Wojtyla, il santo con il «coraggio della verità» che sfidò la modernità

Domani si celebrano i 100 anni dalla nascita del papa polacco, un gigante della fede che ha riaffermato il legame tra verità e libertà

Giovanni Paolo II

A pochi uomini è stato concesso di segnare, per giunta positivamente, il corso degli eventi lasciando una traccia indelebile del loro passaggio in questo mondo. Tra questi vi è sicuramente Karol Wojtyla, di cui ricorre domani il centenario della nascita. Sulla figura e l’opera del santo papa polacco (che nella sua lunga vita è stato anche operaio, docente, scrittore, poeta, attore, teologo) sono state scritte intere biblioteche. E tanto altro ancora merita di essere approfondito e raccontato. Qui mi limiterò solo ad alcuni aspetti.

LA SFIDA ALLA MODERNITÀ

Primo: Giovanni Paolo II è stato un papa pienamente e decisamente moderno e il suo pontificato (ma non solo) può a buon diritto essere visto come una risposta cattolica alla sfida della modernità. Basti pensare alla centralità nella sua riflessione da teologo, prima, e da pastore, poi, del tema della persona e della libertà. Alla scuola del personalismo cristiano Wojtyla maturò fin da giovane l’intimo e ferreo convincimento dell’irriducibilità di ogni singola persona, in quanto immagine di Dio, a mezzo in vista di un fine. Da qui la denuncia e la lotta contro le grandi ideologie del ‘900 – nazismo, comunismo, individualismo – che Wojtyla vedeva accomunate dall’essere, dietro un umanesimo dal volto suadente, trappole mortali a discapito, appunto, degli uomini in carne e ossa.

LA VERITÀ CON LA “V” MAIUSCOLA

Da qui anche l’urgenza di sfidare la modernità sul suo stesso terreno, cioè la storia, per mostrare come solo il Vangelo fosse l’unica risposta all’anelito di libertà e di felicità dell’uomo. Ma questo nell’ottica giovanpaolina comportava la messa a tema di un punto decisivo: il legame inscindibile tra verità e libertà. E non una verità qualsiasi, astratta, ideologica, ma la Verità con la “v” maiuscola, ossia Gesù Cristo verbo di Dio incarnato. Ecco dunque la proposizione, l’annuncio meglio – ciò che diventerà l’asse portante di tutto il suo pontificato – di un qualcosa di inaudito e che anzi quella modernità che si voleva libera in quanto emancipata da ogni autorità riteneva ormai un retaggio del passato: l’affermazione cioè che non vi può essere vera libertà senza verità, e che anzi solo l’incontro con Cristo, con la Verità fatta carne, può rendere l’uomo libero e, quindi, responsabile.

«NON CHIEDEVA APPLAUSI»

Il che, come è facilmente immaginabile, mise Wojtyla in rotta di collisione con i sostenitori, fuori ma anche dentro la Chiesa, di quel relativismo che, al contrario, non ammette alcuna verità. Fu così che Wojtyla divenne presto nei confronti di buona parte dell’establishment culturale occidentale un “segno di contraddizione”, con ciò incarnando il proprium dell’essere cristiani nel mondo e l’essenza della missione della Chiesa, che è appunto quella di condurre gli uomini alla salvezza e non di farsi ben volere da essi.

«Giovanni Paolo II  – ricorderà Benedetto XVI nella sua prima intervista da papa emerito nel volume Accanto a Giovanni Paolo II. Gli amici e i collaboratori raccontano – non chiedeva applausi, né si è mai guardato intorno preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte. Egli ha agito a partire dalla sua fede e dalle sue convinzioni ed era pronto anche a subire dei colpi. Il coraggio della verità è ai miei occhi un criterio di prim’ordine della santità».

Per Wojtyla insomma è il cristianesimo il vero umanesimo, e si è veramente e pienamente uomini, cioè liberi, solo se si è cristiani; e viceversa: non c’è cristianesimo senza libertà, ossia primariamente senza la liberazione dell’uomo da ogni schiavitù, in primis quella del peccato, da cui nasce una libertà capace di responsabilità. Beninteso, una liberazione innanzitutto morale, che chiede e implica costantemente la conversione del cuore, e che è lontana anni luce da ogni lettura politica o sociologica come ad esempio è accaduto in America Latina (ma importata dalla Germania) con la teologia della liberazione contro cui non a caso Giovanni Paolo II combatté (e vinse) con tutte le sue forze.

