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Abolire il valore legale del titolo di studio? Potenziamo i titoli intermedi

febbraio 2, 2012 Chiara Rizzo

Intervista a Adolfo Di Majo, ordinario di Diritto civile all’università di Roma 3. «Cercherei di abbassare il titolo intermedio e di sottrarlo al governo dei docenti universitari. Ne farei un titolo con una sua completezza che permetta di accedere al mercato del lavoro già ai 22 anni, anziché a 28 anni».

Si discute con sempre più insistenza della possibilità di abolire il valore legale del titolo di studio: un modo di semplificare l’accesso al mondo del lavoro per i giovani. Adolfo Di Majo, ordinario di Diritto civile all’università di Roma 3, ed ex membro del Consiglio superiore della magistratura, spiega a tempi.it cosa pensa della possibile abolizione e di quali altre proposte potrebbero giovare al mondo universitario per una riforma che lo veda più connesso alle esigenze di occupazione.

Cosa ne pensa dell’abolizione del valore legale del titolo di studio?
Temo che il valore dato al titolo legale sia un passaggio necessario per porre in una posizione di uguaglianza tutti gli studenti: è un titolo di democrazia. Sotto questo profilo lo ritengo positivo. Ma ritengo che bisogna potenziare i titoli intermedi come avviene già in Francia, con la licence en droit, che permette dopo due anni di accedere ad alcuni professioni, mentre il corrispettivo della nostra laurea serve a chi fa ricerca. Cercherei di abbassare il titolo intermedio e di sottrarlo al governo dei docenti universitari. Ne farei un titolo con una sua completezza che permetta di accedere al mercato del lavoro già ai 22 anni, anziché a 28 anni. Per me il problema del valore legale dei titoli di studi è un falso problema.

Abolendo il valore legale, però, è anche vero che non si creerebbero distinzioni tra chi ha una laurea 3+2 e chi no. Si avrebbe più uguaglianza, da questo punto di vista.
Sì questo è giusto. Ma è anche vero che chi ha studiato alla Bocconi di Milano avrebbe un titolo di valore maggiore, che gli sarebbe attribuito comunque dal mercato. Io non penso infatti che un titolo di studio sia pura carta straccia, è comunque la realtà a fornirgli un valore.

Con la riforma degli ordinamenti universitari era stato introdotto il titolo triennale proprio per dare uno step intermedio e un ingresso anticipato al mercato del lavoro. Cos’è successo? Perché non è, di fatto, cambiato nulla rispetto a prima?
Perché nella pratica si è svalutato il titolo intermedio dei tre anni e si è fatto sì che fosse solo un passaggio per il titolo superiore. La colpa è in parte del ceto universitario: i professori universitari sono molto gelosi, in sostanza, del luogo dove esercitano il potere e hanno fatto sì che il titolo intermedio diventasse una mera appendice del titolo universitario. Non lo hanno reso un titolo autosufficiente, facendo in modo che gli operatori pratici non entrassero nemmeno nel governo delle università.

Lei ha scritto sul Riformista che «è probabile che un tale indirizzo abbia corrisposto all’intento di poter meglio controllare tale fase non solo nel suo piano didattico, ma anche per i docenti che vi dovevano figurare».
Esattamente. Però adesso che verrà inserito il tirocinio universitario, dovranno essere inseriti nel governo universitario anche operatori pratici. Dovremmo cioè superare questo costume universitario che è sempre stato ostile e diffidente verso i titoli professionali, considerati di serie B, e questo è un grave difetto della nostra realtà che nemmeno a sinistra è stato capito: eppure proprio quei titoli sono i più richiesti dal mercato del lavoro.

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