Và dove ti porta l’autobus

Dopo la mattanza di Tangentopoli e il rinascimento “drogato” del capoluogo partenopeo, la tegola di un’inchiesta che minaccia di travolgere la Bassolino&brothers

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Per tentare di venire a capo del problema Napoli ci sarebbe voluto un santo. E a onor del vero l’uomo che dopo la carneficina di Tangentopoli regge indisturbato le sorti della metropoli partenopea un po’ delle caratteristiche ce l’ha. È un uomo di miracoli, Antonio Bassolino. Uomo di moltiplicazione di pani e di pesci in presenza di un dissesto finanziario pregresso del Comune che non gli permetterebbe di spendere neppure una lira oltre l’ordinaria amministrazione, non prima di aver soddisfatto i circa mille miliardi di crediti vantati dai ventimila creditori del Comune. Invece che t’inventa? Ad inizio del suo mandato i fondi del “G7”, con i quali dare una bella verniciata alla parte più in vista della città; più di recente, nel ’96, i Buoni Ordinari comunali, trecento miliardi reperiti sul mercato inglese ed americano, con i quali realizzare un rinnovamento del parco autobus, assolutamente obsoleto. Ultimamente – e questo davvero farà testo nella procedura di canonizzazione in corso – sarebbero centinaia le persone disposte a testimoniare di averlo visto materializzarsi contemporaneamente in due luoghi diversi, grazie a un raro dono dell’ubiquità che gli consente di reggere contemporaneamente le sorti di Palazzo San Giacomo e del Ministero del Lavoro, impresa non riuscita nemmeno all’infaticabile Pierluigi Bersani, nominato ministro mentre capeggiava la giunta dell’Emilia Romagna e subito dimessosi. Ma l’ultima volta la bilocazione non ha funzionato. Era a Roma e si sarebbe voluto godere l’accordo appena sancito per i metalmeccanici, che è arrivata da Napoli la notizia del blitz della Procura: 27 arresti per l’irregolare acquisto di autobus, in barba alle normative a tutela degli handicappati, e con un forte sentore di combine fra le ditte aggiudicatarie, la società Profin, che ha fatto da intermediaria ben pagata, e il consiglio di amministrazione dell’Anm (Società napoletana di mobilità) che nella fattispecie – secondo l’accusa – avrebbe brillato per “immobilità” e accondiscendenza a una spartizione già definita in sede non istituzionale. E si dà il caso che gli amministratori dell’Anm finiti in galera siano tutti stati indicati da Bassolino in persona. Bassolino non si trova, è a Roma; “sono tutti docenti, professionisti onesti e galantuomini”, si affretta a dire il vicesindaco Marone. Magari onesti, ma quanto meno un po’ sprovveduti se – a quanto pare – hanno conferito ben 20 miliardi alla società Profin per gestire tutta l’aggiudicazione (alla Bredamenarinibus, all’Iveco, alla Orlandi-Sicca, alle Officine Dambus e alla Tecnobus) e di questa somma – per più della metà – non se ne ha traccia alcuna, tanto da alimentare il comprensibile sospetto degli inquirenti che siano stati costituiti robusti fondi neri. Ma se i contorni della combine e l’eventuale erogazione di tangenti è tutta da dimostrare, è la portata politica dell’operazione che infligge un duro colpo all’immagine del sindaco-ministro. Innanzitutto l’inchiesta è scattata da una denuncia del comitato dei creditori del Comune, che vede il vizio già in premessa: se il Comune si va a finanziare con una sofisticata operazione di prestito i primi a beneficiarne avrebbero dovuto essere loro, e non altri. C’è poi la palese non convenienza delle condizioni strappate per l’acquisizione dei Boc. E c’è il mancato utilizzo di una parte di essi che crea ulteriore diseconomia. E c’è in ultimo, non meno odiosa, la forte sensazione di una attenzione più puntuale alle ragioni delle ditte interessate a vendere i nuovi autobus, che non a quelle dei portatori di handicap, tutelati da una normativa bellamente ignorata. Un grande smacco anche per la stampa napoletana, tutta sulle posizioni del monocolore bassoliniano imperante in città. Persino il Corriere della Sera nel varare il Corriere del Mezzogiorno, edizione napoletana del quotidiano milanese, aveva pensato bene di “bilanciare” la direzione affidata a un bravo collega come Marco De Marco, ex vicedirettore dell’Unità, con un vice di segno “diverso”, il fratello del più stretto collaboratore di D’Alema, Antonello Velardi, altro collega validissimo, ma dal colore politico insospettabile.

C’è chi accusava Agostino Cordova di essere strabico. Accusa fondata, per via del fatto che non sai mai quando l’ex procuratore di Palmi ti guarda davvero in faccia o meno. Ma chi intendeva riferirsi a qualcosa di diverso dal lieve difetto di vista del “mastino” è stato smentito: in quel senso niente strabismo dalla Procura di Napoli, a quanto pare. È arrivato il momento anche per sapere che cosa si nasconde dietro la propaganda bassoliniana.

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