IL RUOLO CRUCIALE DELLA COSCIENZA

Sotto questo profilo tutta l’opera di Wojtyla può essere riassunta nel tentativo di proporre lo stesso Vangelo di sempre declinato secondo la sensibilità moderna, allo stesso modo in cui in campo filosofico un altro grande personaggio del XX secolo, Augusto Del Noce, cercava una linea di pensiero, appunto, cattolica nella, non contro, la modernità (e non è certo un caso che tra i due vi fosse grande sintonia). Centralità della persona e della libertà, dunque, testimoniate oltretutto dalle sue encicliche a mio avviso più importanti quali quelle cosiddette antropologiche: la Redemptor hominis, la Veritatis splendor e la Fides et ratio, con l’aggiunta di Evangelium vitae per il fatto che la promozione della persona implica che la vita umana debba essere tutelata e protetta dal concepimento sino alla morte naturale.

Un punto da sottolineare in questo contesto è che l’intrinseco legame con la verità consentì a Giovanni Paolo II di mettere al riparo la libertà, a partire da quella di coscienza, da ogni sua lettura soggettivistica o privatistica che confonde (anche tra non pochi cattolici) quella che è la retta visione della libertà con ciò che la tradizione cattolica da S. Agostino in poi ha identificato niente meno che con l’essenza stessa del peccato per eccellenza, il peccato all’origine di tutti gli altri: la superbia, il voler decidere da soli ciò che è bene e ciò che è male. Al tema della libertà e della coscienza Giovanni Paolo II dedicò, tra i suoi molteplici studi, una serie di catechesi di straordinaria bellezza tenute nell’estate del 1983 durante l’Anno Santo straordinario della Redenzione, dalle quali emerge tra l’altro in maniera vivida la consonanza con le tesi di J. H. Newman. In esse Wojtyla sottolineò come «la coscienza morale non è un giudice autonomo delle nostre azioni. Essa desume i criteri dei suoi giudizi da quella “legge divina, eterna, oggettiva e universale”… di cui parla il testo conciliare (Dignitatis Humanae, ndr)».

NON BASTA DIRE «SEGUI LA TUA COSCIENZA»

Per questo, proseguiva il papa, il Concilio ha detto che «l’uomo, nella sua coscienza, è “solo con Dio”. Si noti: il testo non si limita ad affermare: “è solo”, ma aggiunge: “con Dio”. La coscienza morale non chiude l’uomo dentro una invalicabile e impenetrabile solitudine, ma lo apre alla chiamata, alla voce di Dio». Detto altrimenti: la coscienza morale può solo discernere, ascoltando Dio che parla, ma non decidere ciò che è bene e ciò che è male. Non solo. Il Papa sottolinea anche un aspetto spesso e volentieri sottaciuto: la coscienza non è infallibile, essa può sbagliare; per questo è un qualcosa che va maneggiato con estrema cura. Wojtyla lo dice a chiare note: «Non è sufficiente dire all’uomo: “Segui sempre la tua coscienza”. È necessario aggiungere subito e sempre: “Chiediti se la tua coscienza dice il vero o il falso, e cerca instancabilmente di conoscere la verità”». È necessario insomma che la coscienza sia opportunamente formata, il che richiede l’assidua frequentazione della dottrina della Chiesa, ma prima ancora l’amore alla verità, perché «non si trova la verità se non la si ama; non si conosce la verità, se non si vuole conoscerla». 

IL VERO SPIRITO DEL CONCILIO

Il secondo aspetto che vorrei sottolineare della figura di Giovanni Paolo II, strettamente congiunto con quanto fin qui detto, è l’importanza che Wojtyla attribuiva al Concilio Vaticano II. Egli vide infatti nel Concilio quella sintesi tra rinnovamento e tradizione in grado di rispondere alla sfida della modernità. Come Paolo VI prima di lui e come Benedetto XVI dopo di lui, Giovanni Paolo è stato il pontefice cha ha saputo cogliere il vero spirito del Concilio – secondo quella «ermeneutica della continuità» di cui parlò Benedetto XVI nel memorabile discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005 –  ponendosi cioè nel solco di un rinnovamento nella, non contro né tanto meno oltre la Tradizione, fedelmente alla legge dell’et-et propria del cattolicesimo (legge, beninteso, che non è affatto sinonimo, come sostiene ingenuamente qualcuno, di cerchiobottismo; essa significa piuttosto che alla luce della fede tutto si tiene, anche i contrari; l’esatto opposto insomma della logica dell’aut-aut, tipica non a caso dell’eresia, ma distante anni luce anche dalla logica del “sì, ma” propria di certa teologia situazionista oggi di nuovo in auge, che spesso e volentieri si traduce in una sorta di “gattopardismo rovesciato” – non cambiare nulla per cambiare tutto – le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti).

