Con le loro unioni gay, Bondi e Galan promettono a noi medioevali un futuro di diritti e felicità

Dietro la retorica e le gag, appare un po’ codina la rapidità con cui l’ala liberal del Pdl ha deciso di adottare un’agenda altrui. Agenda cui bisogna adeguarsi per “stare al passo con la modernità”

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L’ala cosiddetta “liberal” del Pdl si fa applaudire in questi giorni su tutti i media per una proposta di legge sulle “coppie gay”. E affinché il servizio reso al mainstream sia inteso anche oltre le colonne d’Ercolino della politica italiana, si fa applaudire per il deposito in Parlamento italiano di un ddl col titolo in inglese.

E bravi i simpatici Sandro Bondi e Giancarlo Galan, Mara Carfagna e Stefania Prestigiacomo, Gabriella Giammanco e Laura Ravetto, che ci tengono a far sapere agli italiani progrediti e anglofoni che non tutti, nel centrodestra, la pensano come quella brubru cattolica di Eugenia Roccella o – direbbe la nostra amica Paola Concia sposata in Francoforte con Ricarda Trautmann – come certi “maschilisti medioevali”.
Naturalmente sembra facile l’accodarsi hollywoodiano alla retorica del “progresso” e alla canzoncina dei 14 paesi d’Occidente che, “mentre l’Italia è indietro”, hanno già parificato matrimonio e famiglia gay al matrimonio e famiglia di un uomo e una donna.

In realtà, dietro la retorica e le gag, quello che non suona del tutto originale e, anzi, un po’ codino, è la rapidità con cui, così, di punto in bianco, senza troppe discussioni interne al partito, l’anima cosiddetta “liberal” è spuntata fuori e ha esploso il suo assenso a un’agenda che fino ad oggi è stata patrimonio indiscusso della sinistra liberal.
Per dire, Galan ha presentato il ddl pro “gay and lesbian partnership” addirittura come strumento di “diritto alla felicità”. Cosa che, evidentemente, rischia di suggerire agli elettori di centrodestra sin qui accoppiati maschilisticamente e medievalmente una felice rincorsa agli amori omo, saffici e, già che ci sono, liberal doc.

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