occultare le notizie «per il bene universale della Chiesa». Anche allora il circolo mediatico non parlò che di questo per due settimane. Il silenzio cadde solo venti giorni dopo, quando la diocesi di Oakland pubblicò tutte le lettere fra Ratzinger e Cummins.

Un sacerdote, accusato dal vescovo di molestie, venne allontanato dai bambini, messo in cura psichiatrica e consegnato alle autorità giudiziarie. Cummins, però, non poteva concedere direttamente al prete la dispensa dal sacerdozio. Scrisse quindi a Ratzinger per chiederla. L’allora cardinale rispose innanzitutto raccomandando «la massima cura paterna per le vittime e per i bambini», che il prete «non avrebbe mai più dovuto avvicinare». Ovviamente i media mondiali non riportarono nessuna di queste parti della missiva. Ratzinger, però, non poteva dare la dispensa al sacerdote, semplicemente perché di diritto si poteva concedere solo a 40 anni e prima si consigliava ai preti che la chiedevano di percorrere una via di discernimento per riscoprire la propria vocazione e se necessario curarsi. Per questo, anche se il sacerdote accusato doveva essere allontanato, «per il bene della Chiesa universale – scrisse Ratzinger – bisogna tenere conto del danno che la dispensa può provocare nella comunità dei credenti in Cristo, in particolare vista la giovane età del sacerdote». Così fu. E l’uomo allontanato ottenne poi la dispensa una volta compiuti i 40 anni. Si risposò e, seppur consegnato alle autorità giudiziarie e finito in prigione, si macchiò di nuovi reati.

Il caso di Oakland dimostra che la Chiesa, cercando di lavorare sulla persona del sacerdote, è molto attenta anche a far sì che gli abusi non si ripetano. E cerca di difendere le vittime. Molto più di quanto non riesca a fare la giustizia da sola. O gli avvocati come Anderson, a caccia di vittime per scopi economici più che umanitari: «È triste – ha detto ieri l’avvocato della Santa Sede Jeffrey Lena – come nelle mani di un avvocato troppo incline alle conferenze stampa e un altro che trascorre il proprio tempo a fare la giornalista su internet, con una rubrica faziosa in cui fa passare sé e i suoi colleghi per eroi, la vera tragica situazione delle vittime sia diventata strumento di lucro e di pubblico inganno».
Twitter: @frigeriobenedet

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