Una domenica a Messa. Finalmente

Hanno ragione papa Francesco e don Giussani a ricordarci che la Chiesa è comunità contro il rischio di una fede solo individuale

coronavirus messa

Caro direttore, scusa se ritorno sul tema della celebrazione popolare della S. Messa, a cui Tempi ha dedicato già molto spazio. Ci ritorno perché credo che le conseguenze educative negative del divieto, imposto dalle autorità civili, non hanno finito di mietere danni. Mi spiego, partendo, però, dalla mia esperienza personale positiva.

Lunedì 18 maggio sono tornato, senza sentimentalismi, a partecipare legalmente ad una Messa cattolica (nelle due domeniche precedenti mi ero avvalso di una sorta di obiezione di coscienza). In quella occasione, mi sono tornate in mente le parole del Servo di Dio don Luigi Giussani, scritte nel libro Una presenza che cambia (Bur) a pagina 367. Alla domanda “dov’è Cristo?”, don Giussani così rispondeva:

«Cristo è nella realtà di una compagnia di gente che si riunisce perché l’unico motivo che hanno, l’unico movente è che Cristo è tra di loro. Se si mettono insieme, Cristo è tra di loro, nel senso letterale del termine. Il sacramento dell’Eucarestia è un segno di questo».

Partecipare fisicamente alla S. Messa, quindi, non è un momento “rituale” a cui il cristiano cattolico è obbligato almeno la domenica (e quindi non è un optional), ma è lo “stare” direttamente con Cristo, come sono stati con Gesù Maria (sorella di Marta), Zaccheo, la Samaritana, Lazzaro, la vedova di Naim, Simone quando Cristo gli ha guarito la suocera, e così via.

Stare con Cristo, dunque. Lo ha confermato, soprattutto in questo periodo, papa Francesco in varie occasioni nelle omelie pronunciate durante le messe in Santa Marta.  Nell’omelia del 17 aprile (“La familiarità con il Signore”), il Santo Padre ha detto:

«Questa familiarità con il Signore, dei cristiani, è sempre comunitaria. Sì, è intima, è personale ma in comunità. Una familiarità senza comunità, una familiarità senza il Pane, una familiarità senza la Chiesa, senza il popolo, senza i sacramenti è pericolosa. Può diventare una familiarità – diciamo – gnostica, una familiarità per me soltanto, staccata dal popolo di Dio. La familiarità degli apostoli con il Signore sempre era comunitaria, sempre era a tavola, segno della comunità. Sempre era con il Sacramento, con il Pane».

L’omelia del 7 maggio è stata intitolata “Essere cristiani è appartenere al popolo di Dio” ed il titolo dice già tutto. «Il cristianesimo non è un’élite di gente scelta per la verità… il cristianesimo è appartenenza ad un popolo, a un popolo scelto da Dio gratuitamente». Ecco, queste parole di Francesco e di don Giussani mi hanno aiutato molto, personalmente, a vivere la lunga penitenza di due mesi, che i legami “virtuali” sono riusciti solo in parte a consolare. Solo la certezza circa la presenza costante di Cristo risorto ha potuto far sopportare una altrimenti inspiegabile lontananza dalla presenza fisica di Cristo.

Ma, dicevo, permangono conseguenze negative circa quanto accaduto. Ho saputo, per esempio, che alcuni parroci della mia città si sono lamentati del fatto che il governo abbia autorizzato “troppo presto” la celebrazione popolare della S. Messa, perché si sarebbe dovuto attendere il rischio zero, che, peraltro, non ci sarà mai, perché la vita è sempre piena di rischi. E ancora: mi hanno riferito che alcuni parroci, su richiesta di alcuni fedeli, hanno continuato a trasmettere via Facebook una Messa anche dopo il 18 maggio. Sono episodi che mi preoccupano molto, perché sono l’indice di una grave sottovalutazione del forzato allontanamento dalla presenza fisica da Gesù. Non appare esagerato, a questo proposito, il riferimento fatto da papa Francesco al pericolo di “gnosi” insito nella separazione tra fede cristiana e presenza fisica di Cristo nella comunità e nell’Eucarestia. Come non appare esagerato parlare di “protestantizzazione” della fede ridotta ad un rapporto con Dio solo individuale, senza la presenza carnale della comunità intorno all’Eucarestia. Educativamente parlando, quindi, mi sembra che i due mesi di digiuno eucaristico portino con sé ulteriori pericoli di confusione in tanti fedeli e, anche, in alcuni sacerdoti, che sembrano pensare che, tutto sommato, si possa fare a meno dei sacramenti. Confusione che si aggiunge ad altre confusioni già esistenti.

Caro direttore, permettimi un’ultima osservazione. Quando, il 18 maggio, sono tornato a Messa ed ho visto come il popolo di Dio era stato sistemato, insieme alla gioia per quella presenza, non ho potuto non chiedermi: ma tutto ciò non poteva già avvenire due mesi fa? Già due mesi fa si poteva permettere la S. Messa con i fedeli muniti di mascherina, alla distanza di un metro, con l’obbligo di disinfettare le mani. Perché il governo ci ha messo ben due mesi a stendere un protocollo che poteva scrivere, con un po’ di buona volontà, in 24 ore? È stata solo incapacità? Ho qualche dubbio.

Ma ora, soprattutto, prevalga le positività di potere accostarci fisicamente a Gesù. E la responsabilità di spiegare ai fedeli laici la permanente verità della presenza cattolica.

Peppino Zola

Foto Ansa