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11 settembre. «La guerra di Obama è più dura di quella di Bush»

settembre 11, 2012 Benedetta Frigerio

Nell’anniversario dell’attacco alle Torri gemelle, l’inviato del Corriere Massimo Gaggi analizza con tempi.it la politica estera di Obama, «che è meno soft di quanto sembri».

«Credo, al contrario di quanto ritengono alcuni analisti, che la politica estera di Obama sia meno soft di quanto sembri». Di questo è convinto Massimo Gaggi, inviato negli Stati Uniti del Corriere della Sera, rispetto a quanti sostengono che la politica estera del presidente degli Stati Uniti sia una risposta a quella di Bush. Dopo l’11 settembre le strategie d’intervento sono apparse due. Quella repubblicana dell’Hard Power e quella successiva di Obama, che sottolineando il fallimento del suo predecessore, avrebbe optato per un interventismo moderato, in cui si cerca di negoziare e in cui si usano i droni per colpire i nemici. «Obama ha semplicemente cambiato paradigma: meno scarponi sul territorio e più guerra tecnologica, ma dal punto di vista dell’intervento sul campo ha usato molti più droni di quanto non abbia fatto Bush. Mi pare che la guerra al terrorismo fatta da Obama sia più dura di quella precedente. Tanto che non ha chiuso Guantanamo, attirandosi le critiche liberal. Per questo la politica estera del presidente è maggiormente criticata dai democratici che non dai repubblicani. Tanto che nessuno dei suoi avversari ha usato questo argomento per attaccare il presidente in campagna elettorale».

Anche il rapporto con Israele, storicamente saldo, è in crisi. Questo potrebbe rischiare di far perdere ad Obama il consenso storico degli ebrei che, fatta eccezione per coloro che dopo l’11 settembre hanno cominciato a votare per i repubblicani, sono sempre stati democratici.
Il dialogo con l’Iran, che infastidisce gli ebrei, resta sul piano ideale, ma non è mai decollato. Di fatto, Obama sta usando lo strumento delle sanzioni, cercando di allearsi con i russi e i cinesi e mettendo sotto accusa tutti coloro che hanno rapporti economici con l’Iran. Come la Germania o le banche e le imprese italiane che hanno dovuto troncare i rapporti economici col paese musulmano. Detto questo, il rapporto con Israele resta problematico: l’appoggio storico del partito democratico allo Stato ebraico si sta affievolendo. Sebbene la lobby ebraica sia ancora influente, ora stanno emergendo nuove anime nel partito. Una è quella dei musulmani con diversi senatori democratici eletti. Per questo, le indicazioni del partito non sono sempre univoche. Il fatto che nella piattaforma democratica fosse scomparso il riferimento a Gerusalemme, reinserito all’ultimo momento da Obama, è un incidente simbolico. Credo che questo possa costargli un po’ di voti, ma se l’elettorato ebraico è importante negli Stati democratici, lo è meno negli Swing State che decideranno le elezioni.

Il fatto che Obama abbia annunciato di ritirarsi anche dall’Afghanistan che impatto ha sulla percezione di sicurezza degli elettori?
La situazione afghana è realmente problematica, ma è fuori dall’orizzonte degli elettori. Romney stesso è stato criticato per non aver menzionato il paese nel suo discorso elettorale. Se nemmeno lui ha usato questo argomento per attaccare l’avversario, significa che l’attenzione è altrove. La gente è preoccupata per la disoccupazione crescente.

Il segretario di Stato, Hillary Clinton, si muove per candidarsi dopo Obama? Cosa pensa del rapporto tra lei e il presidente? È davvero sofferto come si dice?
È un argomento su cui si è ricamato molto. Si parla di un rapporto tesissimo fra due clan che ha dovuto diventare un rapporto di coabitazione forzata: Clinton ha appoggiato il presidente, ma con un discorso migliore del suo; Hillary è più popolare di Obama, dato che non ha responsabilità economiche. Ma credo che, per quanto forzata, la coabitazione sia decente. Per quanto riguarda il futuro è difficile sapere che intenzioni ha la Clinton. Lei dice che dopo l’esperienza della segreteria di Stato si ritirerà dalla politica, se poi pressioni interne le chiederanno di candidarsi non lo so. Ma è probabile, dato che non ci sono nel partito giovani leoni emergenti, come fra i repubblicani. Per quanto se ne parli, Julian Castro mi pare improponibile come presidente. Quel che è sicuro è che se la Clinton si ritirerà dalla politica sarà solo in cambio di un altro posto di rilievo.

Dopo l’11 settembre 2001 tutta la politica estera americana è cambiata. L’America si è compattata ulteriormente. C’è ancora questo clima di forte unità o si è affievolito?
La politica estera è cambiata, perché è cambiato il senso di sicurezza. L’America si è scoperta vulnerabile. Perciò anche l’economia, le strutture di sicurezza, di trasporto aereo, le leggi sull’immigrazione sono cambiate. In questo senso l’11 settembre non ha fatto che acuire il patriottismo e l’unità dei cittadini americani, per cui da sempre il nazionalismo non è un peccato, anzi. In questo senso, l’unità e il patriotismo sono più minacciati dalla crisi economica. L’America si è modellata sullo Stato minimo, i suoi abitanti sono scappati dall’invadenza dello Stato europeo: la loro filosofia è quella della libertà dei cittadini che senza i lacci dello Stato sono stati capaci di creare benessere e di crescere. La crisi e il rallentamento dell’ascensore sociale potrebbero mettere in crisi la fiducia che Stati Uniti hanno della loro filosofia di vita.

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