Concilio rispetto al quale entrambe le letture prevalenti, quella tradizionalista che lo vede come un evento di rottura rispetto alla “vera” Chiesa – con ciò intendendo quella tridentina – e quella progressista che, all’opposto, lo interpreta anch’essa come discontinuità ma in questo caso positivamente intesa come apertura alla modernità, peccano di miopia. Se è fin troppo facile dimostrare come durante e dopo il Vaticano II ci furono sbandamenti, eccessi ed errori, è altrettanto vero che ciò accadde non a causa del Concilio ma nonostante il Concilio e sulla base di una precisa interpretazione del Vaticano II, che poi è quella che storicamente ha prevalso, sviluppata in primis dalla Scuola di Bologna che lo ha interpretato a mo’ di cesura col passato. È sulla scia di questa lettura che più d’uno si è sentito autorizzato a vivere e pensare la chiesa come se il Concilio fosse l’anno zero, in nome del quale si potevano (e forse si dovevano) mutuare acriticamente categorie e forme della modernità per stare finalmente al passo con i tempi. I risultati li conosciamo bene e non vale la pena di stare ad elencarli.

NON BUTTARE IL BAMBINO CON L’ACQUA SPORCA

Ma un conto è denunciare gli errori, altro è buttare il bambino con l’acqua sporca, come fanno i seguaci di un tradizionalismo anacronistico che sembra misconoscere che la storia si divide in prima e dopo Cristo e non in prima e dopo Trento; o come chi, partendo da una prospettiva opposta, ancora non ha fatto i conti col fatto che la Chiesa ha una natura sacramentale e non democratica vagheggiando addirittura un Vaticano III per riprendere e sviluppare le istanze riformatrici all’insegna del “vero” spirito del Vaticano II. Checché ne dicano i suoi detrattori il Concilio resta un evento straordinario dove lo Spirito Santo ha realmente parlato alla Chiesa suscitando un’azione di riforma che in parte ha recepito le istanze del rinnovamento biblico, liturgico e teologico degli anni precedenti, in parte ne ha suscitate di nuove, il tutto cristallizzandosi nei documenti finali dell’assise conciliare che andrebbero riletti magari con un occhio più attento a quello che dicono che a quello si vorrebbe dicessero.

Grazie al Vaticano II è stata rimessa al centro della vita dei fedeli la Parola di Dio (Dei Verbum); è stata varata una riforma liturgica (Sacrosanctum concilium) dove la Messa è partecipazione attiva, personale e allo steso tempo comunitaria al Mistero Pasquale di Cristo (concetto questo, sia detto per inciso, in grado di esprimere di più e meglio la redenzione operata da Cristo che non una visione meramente sacrificale dell’Eucarestia); è stata riproposta, tornando alle fonti, un’ecclesiologia (Lumen Gentium) dove la Chiesa è Corpo di Cristo e popolo di Dio, all’interno della quale ciascun fedele, in virtù del battesimo, partecipa all’unico sacerdozio di Cristo, col risultato di de-sacralizzare la figura del prete – cosa questa che ancora oggi, e non per pochi, è “il” probema – e di affermare al contempo il ruolo del laicato non più semplice comparsa o braccio secolare ma protagonista attivo nella vita della Chiesa. Una riforma che, pur non avendo tolto nulla al sacerdozio ministeriale che era e resta imprescindibile, sicuramente non è stata gradita dai tanti nostalgici dell’era pre-conciliare, e che dopo oltre mezzo secolo tanti prelati (e non solo) fanno ancora fatica a digerire fermi come sono ad una visione del sacerdozio più come potere che come servizio.

