Giudice inglese ordina a una disabile di abortire (poi la sentenza viene ribaltata)

Il tribunale di Londra aveva stabilito che una ragazza con un ritardo mentale doveva interrompere la gravidanza. Contro il suo volere, quello della nonna e dell’assistente sociale, perché «questo è il suo best interest». La corte d’appello ha ribaltato la sentenza, ma il passaggio dal diritto al dovere di abortire resta inquietante

Il 21 giugno il giudice Nathalie Lieven aveva deciso presso la Court of Protection di Londra che una ragazza che soffre di un ritardo mentale doveva abortire. Contro il volere della ragazza stessa, della sua mamma, che era disposta a crescere il nipotino, e dell’assistente sociale che la seguiva da anni. Perché? Perché secondo il giudice Lieven alla ragazza «piacerebbe avere un bambino esattamente come le piacerebbe avere una bella bambola» e «soffrirebbe di più a vederlo sottratto» dalla sua custodia, dal momento che «a quello stadio», cioè una volta nato, «sarebbe un bambino vero». Soluzione? Il bambino, come valesse meno di una bambola, doveva essere eliminato.

Ieri tre giudici della Corte d’appello, dopo il ricorso della madre della ragazza, hanno ribaltato la sentenza, permettendo alla giovane di portare avanti la gravidanza. Le motivazioni non sono ancora state rese note. Il legale della difesa, John McKendrick, parlando davanti alla corte, ha spiegato che la concezione di «best interest» del giudice Lieven era completamente «sbagliata» e che «in questo caso è evidente che abbiamo una giovane donna che desidera avere un bambino». Nonostante il (temporaneo) lieto fine, il passaggio dal diritto al dovere di abortire merita di essere analizzato fin dal principio.

LA RAGAZZA VUOLE IL SUO BAMBINO

Ma che hanno fatto i disabili ai giudici britannici? Dopo l’ecatombe dei bambini in pancia con la trisomia 21, i Charlie Gard, gli Alfie Evans, gli Isaiah Haastrup uccisi nel loro «best interest», adesso abbiamo i bambini uccisi nel «best interest» delle madri disabili. Una madre come quella trascinata in tribunale alla 22esima settimana di gravidanza. La ragazza è seguita dal servizio sanitario, le è stato diagnosticato un disturbo dell’apprendimento, ha più di vent’anni ma ha la capacità mentale di una studentessa delle elementari (dai 6 ai 9 anni, scrivono i giornali inglesi) e vuole tenere il bambino. La sua mamma, nigeriana, esperienze ostetriche alle spalle, è pronta a crescere il bambino. Entrambe sono cattoliche e contrarie all’aborto. A supportarle, alcuni avvocati e l’assistente sociale che segue la famiglia.

MEGLIO UN ABORTO DI UN AFFIDO

Ma il desiderio di accogliere questo bambino vale poco, anzi non vale nulla rispetto alla preoccupazione dei medici del trust del servizio sanitario, i quali insistono che l’aborto sarebbe un fatto molto meno traumatico per una madre rispetto a non poterlo crescere. Sono stati loro a richiedere al tribunale di poter procedere con un aborto, sentiti i quali il giudice Lieven si è detta d’accordo. Si tratta di una decisione «enorme», le testimonianze ascoltate sono state «strazianti». Tuttavia la giudice non crede che la nonna possa prendersi cura sia della figlia che del nipote ed è convinta che un affido o un’adozione sarebbero contrari agli interessi della ragazza.

DA LIBERA SCELTA A COSTRIZIONE

Dettagli sulla vicenda, il procedimento giudiziario e pronunciamenti del giudice sono stati resi noti da un portavoce della corte e restituiscono un capolavoro di contorsioni logiche (anche della stessa linea portante del Mental Capacity Act del 2005 che regola i poteri della Court of Protection e che afferma che per quanto è possibilmente corrispondente ai suoi migliori interessi, i desideri di una persona protetta dovrebbero essere presi in considerazione e rispettati). «Sono assolutamente consapevole del fatto che per uno Stato ordinare a una donna di avere un aborto quando lei sembra contraria, sia un’immensa intrusione», ha detto il giudice. Tuttavia «devo operare nel [suo] migliore interesse, non in base alle opinioni della società in merito all’aborto». «Sebbene sia reale [per la donna], non ha un bambino fuori dal suo corpo, che può toccare». Eppure è proprio a sostegno dell’aborto come scelta libera e priva di costrizioni che Lieven si è più volte espressa in favore delle interruzioni di gravidanza, parlando di tortura e violazione dei diritti umani quando attaccava legislazioni “restrittive” in materia come quelle dell’Irlanda del Nord.

