Una causa, nessuna, centomila

Un caso, tra le centinaia documentabili in Italia, di cosa comporti una giustizia civile allo sfascio: un imprenditore edile, in causa da quasi 10 anni per un credito di 1 miliardo nei confronti dell’Iri (azienda statale), si ritrova debitore dello stato per 1 miliardo di tasse, con l’azienda distrutta e costretto allo sciopero della fame, incatenato in piazza Montecitorio, per ottenere quanto gli spetta

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Da quindici giorni sta facendo lo sciopero della fame, incatenato con sua moglie davanti a Montecitorio. Del suo tristissimo caso ha inondato di memorie i deputati della Repubblica. Ha pure bussato alla porta del ministro di Grazia e Giustizia. I politici gli hanno risposto con diverse interrogazioni parlamentari. Il ministro Diliberto con ben due richieste di chiarimento presso la Procura di Roma (nella persona del Gip Terranova) titolare dell’inchiesta che lo riguiarda. Il cittadino finito triturato dentro una incredibile vicenda di assenza di giustizia si chiama Massimo Tomeo, imprenditore edile di Vasto, Molise. La sua storia incomincia a cavallo tra il 1990 e il 1991, quando l’azienda di cui è titolare, la Roche Sas, stipula due contratti d’appalto con un’impresa Iri, la Morteo Costruzioni, per la realizzazione di due palazzine a Nettuno, in provincia di Roma. I lavori vengono completati regolarmente, ma la Morteo Costruzioni dopo un primo pagamento in corso d’opera di circa 1 miliardo e 300 milioni, decide di non saldare il resto che, da quanto regolarmente fatturato e contabilizzato, ammonta a oltre 2 miliardi di lire (2.082.502.000 più Iva). Ma l’azienda dell’Iri incamera lo stesso le palazzine e, dopo averle vendute, avvia pure una causa civile contro La Roche.

Passano gli anni, la Morteo prima si fonde e poi viene incorporata dalla Valim, una società liquidatrice dell’Iri. Nel novembre del ’96, dopo numerose proteste, Tomeo riesce a ottenere un incontro nella sede della Valim alla presenza dei responsabili dell’Iri e dell’Iritecna. In quest’occasione viene riscontrato un importo certo dovuto alla Roche di 1 miliardo e 760 milioni, più altri 200 milioni da verificare. I responsabili Iri spiegano a Tomeo che, considerata la causa in corso e la situazione della sua azienda pressata dai debiti, è meglio che accetti la loro offerta: 450 milioni. Passano ancora dei mesi e dopo gesti di protesta plateale davanti alla sede Iri, all’inizio del ’97 si arriva a un incontro tra le parti per definire un accordo. I tecnici e avvocati presenti stabiliscono che, attraverso un complesso giro contabile con lettere attestanti inesistenti opere di mediazione e l’intervento anche di altre società estranee alla vicenda, vengano saldati i debiti di Tomeo per un ammontare di circa 900 milioni. Stanco dei ricatti l’imprenditore molisano sporge denuncia. Nel frattempo si scoprono le ragioni delle acrobazie contabili: nonostante i responsabili delle società Iri sostenessero di non dover più nulla alla Roche, in realtà i pagamenti erano stati messi in bilancio. La vicenda finisce davanti al Tribunale penale di Roma, che però archivia tutto perché “la notizia di reato è infondata”. La Cassazione però dà ragione al Tomeo, annulla la sentenza di archiviazione “in fatto e in diritto” e rinvia a giudizio i responsabili. “Il che – spiega a Tempi Massimo Tomeo – comporterebbe il saldo immediato di quanto dovuto. Da allora però la causa giace in tribunale senza che il magistrato proceda. Temo che si voglia arrivare a giugno quando l’Iri verrà chiusa definitivamente e con essa ogni ulteriore pendenza. Nella mia situazione credo vi siano centinaia di aziende che hanno lavorato con l’Iri”. Così ora Tomeo si trova nella curiosa situazione di creditore di1 miliardo nei confronti dell’Iri e debitore nei confronti dello stato (proprietario dell’Iri) di circa 1 miliardo per tasse e interessi non pagati in conseguenza delle mancate riscossioni. L’azienda (che dava lavoro a 170 dipendenti) è ormai in via di fallimento e, nel caso non riuscisse ad ottenere il dovuto, Tomeo rischia di vedersi pignorare la casa in cui vive con la sua famiglia e quella dei suoceri, che illusi della giustizia italiana, avevano socorso il familiare con delle fideiussioni bancarie.

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