LA GRANDE EREDITÀ DI WOJTYLA

Non per nulla il refrain ricorrente – a proposito, ad esempio, delle realtà ecclesiali laicali – è che sì, d’accordo, i laici hanno avuto un ruolo importante nel puntellare la Chiesa nel post-Concilio, quando c’è stato lo sbandamento, ma ora il loro compito è esaurito, ed è tempo che il clero si riappropri del ruolo che gli spetta (vaste programme). Come se, appunto, fosse tutta e soltanto una questione di potere. Tre riforme – biblica, liturgica, ecclesiologica – che non solo non hanno scalfito di una virgola la Tradizione (altro sono “le” tradizioni, quelle sì suscettibili di cambiamenti), ma anzi hanno posto le premesse perché il cristianesimo entrasse nella vita concreta, umana ed esistenziale delle persone. E senza dimenticare che proprio in quegli anni lo stesso Spirito che soffiava nella basilica di S. Pietro era all’opera per suscitare nuovi carismi laicali dove molte delle istanze del Concilio hanno trovato attuazione, e dove decine di migliaia di uomini e donne hanno potuto riscoprire la fede, e altrettanti hanno potuto incontrare Cristo per la prima volta. 

Ma proprio questa è la grande eredità di Karol Wojtyla: di fronte alle sfide di oggi, prima fra tutte l’apostasia dilagante in Europa (e non solo), occorre riprendere e attuare il Vaticano II, quello vero. Il che significa innazitutto tradurre in atteggiamenti concreti quello che il Concilio ha detto, cioè vivere in prima persona quell’arricchimento – categoria con cui Wojtyla intese riassumere il significato più profondo dell’evento conciliare – sia come approfondimento dei contenuti della fede sia come arricchimento della vita del credente, in senso cioè soggettivo, umano,  esistenziale. Ciò che a sua volta implica mettere al centro di ogni pastorale l’annuncio del Vangelo cercando di “accordare” con un linguaggio nuovo, più esistenziale, meno astratto e moralistico le verità di sempre sulla lunghezza d’onda degli uomini del proprio tempo, in linea con quella “nuova evangelizzazione” che, divenuto papa, san Giovanni Paolo II lanciò nel 1985 e per la quale si spese in prima persona fino all’ultimo giorno della sua vita terrena.

RISPOSTA ALLE SFIDE DEL MONDO MODERNO

Per rispondere alle sfide attuali la Chiesa ha già dove attingere, senza inventarsi nulla. E’ vero, i tempi sono cambiati, e la Chiesa deve stare al passo con i tempi. A patto però che questo non significhi adeguarsi allo spirito del tempo, né tanto meno alle mode o alle tendenze del momento. E avendo ben chiaro, come recita il Codice di Diritto Canonico, che la suprema lex della Chiesa è la salvezza delle anime. E da questo punto di vista è oltremodo emblematica e rivelatrice di come siamo (mal)messi la dimensione oramai quasi del tutto orizzontale di buona parte dei discorsi che si sentono in ambito ecclesiale. Per non parlare di certa omiletica, che se possibile la fede te la toglie del tutto. Sembra che siamo passati dall’uomo a una dimensione di Marcuse, alla Chiesa a una dimensione. Come se le cose di quaggiù (poveri, migranti, ambiente, ecc.) fossero più importanti di quelle di lassù. Prevengo l’obiezione: ma occuparsi delle cose di lassù non esclude, anzi, implica occuparsi anche delle cose di quaggiù, dal momento che Dio si è incarnato e la Chiesa cammina nella storia!

Vero, ci mancherebbe. Ma nel giusto ordine. Prima il cielo, poi la terra. Se no succede, e purtroppo succede sempre più spesso, che quando senti certi vescovi o certi parroci, e non sai che a parlare è un vescovo o un parroco, potresti tranquillamente pensare di stare ascoltando di volta in volta, un teorico dello sviluppo sostenibile, un esperto di coaching, un sindacalista, un’attivista dei diritti umani o uno dei tanti testimonial del nulla cosmico in giro per il mondo. E dire che se c’è una cosa che caratterizza e distingue (sì, distingue) i cristiani, è proprio il modo di leggere e interpretare la storia, personale e collettiva. Pensare secondo Dio, non secondo gli uomini: a questo sono chiamati i cristiani. Tutti, nessuno escluso. E magari tornando anche a dire, oltreché pensare, qualcosa di cattolico. Tutto il resto viene dopo, molto dopo. 

