VERSO IL MEETING 3/Le Madonne d’Abruzzo

Le straordinarie immagini di Maria che l’arte popolare ha saputo rendere nella loro maternità regale. La “grande mostra” riminese

       PubblljdlksdPubblichiamo l’articolo a firma di Marco Bona Castellotti e Filippo Piazza presente all’interno dello Speciale Meeting, l’allegato di Tempi dedicato alla manifestazione riminese, che potete trovare in edicola sino al 10 agosto

 

Nella cornice inferiore della Madonna di Sivignano, località non lontana dall’Aquila, dove un tempo questa tavola era conservata, corre un’epigrafe in latino nella quale si leggono due nomi storpiati: quello di Maria, la Madre, scritto “Matirs”, invece di Matris, e quello del Padre, Gesù, scritto “Patirs”, che sta per Patris. A che si debba questa allitterazione non è noto, certo è che questa epigrafe concentra in pochissime parole la profondità concettuale di un valore teologico, corrispondente al seguente pensiero: «Nel grembo della Madre risplende la sapienza del Padre». Nella Madonna di Sivignano, Maria sedes Sapientiae è seduta su un trono preziosamente decorato, mentre Cristo bambino è assiso in grembo, vestito di una tunichetta profilata alla romana, tale che se non si aguzza lo sguardo, all’osservatore disattento rischia di sfuggire lo specchio che Maria tiene nella destra: uno specchio simile alla lente d’ingrandimento di un filatelico, non comune nelle figurazioni mariane, simbolo di come Maria sia «lo strumento della diffusione della sapienza divina, che riflette nel mondo come uno specchio» (M. Vittorini). Il superbo consesso di tavole dipinte e di sculture proveniente dagli Abruzzi raccolto nella mostra di Rimini (Museo della Città, fino all’1 novembre, curatrice Lucia Arbace), impone di essere studiato nei dettagli; tutto infatti vi è descritto in modo così incisivo e preciso da scongiurare la distrazione dell’osservatore. Il senso nel quale presero forma quelle opere, distribuite in un arco temporale fra il XII e il XVI secolo, è un atto profondamente devoto, religioso e consapevole, sulla base del quale chi le guarda non può che essere trasportato fuori dai confini della genericità, per entrare così a far pare del novero degli eletti, e queste opere, dipinti o sculture che siano, rientrano in un capitolo dai confini più ampi di quelli della pura devozione, perché chiunque le osserva è come accolto sotto la protezione della Sapienza che risplende nella Madre del Signore e si riflette sul mondo intero.

 

Poche figure della Madonna sono capaci, al pari di queste, di essere nello steso tempo madri e regine, ed è proprio nella loro duplice veste che si declina in caratteri e simbologie difformi in che cosa consista il significato più vero dell’arte popolare, aggettivo che non possiede alcunché di spregiativo, anzi è l’esplicita regalità di Maria ad annullare qualunque sospetto di classificazione sociale. La Madonna di Castelli (XII secolo) porta sul capo una corona turrita, che anticamente era tempestata di gemme non più esistenti; la Madonna di Ambro (inizio del XIII secolo), così denominata dal luogo di origine, è assisa in trono come una basilissa costantinopolitana, anche lei agghindata di una corona gemmata e le chiome trattenute in un reticolo finissimo da cui discendono i pendilia, lunghi orecchini di foggia bizantina che possiamo vedere anche nell’imperatrice Teodora nel mosaico di San Vitale a Ravenna; la Vergine Maria col Bambino di Montereale (XIII secolo), benché un po’ rustica negli incarnati del volto rubicondo e benché sia madre lactans, che allatta il Figlio, è regina, come manifesta la corona e il Bambino, nel cui abito risalta l’accostamento di colori più classico possibile: il verde del marmo di Tessaglia vicino al rosso del porfido; la Madonna detta delle “Concanelle” (XIII secolo), di un raffinatissimo scultore del legno, firmata e datata 1262, è seduta su un trono che sembra cesellato. Sedi della sapienza, adorate dalla gente per avere compiuto miracoli, appartengono a una compagine sociale di inteso richiamo umano, in base al quale se Maria lactans si rifà alle “grandi madri pagane della fertilità” e alle divinità delle messi, dai cristiani era invocata perché proteggesse i piccoli dal flagello della fame. Ecco allora che la Madonna delle Concanelle, che deriva dal prototipo orientale della Madonna odigitria, che mostra in Cristo la strada della salvezza, prende il nome dal fatto che la chiesa da cui proviene, Santa Maria della Neve di Bugnara in provincia dell’Aquila, sorgeva su un tempio intitolato a Cerere, dea delle messi, cui in antico venivano portate dal popolo offerte di grano. Simile rito rimase anche in età cristiana, e le offerte delle donne in preghiera erano contenute in piccole conche di rame, le concanelle, tenute sulla testa.