NON C’È NESSUN BAMBINO DISABILE

Qualcosa non torna se anche i gruppi abortisti hanno invitato a non utilizzare questo caso «per attaccare il diritto di scelta di una donna. Una donna su tre avrà un aborto nel Regno Unito per molte, molte ragioni individuali, e non dovremmo minare l’aborto libero, sicuro e legale basandoci su un caso difficile», ha detto Kerry Abel, presidente della campagna Abortion Rights. Secondo la legge del 1967, gli aborti possono essere eseguiti solo fino alla 24esima settimana di gravidanza, oltre solo in caso di grave rischio per la vita della donna o se c’è il rischio che nasca un bambino gravemente disabile (affermazione contro cui si è pronunciata nel 2001 la Commissione per i diritti dei disabili definendola discriminatoria e «offensiva per molte persone»).

Ma nel caso della ragazza inglese non c’è alcun pericolo di vita, né tantomeno un bambino disabile. C’è una mamma a cui è stato diagnosticato un disturbo dell’apprendimento «moderatamente grave» e un disturbo dell’umore, ciò che i professionisti della salute utilizzano per descrivere in generale tutti i tipi di depressione e disturbi bipolari. Tanto basta per il giudice per mettere in dubbio il fatto che la ragazza sappia cosa significhi avere un bambino. Non solo. Secondo Lieven, «le circostanze del concepimento sono poco chiare» ed è stata avviata una indagine della polizia.

VESCOVI CONTRO LA FAVOLA DEL «BEST INTEREST»

La Conferenza episcopale dell’Inghilterra e del Galles ha condannato duramente la decisione della corte: «Costringere una donna ad abortire contro la sua volontà, e quella della sua famiglia, viola i suoi diritti umani, per non parlare del diritto del suo bambino non ancora nato di vivere in una famiglia che si è impegnata a prendersi cura di questo bambino», ha dichiarato il vescovo John Sherrington. «Questo caso, di cui non abbiamo tutte le informazioni disponibili, solleva serie domande sul significato di “best interest” quando un paziente manca di capacità mentale ed è soggetto alla decisione della corte contro la sua volontà». Nel Regno Unito, culla dei bambini “non voluti” (sono oltre 200 mila le interruzioni di gravidanza registrate nel 2018) il destino dei bambini “voluti” torna quindi ad incocciare nell’accanimento tanatologico dei tribunali e della fine iscritta nella subdola favoletta del «best interest» del malato. Fortunatamente la corte d’appello ha fermato questa follia, ma il “trend” rimane.

IL GIUDICE «RETTO SUL SERIO» E LA RAGAZZINA DOWN

«È lecito eliminare una vita umana per risolvere un problema?», ha tuonato il Papa un mese fa al convegno promosso dal dicastero per i Laici, la famiglia e la vita sul tema “Yes to life! La cura del prezioso dono della vita nelle istituzioni di fragilità”. «Non è lecito. Mai, mai eliminare una vita umana né affittare un sicario per risolvere un problema. L’aborto non è mai la risposta che le donne e le famiglie cercano». E qui Francesco ha citato un episodio capitato quando era vescovo a Buenos Aires:

«C’era una ragazzina di 15 anni down che è rimasta incinta e i genitori erano andati dal giudice per chiedere il permesso di abortire. Il giudice, un uomo retto sul serio, ha studiato la cosa e ha detto: “Voglio interrogare la bambina”. “Ma è down, non capisce…”. “No no, che venga”. È andata la ragazzina quindicenne, si è seduta lì, ha incominciato a parlare con il giudice e lui le ha detto: “Ma tu sai cosa ti succede?”. “Sì, sono malata…”. “Ah, e com’è la tua malattia?”. “Mi hanno detto che ho dentro un animale che mi mangia lo stomaco, e per questo devono fare un intervento”. “No, tu non hai un verme che ti mangia lo stomaco. Tu sai cos’hai lì? Un bambino!”. E la ragazza down ha fatto: “Oh, che bello!”: così. Con questo, il giudice non ha autorizzato l’aborto. La mamma lo vuole. Sono passati gli anni. È nata una bambina. Ha studiato, è cresciuta, è diventata avvocato. Quella bambina, dal momento che ha capito la sua storia perché gliel’hanno raccontata, ogni giorno di compleanno chiamava il giudice per ringraziarlo per il dono della nascita. Le cose della vita. Il giudice è morto e adesso lei è diventata promotore di giustizia. Ma guarda che cosa bella! L’aborto non è mai la risposta che le donne e le famiglie cercano».

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