Vettel e Raikkonen. Ma il Gp di Monza è anche panzerotti e biciclette

Il Gran premio d’Italia di Formula Uno visto dagli aficianados attraverso un minuscolo spicchio d’asfalto

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L’essenza popolare del Gran Premio di Monza si coglie al “bosco delle biciclette”, 20 metri prima che si entri nell’area più limitrofa al circuito. Decine di due ruote, rigorosamente senza motore, legate alla bell’e meglio agli alberi che accompagnano l’ultimo tratto di strada appena dopo Villa Mirabello. Ce n’è di tutti i tipi: mountain bike e cicli da città, mezzi vecchi di seconda mano e costosi telai all’ultimo grido, dimensioni da bambino e da adulto… Ed è un paradosso di tutta umanità pensare che al tempio della velocità, là dove corrono i motori più sofisticati, centinaia di persone accorrano sulla spinta dolce delle proprie gambe, a bordo di un mezzo che per Monza è un segno distintivo, qui come in ogni città di pianura.

E non è tutto: nel parcheggio interno dell’autodromo non si contano le auto lussuose con targhe straniere, ma è nel brulicare del Parco che si riconosce la passione di chi alle 7 del mattino ha lasciato la macchina ad una manciata di chilometri da lì, magari pure in divieto, per poi avvicinarsi a piedi sotto la pioggia. Poi ci sono le “sardine” del pullman, arrivati dalla distante stazione dei treni a bordo di mezzi supercarichi, aficionados che non lasciano trasparire mezza espressione di lamentela per quel tragitto fatto con tanta agonia.

Basta fare due passi tra la gente per stupirsi della normalità del popolo della Formula 1. C’è il “disperato” che gira con un cartello in cerca dell’ultimo biglietto, la famiglia brianzola che ha fatto i panini per venire, i tedeschi in coda per la birra, i bambini che giocano a “ce l’hai” in attesa della gara, a due passi dal furgone che frigge i panzerotti e alle ragazze succinte che pubblicizzano un night club della zona. E ancora, quelli che hanno scroccato il biglietto ad un amico, chi fa lo slalom tra le pozzanghere e chi la coda ai bagni chimici. Insomma, quel popolo che paddock, salottini e aree riservate se li sogna, o forse le ha viste solo una volta, anni fa per un invito, e oggi racconta di un pomeriggio da signore col vanto (ma pure la nostalgia) di chi sa che non gli ricapiterà più.
Poi, ecco la gara, ed è un esercizio di immaginazione capire cosa sta succedendo basandosi su quel poco di pista che c’è davanti al naso. Chi è abituato capisce subito, chi ha l’occhio “giovane” confonde sorpassi per doppiaggi, Vettel per Raikkonen, grandi accelerate per manovre mediocri. Qualcuno applaude, altri sbadigliano, non resta che ancorare lo sguardo ai maxi schermi e seguire da lì, maledicendo il riflesso di quel poco di sole che ogni tanto buca le nuvole e facendo salti mortali per distinguere scritte che potrebbero essere profetiche. La voce gracchiante degli altoparlanti commenta, ma non è mai abbastanza forte per essere sentita distintamente. Così ci si aggrappa ai cellulari, diabolici strumenti sempre tra le mani, anche per seguire sul sito di qualche grande giornale la cronaca – rigorosamente in ritardo – di quanto sta accadendo a poche centinaia di metri da noi.
A che tanta sofferenza, viene da chiederselo. Perché spendere centinaia di euro per essere lì e vedere pochi metri di asfalto e, se ti va bene, giusto qualche sorpasso che si compie? Basta il rombo di motori (sempre più silenziati, per altro) a spiegare tutto ciò? Rischio e velocità hanno qualcosa di misteriosamente attraente, che non è soltanto vedere persone normali fare cose oltre i limiti. Sono ingredienti che hanno creato un autentico mito del secolo scorso che in diversi santuari, Monza compresa, ha trovato la sua beatificazione. Forse, l’anno prossimo per il circuito brianzolo sarà l’ultima volta che arriverà la Formula 1, sempre più diretta verso piazze orientali e danarose. Speriamo di no. Intanto, al “bosco delle biciclette” è già tornato il silenzio di chi attende qualcosa di indicibile, tra l’odore dei panzerotti e i bambini che si rincorrono.

Foto Ansa

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