Perché vale la pena vedere “Stranger Things”

Di Carlo Simone
03 Gennaio 2026
La serie Netflix di cui tutti parlano è un po' troppo nostalgica e ha qualche buco di trama, ma è una grande storia di amicizia in cui la battaglia tra Bene e Male è chiara e senza sconti
Quattro dei protagonisti di
Quattro dei protagonisti di "Stranger Things", la serie Netflix appena conclusa. Da sinistra: Dustin, Mike, Lucas e Will (foto Ansa)

Più che il Natale e l’anno nuovo, nelle ultime settimane il mondo ha atteso il finale di Stranger Things, la serie di Netflix di colossale successo che dopo dieci anni chiude i battenti. (Attenzione: il testo che segue contiene spoiler sul finale della quinta stagione)

Di cosa parla “Stranger Things”

La vicenda, ambientata nell’immaginaria località di Hawkins (Indiana), narra di una compagnia di amici che entra in contatto con un’oscura realtà parallela, il Sottosopra, e con una strana bambina dai poteri paranormali, Undici. Tra mostri feroci e inquietanti trame militari, il gruppo, composto da bambini, adolescenti e adulti, deve cercare di vincere le proprie paure, affrontare ferite vecchie e nuove, riportare la normalità nella piccola cittadina americana.

È indubbio che Stranger Things sia stato un fenomeno d’intrattenimento enorme: per durata, successo, e mole insopportabile di contenuti generati sui social. Si è trattato senz’altro di un prodotto grande: ma è stata anche una grande storia? Di primo acchito, verrebbe da dire di no. Stranger Things paga la mancanza di organicità e di coerenza tipiche delle serie di oggi: storie inventate a tavolino per fare il botto nella prima stagione e poi chi vivrà vedrà, prive di rigorosa architettura interna. Qualcosa di simile avveniva già coi feuilleton ottocenteschi: saltano personaggi, piste narrative vengono abbandonate a metà.

“Stranger Things” tra citazioni, qualche plagio e nostalgia

La prima stagione, come spesso accade, è la più curata e appassionante; poi il brodo s’annacqua, talvolta s’avvelena. Mi riferisco agli immancabili riferimenti all’agenda woke di Netflix, meno pedanti in Stranger Things che altrove ma comunque noiosi, specie proprio nell’ultima stagione. Inoltre, a ben vedere Stranger Things non è neppure una grande invenzione narrativa: fin dal principio, fa del ricorso alla citazione la sua caratteristica principale, per cui chiunque vi dirà che gli è piaciuta perché gli ha fatto rivivere gli anni Ottanta.

Ma quando la citazione non è una strizzata d’occhio che impreziosisce, bensì la stoffa stessa di cui è fatta una storia (verso IT di Stephen King si sfiora il plagio), si è di fronte più a una furbata che a un capolavoro; e in questo Stranger Things è maestra, essendosi appropriata, in un maestoso patchwork, di canzoni, giochi, film, atmosfere, colori degli anni Ottanta che ci fanno sospirare, ma in fondo anche intristire, per quel «Si stava meglio prima» che getta un’ombra di depressione sul presente da cui non riusciamo a liberarci, e che neanche ci fa inventare nuove storie ambientate oggi.

Lo scontro tra Undici e il Mind Flayer nell'ultima puntata di "Stranger Things"
Lo scontro tra Undici e il Mind Flayer nell’ultima puntata di “Stranger Things”

Vale la pena vedere “Stranger Things”? Sì

Ma allora vale la pena vedere Stranger Things? Pattuito che non è una grande storia, almeno è bella da seguire? Sì, vale la pena, e il suo valore risiede (non a caso) in qualcosa che poco c’entra col passatismo, bensì è sempre attuale: la bellezza dell’amicizia. In Stranger Things è questo l’autentico tessuto della vicenda, il cuore che tiene la serie in vita nonostante i suoi diversi tentennamenti.

Amicizia coniugata in vari modi: accettazione dello straniero, rapporto con le altre generazioni, sacrificio di sé. Soprattutto, amicizia che sa distinguere tra il Bene e il Male, in un contesto in cui esistono sia un Male in sé (il Mind Flayer) sia un uomo che liberamente sceglie di abbracciarlo (Henry-Vecna). Per dirla con Tolkien: un Sauron e un Saruman. Entrambi sono destinati a perdere, senza buonismi e senza sconti.

Undici e Mike, due dei protagonisti di "Stranger Things"
Undici e Mike, due dei protagonisti di “Stranger Things”, in una scena dell’ultima stagione

E per rimanere in ambito fantasy, Il simbolo della serie è Dungeons & Dragons, gioco di ruolo ormai cinquantenne che per funzionare necessita di tre componenti oggi quanto mai rare: amici in presenza, tempo (e pazienza), fantasia. Per i protagonisti, esso simboleggia il luogo della loro amicizia e addirittura lo strumento attraverso le cui categorie provare a interpretare un mondo pieno di misteri e di orrori. Anch’io ci ho giocato, e rivedendolo ho provato nostalgia, cioè dolore, verso una purezza che diventando grandi è costantemente minacciata. È il grande tema su cui insiste l’intera seconda metà dell’interminabile ultimo episodio: notevole che il mostro finale sia eliminato già nella prima parte, a riprova del fatto che la forza di Stranger Things non risieda nelle scene di azione, ma nel rapporto fra i personaggi.

Non smettere di giocare

Mi ha colpito però che la serie si concluda coi protagonisti che smettono di giocare: abbracciano l’età adulta, l’infanzia ormai tocca ai loro fratellini. Prevale una punta di amarezza. In essa, qualcosa dell’autentico dolore della vita senz’altro c’è. Tuttavia, affinché quell’amarezza non scada poi in cinismo per cui, in fondo, il bello della vita è ormai alle nostre spalle (negli anni Ottanta di ciascuno di noi), occorrerebbe un Buen camino, per dirla con Zalone. I pagani collocavano l’Età dell’oro all’origine del mondo; i cristiani invece la mettono in fondo alla strada, tutta da percorrere. Essere stati amici non basta: occorre continuare davvero ad esserlo. E forse bisogna avere anche il coraggio di non smettere di giocare.

I protagonisti di "Stranger Things" giocano a Dungeon & Dragons per l'ultima volta, nel finale di stagione
I protagonisti di Stranger Things giocano a Dungeons & Dragons per l’ultima volta, nel finale della quinta stagione della serie Netflix

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