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La preghiera del mattino

L’oro del Venezuela non è il petrolio, ma la Chiesa

Di Leone Grotti
15 Maggio 2026
L'aumento della produzione di greggio, le sparate di Trump, la crudeltà del regime, il realismo dei vescovi. Rassegna ragionata dal web
I cristiani in Venezuela portano in processione a Maracaibo una statua di Gesù misericordioso
I cristiani in Venezuela portano in processione a Maracaibo una statua di Gesù misericordioso (foto Ansa)

Il portale venezuelano La Patilla scrive:

«La produzione di petrolio del Venezuela è cresciuta ad aprile per il terzo mese consecutivo, con un aumento del 3,7% rispetto a marzo. […] Ad aprile, il paese sudamericano ha prodotto in media 1.136.000 barili al giorno (bpd), rispetto ai 1.095.000 bpd di marzo. Finora quest’anno, la produzione in Venezuela, che vanta le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, è aumentata del 22,9%, a partire dai 924.000 barili al giorno (bpd) a gennaio, quando gli Stati Uniti hanno catturato Nicolás Maduro a Caracas. Il Parlamento controllato dai chavisti ha approvato una riforma della legge sugli idrocarburi, promossa dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, per incentivare gli investimenti stranieri. Gli analisti hanno interpretato questo provvedimento come lo smantellamento dell’eredità di Hugo Chávez».

Francesco Citterich nota su Vatican News:

«La ripresa economica del Venezuela continua a mostrare segnali fragili e insufficienti a invertire la rotta di  una crisi sociale che dura ormai da oltre un decennio. Secondo l’ultima indagine nazionale sulle condizioni di vita, realizzata dall’Università Cattolica Andrés Bello (Ucab), il 68,5% delle famiglie venezuelane vive ancora in condizioni di indigenza, mentre il 31,7% si trova in una situazione di povertà estrema, con redditi incapaci di garantire persino l’accesso regolare al cibo». 

L’aumento della produzione petrolifera, dopo lo sfacelo causato dal regime chavista con Nicolás Maduro, è positivo ma fino a quando i vantaggi non si tradurranno in un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione venezuelana non si potrà davvero parlare di passo avanti.

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Avvenire riporta:

«Nonostante la replica piccata della presidente Delcy Rodríguez, Donald Trump insiste sull’ipotesi che il Venezuela diventi il 51esimo Stato Usa. Sul suo social media Truth il presidente ha infatti postato una foto di una cartina geografica nella quale lo Stato latino-americano è ricoperto dalla bandiera a stelle e strisce. Lunedì il presidente ha detto che “sta valutando seriamente di rendere il Venezuela il 51esimo Stato Usa”. Immediata la replica di Rodríguez che ha risposto al tycoon che il suo paese “non è una colonia, ma una nazione libera”. La presidente ha registrato un disgelo nelle relazioni con gli Stati Uniti da quando ha assunto la carica, approvando riforme che hanno riaperto i settori minerario e petrolifero del Venezuela alle compagnie straniere, in particolare a quelle statunitensi. L’opposizione venezuelana ha chiesto nuove elezioni, mentre Rodríguez, interrogata il 1 maggio sulle prospettive di un nuovo voto, ha dichiarato di “non saperlo” e che si sarebbero tenute “prima o poi”».

Al di là dell’insistenza con cui Trump cerca di annettere svariati paesi agli Stati Uniti, dal Canada alla Groenlandia fino al Venezuela, dalla cattura di Maduro e dall’accordo con gli Stati Uniti il regime chavista si trova sotto pressione perché accetti una svolta democratica. Eventuali elezioni sarebbero il punto focale di questa svolta: la dittatura accetterà finalmente la volontà popolare o si perpetuerà al potere grazie ai brogli? Rodríguez non sa ancora che cosa fare e per questo si mantiene vaga sul voto. Il premio Nobel per la pace María Corina Machado ha chiesto elezioni entro un anno: perché la tornata elettorale sia credibile dovranno però cambiare molte cose, a partire da una riforma del Consiglio elettorale nazionale.

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L’arcivescovo Jesús González de Zárate, presidente della Conferenza episcopale venezuelana, ha dichiarato ad Aci Prensa:

«Il cambiamento è arrivato, sì, ma la democrazia non ancora. Molte domande rimangono senza risposta riguardo al futuro immediato del Venezuela. Noi vescovi riceviamo costantemente richieste di mediazione per il rilascio di prigionieri politici. Tuttavia, i canali non sono sempre aperti. È necessario ripristinare il primato della dignità umana, che è il punto fondamentale della dottrina sociale della Chiesa. Su questo si fonderanno la libertà dei cittadini, il diritto di partecipare, i percorsi verso la democratizzazione di cui abbiamo bisogno e il superamento dei meri interessi di parte o privati ​​in nome del bene comune. Ci si aspettavano decisioni più concrete in ambito politico, che non si sono ancora realizzate. È necessario ripristinare la fiducia della popolazione in istituzioni come il Consiglio elettorale nazionale, la Corte suprema di giustizia e altre istituzioni statali. Finché resterà anche solo un venezuelano imprigionato per le sue idee politiche o opinioni personali, difficilmente potremo stare tranquilli o costruire una società migliore in pace».

The Pillar riferisce il triste caso della morte del prigioniero politico Víctor Hugo Quero Navas:

«Il 7 maggio, il ministero dei Servizi penitenziari del Venezuela ha pubblicato un comunicato in cui si affermava che il prigioniero politico Víctor Hugo Quero Navas era morto in un ospedale militare il 24 luglio 2025, dopo essere stato arrestato nel gennaio 2025. Mentre il governo ha dichiarato che Quero è morto per insufficienza respiratoria a seguito di un’emorragia gastrointestinale, attivisti per i diritti umani e diversi vescovi venezuelani hanno espresso dubbi sulla versione ufficiale, chiedendo un’indagine indipendente sulla sua morte. […] L’arcivescovo Víctor Hugo Basabe di Coro, uno dei più accesi critici del regime venezuelano, si è espresso anche lui sulla morte di Quero. In un post sui social media, ha denunciato “gli organi repressivi del regime criminale venezuelano”. Basabe ha sottolineato la “straziante” sofferenza della madre di Quero, Carmen Teresa Navas, 82 anni, diventata una delle più visibili sostenitrici degli oltre 500 prigionieri politici ancora detenuti nelle carceri venezuelane, anche dopo che una legge di amnistia ha portato alla liberazione di centinaia di detenuti. Ha inoltre messo in discussione il ritardo del regime nel riconoscere che Quero è morto mentre era detenuto in una prigione venezuelana. “Perché negare a una madre il diritto di piangere e seppellire suo figlio quando da tempo chiede di poter sapere dove è detenuto? Perché tanta crudeltà verso una povera madre il cui unico desiderio era quello di ritrovare suo figlio per poterlo almeno visitare?”, ha affermato. Basabe ha avvertito che i responsabili della morte di Quero “avranno molto di cui rispondere davanti a Dio”. “In Venezuela, perché ci sia una vera pace, ci deve essere giustizia”, ha continuato. “Questi criminali non possono pensare di restare impuniti per il male che hanno causato”».

Il regime chavista ha sacrificato Maduro, si è accordato con Trump ma non ha nessuna intenzione di lasciare il potere ed è certo che lo difenderà con le unghie e con i denti. Per fortuna, il popolo venezuelano non è solo. La Chiesa cattolica continua a battersi per la dignità di tutti i cittadini e a invocare una transizione pacifica senza repressione né vendette.

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