Usa, la battaglia dei farmacisti contro la legge che li costringe a vendere pillole abortive

Il caso di tre attività dello stato di Washington arriva davanti alla Corte suprema. Con il supporto di 43 parlamentari e diverse associazioni di categoria

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Per capire cosa può succedere a una famiglia e alla sua attività commerciale quando la libertà religiosa e di coscienza viene negata dalla legge, bisogna seguire il caso di Greg Stormans, farmacista americano residente a Olympia, nello stato di Washington, che martedì ha concesso un’intervista alla Catholic News Agency (Cna).

IL RIFIUTO. «Crediamo che la vita sia preziosa e che cominci dal concepimento. Vogliamo promuovere la vita e la vera salute, non la morte né nient’altro che sia in contrasto con le nostre convinzioni». Per questa sua certezza, e per essersi rifiutato di obbedire al regolamento statale approvato nel 2007 che impedisce ai farmacisti l’esercizio dell’obiezione di coscienza rispetto a farmaci abortivi come la “pillola del giorno dopo” o la EllaOne dei “cinque giorni dopo”, Greg e la sua famiglia hanno dovuto ridimensionare un’attività portata avanti per quattro generazioni e subire minacce e boicottaggi. Anziché abbassare le saracinesche della farmacia, gli Stormans però hanno scelto di dare battaglia per difendere la propria libertà, avviando un procedimento legale contro lo Stato di Washington.

LICENZIAMENTI. Fino al 2007, Greg Stormans aveva potuto rifiutarsi di vendere le pillole che «uccidono il feto» senza temere conseguenze, anche perché nel raggio di cinque miglia dalla sua farmacia ne operano altre trenta. Quando il regolamento è passato, Washington è diventato il primo Stato d’America a proibire ai farmacisti l’obiezione per motivi di coscienza o religiosi. Una “svolta” che per la famiglia Stormans ha avuto conseguenze molto concrete: boicottaggio e calo delle vendite del 30 per cento. Così Greg è stato costretto a licenziare il 10 per cento dei dipendenti: «Mi ricordo di essermi sentito addosso il peso del mondo, sapendo che avremmo dovuto fare a meno di una parte del nostro personale che è come una famiglia per noi e che lavorava per noi da anni». Commosso, l’uomo ha raccontato alla Cna che alcuni dei dipendenti lasciati a casa «hanno detto di non sapere come avrebbero pagato il mutuo o la bolletta dell’elettricità. È stata durissima».

«COME GIACOBBE». Stormans è un «fervente cattolico», come scrive la Cna, e di fronte a questa dura prova dice di essersi sentito «come Giacobbe che combatte contro il Signore». «A volte ero risentito e chiedevo: “Perché capita a noi?” (…) portavo un grande peso per le persone che lavoravano con me» e «mi stavo trasformando nella persona che non volevo essere». È stata la preghiera a salvare la sua fede e la sua battaglia, facendogli capire che «Dio non ci dà queste cose per darci pene inutili ma per farci crescere, perché “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”».

LE PROSSIME TAPPE. Lo scorso luglio una corte d’appello dello stato ha ribaltato la sentenza di primo grado che aveva temporaneamente sospeso la norma. Ma decisi a proseguire, all’inizio del 2016 Stormans e altri due farmacisti hanno fatto ricorso alla Corte suprema degli Stati Uniti che il 15 aprile dovrebbe decidere se occuparsi del caso. Al massimo organo della giustizia americana sono giunte 14 memorie a favore dell’obiezione di coscienza, firmate tra gli altri da 43 membri del Congresso e soprattutto dall’American Pharmacists Association, insieme ad altre organizzazioni del settore. L’avvocato che segue il caso, Kristen K. Waggoner, dell’Alliance Defending Freedom, si è detta ottimista. «In America siamo benedetti per il fatto di poter praticare la nostra fede», spiega Stormans, ma «ora la nostra libertà religiosa viene erosa e non possiamo stare fermi e lasciare che questo accada. Più permettiamo che lo Stato calpesti la nostra libertà, più sarà difficile vivere la nostra fede».

Foto Ansa


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