LA GRAZIA DI VIVERE CON UNA ROCCIA

Chiudo con una notazione di carattere personale. Ero a Roma, all’epoca diciassettenne, in occasione del Giubileo straordinario del 1984. Ci tornai l’anno dopo, la Domenica delle Palme, per la prima Giornata Mondiale della Gioventù, e da allora sono stato, come si dice, un “papa boy”. Anche oggi, che ho girato la boa dei cinquanta, mi sento ancora parte dei tanti milioni di giovani che hanno seguito in giro per il mondo papa Wojtyla. Solo ora mi rendo conto del privilegio che ho avuto, anzi meglio, della “grazia” che mi è stata concessa di poter vivere quella che è una parte fondamentale della vita di un uomo, sotto il suo pontificato. Le parole, gli scritti, ma soprattutto la testimonianza di questo papa – che è andato ad aggiungersi alla schiera dei santi dopo che lui stesso ne ha proclamati più di tutti i suoi predecessori messi assieme – resteranno pietre miliari nel mio cammino di cristiano e di uomo. Fedelmente al mandato petrino – confermare i fratelli nella fede – Giovanni Paolo II è stato per me davvero una “roccia”, un porto sicuro, una parola vera in mezzo alle tante, troppe chiacchere che quotidianamente ci stordiscono, fuori ma anche dentro la Chiesa. Soprattutto, una parola sempre chiara, limpida, cristallina, mai ambigua o confusa, fedele al monito di Gesù: “Il vostro parlare sia «sì, sì»; «no, no», il di più viene dal maligno”. Nel magistero di S. Giovanni Paolo II ho potuto trovare la Tradizione viva declinata con una sensibilità ed un linguaggio moderni, ma soprattutto centrata sui reali bisogni dell’uomo contemporaneo, prima fra tutti il bisogno di trovare un senso alla propria vita.

La Chiesa di san Giovanni Paolo II (uso tale espressione solo ed unicamente per connotare la stagione wojtyliana, posto che la Chiesa non appartiene a nessuno, papi compresi, se non a Cristo) è stata una Chiesa in cui non ci si sentiva uno tra tanti, confuso nella moltitudine anonima del “popolo dei credenti”. Al contrario, anche grazie al santo papa polacco è pian piano maturata in me la consapevolezza che l’annuncio cristiano, la Buona Notizia, fosse innanzitutto un fatto che “mi” riguardava da vicino, stante l’unicità e l’irripetibilità di ogni persona. In un mondo che predilige gli schieramenti, gli aut-aut, le prese di posizione nette e via dicendo, Giovanni Paolo II è stato un outsider in cui la legge dell’et-et ha brillato di luce smagliante facendo risaltare in una mirabile sintesi dilalettica i due poli che a torto sono considerati antitetici: modernità e tradizione. Anche in questo aspetto sta una delle ragioni che hanno fatto di Karol Wojtyla un’icona vivente del suo tempo, pur in mezzo a critiche e opposizioni dentro e fuori la Chiesa (e solo en passant si potrebbe notare, ma non è certo una novità, che coloro i quali ieri attaccavano a testa bassa Giovanni Paolo II, e dopo di lui Ratzinger, oggi sono incidentalmente gli stessi che si sperticano in elogi entusiastici dell’attuale pontificato; ma con una differenza: che se un pontefice viene criticato da sinistra è lui che sbaglia e i suoi critici tutti martiri del libero pensiero, quando invece il papa è criticato da destra allora è lui che ha ragione e i suoi detrattori torto marcio, curioso no?).

Et-et, dunque: debole e forte, materno e autorevole, aperto al dialogo e fermo sui principi, capo della Chiesa e compagno di viaggio degli ultimi della terra. Tutto questo e molto altro ancora è stato Giovanni Paolo II: un “segno di contraddizione” che non cessa di stupire. E di commuovere. La celebre locuzione interiore avuta da santa Faustina Kowalska, «Amo la Polonia in modo particolare, e se ubbidirà al Mio volere, l’innalzerò in potenza e santità. Da essa uscirà la scintilla che preparerà il mondo alla Mia ultima venuta», può sicuramente applicarsi a Karol Wojtyla. Un pastore col profumo di Cristo.

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