Dal Vado all’Ostiamare passando per la Caratese. Quante storie dalla Serie D

Di Sandro Bocchio
03 Maggio 2026
Se ne parla solo per l'elezione del successore di Gravina alla Figc, ma quest'anno i dilettanti hanno riportato in Serie C squadre storiche (in attesa del Savoia?)
Da sinistra, Lamberto Giannini, Prefetto di Roma, Roberto Gualtieri, Sindaco di Roma, Daniele De Rossi, Presidente di Ostiamare Calcio e Alessandro Onorato, Assessore ai grandi eventi, turismo e moda di Roma Capitale, durante la conferenza stampa di presentazione di Daniele De Rossi, nuovo presidente di Ostiamare in Ostia
Da sinistra, Lamberto Giannini, Prefetto di Roma, Roberto Gualtieri, Sindaco di Roma, Daniele De Rossi, Presidente di Ostiamare Calcio e Alessandro Onorato, Assessore ai grandi eventi, turismo e moda di Roma Capitale, durante la conferenza stampa di presentazione di Daniele De Rossi, nuovo presidente dell'Ostiamare, il 25 gennaio 2025 (foto Ansa)

Della Serie D ci si ricorda, quando va bene, all’elezione del presidente della Federcalcio. Un argomento tornato d’attualità dopo le dimissioni di Gabriele Gravina e in vista dell’appuntamento del 22 giugno, quando si voterà per scegliere il successore. Con il suo 34 per cento la Lega Nazionale Dilettanti “pesa” ampiamente più di tutti sul numero dei delegati. Un dato spesso contestato da chi, in Italia, detiene le leve del calcio, a cominciare dalla Lega Serie A, ma ogni tentativo di cambiare la situazione si è rivelato velleitario. E per questo occorre intessere con sapienza le alleanze, come sta facendo fatto Giovanni Malagò, che si è assicurato l’appoggio di Assoallenatori e Assocalciatori, dopo quello della Serie A. Tre componenti che gli garantiscono una solida base da cui contrastare Giancarlo Abete, presidente della Lnd e suo avversario alla successione di Gravina.

Come è grande la Serie D

La Serie D, parlando di calcio giocato, è un amplissimo territorio. Nove gironi per un totale di 162 squadre a coprire quasi tutta l’Italia. Quest’anno mancava la sola Valle d’Aosta, poi si andava dall’estremo nord dell’Obermais, di Maia Alta di Merano, fino al profondo sud del Ragusa. Un campionato che ha espresso quasi tutti i verdetti, con squadre al doppio salto di categoria (Barletta) o che hanno dominato: la Scafatese, promossa con sei turni di anticipo, cui si è aggiunto il basket, che ha riportato la città in Serie A dopo un solo anno.

Il ritorno in Serie C del Vado e quel: «Ma è gol?»

Poi tante storie da raccontare, come quella del Vado, che mancava dalla Serie C dal 1948. Una squadra culto per gli amanti delle statistiche: il suo nome apre l’albo d’oro della Coppa Italia, organizzata per la prima volta nel 1922, anno della divisione tra grandi e piccoli club. I primi vogliono un campionato meno elefantiaco e confluiscono nella Confederazione calcistica italiana, i secondi restano nella Figc. Si dà vita a due tornei, con Pro Vercelli e Novese rispettivi campioni, e la Federcalcio tenta di attirare le big organizzando proprio la Coppa Italia. Tentativo vano: aderiscono solo le società della Figc, il Vado vince la finale del 16 luglio.

Batte ai supplementari l’Udinese con una rete del 17enne Felice Levratto. Un tiro dai 20 metri così potente da fare un buco nella rete: la palla rimbalza sulla Torre di Scolta e torna in campo. Secondo le ricostruzioni dell’epoca Cantarutti, terzino dell’Udinese, chiede: «Ma è gol?». Il portiere Lodolo replica, in friulano: «Al è passât e al à fat la bus!» («Il pallone è passato e ha bucato la rete»). Da lì, al soprannome di ‘“sfondareti”, il passo è breve per l’attaccante, poi punto di forza del Genoa.

