Velo, genuflessioni e quel salmodiare incomprensibile. No, non è una moschea

È la bella chiesa di Palazzo Adriano nella valle del Belice. Un tempio dell’antica comunità ortodossa dove la funzione procede secondo la regola immacolata della tradizione

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Il velo in testa. Obbligatorio. Ogni donna non può che fare ingresso nell’area sacra sottoponendosi alla regola antica. E non si transige. Si sta in piedi. Ci s’inchina secondo rituale. Si torna nuovamente alla posizione eretta. Seguendo una precisa direzione.

Ognuno – nella solitudine del credente – accoglie il canto, restituisce nella preghiera l’ascolto, e nel momento più alto, quando la presenza del Divino è attestata, il recinto dell’officiante si chiude alla vista dell’assemblea e l’attesa della manifestazione della Parola, del Libro, dell’Unicità, rimbomba nel cuore di tutti.

Ecco. Provate a immaginare l’esatta cronaca di questo rito attraverso gli occhiali del demagogismo destrorso. Il velo, già di suo, accende la furia. Pare di sentire gli strilli.

Il chiudersi alla vista dell’assemblea, poi, alimenta i rancori laicisti contro la sacralità, esoterica di per sé, filtrata attraverso i ranghi sapienziali ma ridotti a caricatura dagli occidentalisti in servizio permanente effettivo che non ammettono altro codice che la modernità. In territorio italiano, poi, mai e poi mai accettare un salmodiare in una lingua incomprensibile…

È così: velo e genuflessioni. E poi candele, ecco: non è una moschea. È la bella chiesa di Palazzo Adriano nella valle del Belice. Un tempio dell’antica comunità ortodossa dove la funzione procede secondo la regola immacolata della tradizione. I canti a cappella seguono il filo di una matassa non certo comprensibile ed è un divertente (quanto rassegnato) gioco quello di sovrapporre i pregiudizi alla descrizione.

C’è da scommettere: il giorno in cui gli Stati Uniti dichiareranno guerra alla Russia, succederà, sta per accadere, anche la cristianità ortodossa – essenza spirituale dell’identità moscovita – sarà nel bersaglio della pubblicistica d’appoggio. E chiesa sorella, dopo chiesa sorella, nel calderone dell’ignoranza che mette insieme tutto e il contrario di tutto, arriverà un deputato della Repubblica italiana alleata Nato che chiederà l’abolizione della veletta in chiesa. E la traduzione obbligatoria – va da sé – dell’arbëreshe, la lingua del rito.

Foto Ansa

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