 

 

La Madonna del latte di Montereale e quella di Fossa erano venerate dalle puerpere in tempi di diffusa mortalità degli infanti. Il fatto di allattare conferisce loro una concretezza materna, che si ergeva come baluardo contro le posizioni eretiche dei Catari che si opponevano al riconoscimento della natura umana di Cristo, mentre Cristo era un bambino in carne e ossa che prendeva il latte dalla madre. Anche la Madonna della chiesa di Santa Maria ad ryptas di Fossa in provincia dell’Aquila allatta, ma in origine portava sul capo una corona ed era racchiusa fra due pannelli laterali con Storie di Cristo non più esistenti; sono rimaste la firma e la data 1283 dell’autore, il pittore Gentile di Rocca di cui non si sa pressoché nulla. Se la confrontiamo con una vecchia immagine anteriore al restauro rimaniamo stupiti di come l’attuale abbia cambiato i connotati. La Vergine Maria ha grandi occhi e uno sguardo apparentemente distaccato, ma è materno e l’atteggiamento è colloquiale. Al termine della sfilata quello che rimane negli occhi è un insieme ben distinto di immagini pervase di severa dignità, di tenerissima cordialità, di stupita meraviglia, di malinconici presentimenti, di solenne regalità, aspetti che scaturiscono da una comune, indefettibile certezza: l’essere segni di una sapienza che risplende. In Abruzzo il culto di Maria è sempre stato fortissimo. In alcune zone del centro Italia, come l’Umbria e la Toscana, venivano formulate teorie teologiche a difesa dell’ortodossia, che poi s’irradiavano. La teologia non rappresentava soltanto un supporto teoretico alla religione, ma dovendo venire intesa da tutti, anche dagli analfabeti, veicolava un nuovo codice figurativo, che andava a unirsi con gli influssi provenienti dal sud e da Oriente. La Madonna d’Ambro ostenta un chiarissimo substrato bizantino, nella fissità dello sguardo e nel prezioso apparato ornamentale.

 

 

La Madonna di Montereale rivela invece tutta la sua concretezza italiana, mentre quella del cosiddetto Maestro della Santa Caterina Gualino, nella finezza dei tratti del volto ovale, nel sorriso che inizia timidamente a delinearsi oramai gotica, come di lì a pochissimi anni saranno la Madonna di Penne, che porta in braccio il suo bambino roseo e tornito, benedicente con la destra, mentre con la sinistra tiene un piccolo globo, simbolo dell’onnipotenza di Dio. A partire dai primi decenni del Trecento si nota un continuo progresso dei caratteri naturalistici, coniugati con la maggiore raffinatezza dei materiali, dei colori, delle dorature. Le Madonne trecentesche d’età angioina sono portatrici di influenze francesi e oltralpine, che rifulgono in una regalità più raffinata, forse meno pensosa dei prototipi duecenteschi. La Madonna di San Silvestro si erge nel suo slancio statuario ed è «senz’altro la più bella delle sculture in legno di cui si onori l’arte abruzzese del Trecento» (P. Toesca). In lei vive una naturalissima trepidazione, che si trasmette nel sorriso palese, nel fremito del Bambino Gesù benedicente, pieno di vita, così come lo è la madre che lo tiene in grembo. Poi si arriva al Quattrocento e al Rinascimento, e negli Abruzzi l’arte riprende modelli umbri, divulgati nel campo da maestri famosi come il Pinturicchio. Nel Quattrocento e nel Cinquecento è la dolcezza delle espressioni a dominare, la vediamo nella bella tavola dipinta di un pittore abruzzese come Saturnino Gatti, che anticamente ornava la cappella degli Angeli nel Palazzo di Margherita d’Austria a L’Aquila. Anche qui Maria con il figlio tra gli angeli è seduta su un trono, sul quale a lettere capitali, si legge un’epigrafe trionfale: «Ave Regina Celorum ( sic ) Ave Domus», un’epigrafe che, nel suo invocare la domus, la casa in luoghi di terremoti, vuol essere di buon auspicio.