Un vino per Chesterton e il comun’oste

Enogastronomia politica

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Oddio, paragonare Vissani ad un giullare (Benigni), mi sembra irreverente quanto basta per confermare che solo in Italia si può tranquillamente dileggiare un cuoco per il sol fatto che fa un mestiere apparentemente non importante, almeno quanto un giornalista o un avvocato. Tutti mangiamo almeno due volte giorno, tutti siamo tenuti a dir la nostra su una materia, l’enogastronomia, che nel Bel Paese va trattata col sorriso del folklore.

Non so chi celi la sigla G.K.C, che la scorsa settimana ha vergato una doglianza sulle mie citazioni vissaniane: credo si tratti di un ghiottone, guardingo dal frequentare i festival dell’Unità perché in qualche stand offrono ancora da mangiare i bambini alla griglia. Egli stesso, nell’infanzia, dev’esser stato morsicato da qualche comunista – ci giurerei – sulla grassottella chiappa di destra. Sonno della ragione per sonno della ragione, caro direttore, non posso omologarmi alla schiera di coloro che dileggiano Vissani (prezzemolo, vivaddio, e non rucola) solo perché ha un amico che fa il presidente del Consiglio o occupa spazi su giornali e tivù. E perché mai la mia dovrebbe essere una “distrazione enogastronomica”? Vissani è un grande, talmente grande che nel limite del possibile è consigliabile una “forchettata culturale” dalle parti di Baschi: un posto che equivale, per prezzo e qualità, a qualsiasi altro ristorante francese “stellato”. A G.K.C. voglio allora dedicare un vino rosso (se non s’offende): il Mesolone ’96 di Barni di Brusnengo (Biella). Ha un carattere aggressivo, ma non opprimente, è un vino importante, ma va bene a tutto pasto. Una curiosità. Come una cena da Vissani, come lo scoprire che il mangiare e il bere sono segno d’Altro, anche se in cucina – chissenefrega, ucci, ucci – c’è un comun’oste.

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