La Folgore Caratese di Criscitiello e l’Ostiamare di De Rossi

Anche la Folgore Caratese mancava in C dal 1948. A inizio anni Novanta diventa famosa con Moreno Torricelli, passato dalla Serie D alla titolarità sulla fascia destra con la Juventus e la Nazionale. Roby Baggio lo chiama “Geppetto” perché, per mantenersi, da dilettante faceva il carpentiere. Altri tempi: ora i grandi club – ma non solo – non pescano neppure in Serie B. La Caratese è tornata tra le grandi sotto la presidenza di Michele Criscitiello, proprietario dal 2016 e giornalista calcistico spesso divisivo, ma cui va dato il merito di aver saputo costruire un piccolo impero: informativo e sportivo. Sportitalia non è solo un punto di riferimento per molti telespettatori, dà anche il nome allo stadio (Sportitalia Arena) e al centro sportivo polivalente (Sportitalia Village) avuto in concessione dal Comune.

Presidente insolito anche per l’Ostiamare, ma qui c’è di mezzo il cuore. Domenica 26 aprile Daniele De Rossi ha pianto in diretta tv dopo la sconfitta del Genoa con il Como. Bruciava il risultato, ma era salvezza pressoché acquisita. Le lacrime erano per la squadra di cui è presidente e proprietario dal gennaio 2025, quando decide di dare una mano concreta al luogo in cui era cresciuto da bambino. De Rossi è stato esonerato a settembre dalla Roma (che lo sostituisce con Ivan Juric, tanto per capirci: cacciato anche lui, passaggio in Premier e Southampton accompagno alla retrocessione), una decisione che ancor brucia. Si butta nella nuova avventura con entusiasmo: «Progetto ambizioso, ma non impossibile. Possiamo diventare il terzo polo di Roma, come fu la Lodigiani. E vogliamo fare crescere i giovani: più pallone, meno PlayStation». Compiuta la prima missione, molti confidano che riesca anche nella seconda, visto lo stato del calcio italiano.

Le cinque promozioni di Paolo Indiani

Vicenda singolare è quella di Paolo Indiani, 72 anni il prossimo 20 luglio, toscano di Certaldo come Luciano Spalletti. Non si è quasi mai mosso dalla sua regione, tolto un biennio tra Crotone, Perugia e Foligno. E qui ha conquistato ben 15 promozioni, di cui cinque in Serie C: la prima con la Rondinella, seconda squadra di Firenze, nel 1999, le altre dal 2022 a oggi con San Donato Tavarnelle, Arezzo, Livorno e Grosseto, l’ultima. Quando allena la Rondinella vince il campionato con il neo 18enne Andrea Barzagli in difesa. Punta sui giovani con idee chiare: «Se Lamine Yamal fosse nato in Italia lo avrebbero mandato in Primavera a irrobustirsi, altro che titolare a 16 anni. Questa è la mentalità da cambiare».

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La risurrezione del Treviso e i verdetti che mancano

Infine il Treviso, ancora una volta risorto dalle ceneri. Nel 2006 conquista una prima promozione in Serie A che ricorda la medaglia d’oro 2002 nello short track di Steven Bradbury: cadono tutti, l’australiano arriva primo. I veneti in quell’anno sono quinti, ma il Genoa (primo) è declassato all’ultimo posto per una combine mentre il Torino, vincitore dei playoff, è fatto fuori per gravi inadempienze finanziarie. Come il Perugia, battuto in quello spareggio. Porte aperte al Treviso, che dura un anno in Serie A, dove chiude al penultimo posto solo per la penalizzazione della Juventus, caduta in B per la vicenda Calciopoli. Negli successivi viene ricordato più per i guai economici che per i risultati: escluso nel 2009 e nel 2013, fallito nel 2019, con ripartenza dalla Promozione. Ora una stagione da ricordare, vent’anni dopo quella Serie A.

La Serie D attende ancora gli ultimi due verdetti. In testa ai rispettivi gironi ci sono Desenzano – alla ricerca della prima volta in C e allenato da Marco Gaburro, che insegue la quinta promozione come Indiani – e il Savoia, dove l’azionista di riferimento è proprio un Savoia: Emanuele Filiberto, entrato a fine 2022. Soprattutto riaccoglie, dopo 68 anni, il Foggia. Lontanissimi i fasti del presidente Pasquale Casillo, che aveva dato fiducia alle idee di Zdenek Zeman: promozione in Serie A nel 1991 e poi tre stagioni di un calcio alieno, fatto di zona pura, fuorigioco altissimo e tanto divertimento per i tifosi, con tre ampie salvezze. È arrivata una retrocessione che sarebbe stata da ultimo posto, visto che i pugliesi sono finiti solo davanti alle strapenalizzate Siracusa e Trapani. E il futuro si aggrappa all’illusione di un possibile, quanto complicato, ripescaggio.

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