Van De Sfroos vince per la sua semplicità

Di Cristiano Carenzi
25 Luglio 2026
A Cernobbio 20 brani per più di due ore di live, alcune suonate con arrangiamenti particolari, altre fedelissime all'originale, un'ottima band e due parole sul lago
Davide Van de Sfroos
Davide Van de Sfroos (Foto Ansa)

All’inizio di luglio siamo andati in vacanza con un po’ di amici, e per una serata abbiamo proposto un percorso su Van De Sfroos, la settimana dopo il cantante cresciuto a Mezzegra (lago di Como) suonava a Cernobbio e a molti di noi è sembrato naturale andare a sentirlo suonare dal vivo. Le due occasioni ravvicinate di confronto con Van De Sfroos sono state l’occasione per mettere a fuoco l’elemento per cui l’ho sempre apprezzato: la sua semplicità, concreta quando c’è da parlare dell’uomo, divertita quando serve e attenta quando si parla delle domande ultime.

La leggerezza (lololorololo)

Davide Van de Sfroos ha questo slancio coinvolgente che prende subito (basti pensare al ritornello di De Sfroos o a Pulenta e galena fregia) per cui è difficile rimanergli distante e indifferente. E così ti conquista: al concerto si è aggregato un amico dalle origini non esattamente lombarde che era incredibilmente carico per quei “lololo” da stadio presenti in alcuni dei suoi brani più famosi.

L’atmosfera divertita si è respirata anche durante il concerto: intorno a noi c’erano diversi gruppi di giovani con cui si è iniziato subito a ballare insieme, ballo che nel corso della serata si è trasformato in un vero e proprio pogo che ha visto il culmine nella tripletta finale: la curiera, la balera e cyberfolk. Anche il pogo, rispetto ad altri concerti in cui mi è capitato di farlo, è stato vissuto come un semplice ballo di popolo, senza violenza o voglia di esagerare. Simpatico, un po’ disordinato, ma con l’evidente desiderio di godersela.

Quindi, punto numero 1: il Davide è simpatico e diverte, c’è poco da fare.

Un uomo concreto

Il secondo aspetto che mi colpisce di Van de Sfroos è che nelle sue canzoni non vengono raccontati uomini e sensazioni generiche ma storie concrete e in grado di cogliere alcuni aspetti evidenti dell’umano: c’è il Genesio che le prova tutte (Se ciàmi Genesio o ho faa propi tütt/ Puèta, spazzèn, astronauta e magütt), l’irrequieto Sugamara (Sügamara salamandra, anima in pena, facia de màtt/ Cicatriis cume un suriis, destén che paga mai riscàtt), ci sono i mondani e rassegnati Cau Boi (E i cau boi vànn gio’ a Lügàn / Inbenzinati davanti alla roulette / Tra un gioco e l’altro i brànchen scià / I tusànn, cun la cuscienza saràda in gabinètt), e potrei andare avanti con innumerevoli esempi.

La genialità di questi personaggi è che raccontano in maniera esagerata i nostri tratti, le nostre piccolezze, le nostre domande. Eppure hanno tutti un nome per cui non c’è velleità intellettuale o sociologica, ma l’evidente desiderio di raccontare l’uomo carnale.

L’uomo intero

L’ultima conseguenza di questa semplicità è che guarda alla realtà (tutta la realtà) per quello che è: divertente, umana e non del tutto spiegabile.

Van De Sfroos non si è mai voluto accostare a una religione precisa, eppure racconta di avere un rapporto profondo con la spiritualità e questo emerge nelle sue canzoni: nei brani più delicati come L’infermiera, Ninna nanna del contrabbandiere o Il dono del vento affiora sempre una domanda di senso sull’uomo. Non esclude dal racconto l’aspetto ultimo e spirituale e anche davanti a domande profonde la chiave è ancora la semplicità:

i giunchi oscillan che altro non possono fare / e qualcuno di loro ha maledetto il suo ballo / qualcuno ha perfino pregato di esser tagliato / ma in molti accettano il dono di farsi cullare

Questa semplicità si è infine vista nella serata di Cernobbio: 20 brani per più di due ore di live, alcune suonate con arrangiamenti particolari, altre fedelissime all’originale, un’ottima band e due parole sul lago. Ed è bastata questa semplicità per un bellissimo concerto.

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