Un banco per i nnuovi poveri

Sette milioni di indigenti e molti non sono extracomunitari
o barboni, ma famiglie, vecchi e gente disoccupata del Sud. Ritratto dei nuovi poveri censiti dall’annuale rapporto Istat, incontrati e aiutati dalla Fondazione Banco Alimentare. Mentre lo Stato spreca parole e risorse, la risposta concreta della sussidiarietà

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Nulla di nuovo sotto il sole. Ancora una volta l’annuale rapporto Istat sulla povertà in Italia conferma quella che ormai non è certo una novità: nel Belpaese ci sono sempre più poveri. Sette milioni e 400mila quest’anno, un esercito delle cui schiere fanno parte ben l’11,8% delle nostre famiglie (per il 4,4% delle quali si parla di “povertà assoluta”), localizzati soprattutto nelle regioni del Sud. Incontriamo a Crema don Mauro Inzoli, presidente della Fondazione Banco Alimentare, in una delle rare pause della sua giornata, per tentare di dare un significato più concreto a questi numeri.

“Proprio l’altro giorno sono venuti a trovarmi marito e moglie che, avendomi ascoltato parlare al Maurizio Costanzo Show – dove ho detto che la stragrande maggioranza dei poveri in Italia oggi sono famiglie normali – si sono sentiti descritti dalle mie parole. Il marito lavora, la moglie no, hanno un figlio iscritto alla scuola superiore: non riescono a tirare la fine del mese. Quello che chiedono è almeno un intervento di sussistenza alimentare, perché anche questo tipo di spesa incide pesantemente sul budget familiare. È solo un esempio, per dire che il problema della povertà nell’immaginario della gente è associata al barbone, o all’accattone, piuttosto che alla persona rimasta sola e andata in rovina, mentre invece è sempre di più una condizione che colpisce la famiglia.

Del resto, man mano che la nostra società evolve, la forbice fra gente che avrà sempre di più e gente che avrà sempre di meno si allarga. Per questo riuscire a mantenere un tenore di vita medio è un’impresa difficile per un numero sempre più consistente di famiglie italiane. Il povero lo abbiamo probabilmente accanto alla porta di casa, anche se non lo vediamo, perché manca il coraggio per dichiarare la propria condizione di indigenza. Soprattutto nel caso di una famiglia con figli, ai quali non si può dare quello che normalmente ai ragazzi viene concesso, con tutti i problemi, anche dal punto di vista educativo, che ciò comporta.

Ma il vero motivo per cui in Italia non abbiamo l’esatta percezione del fenomeno povertà – che in altri paesi è molto più “visibile” – è legato soprattutto al ricco patrimonio della nostra società: queste persone non vengono lasciate sole, ma hanno sempre un punto di appoggio. Come il Banco Alimentare che, con un minimo di risorse economiche, riesce a portare un aiuto concreto e quotidiano a 800mila famiglie aiutando 5000 enti con 30mila tonnellate di generi alimentari (e il numero sta crescendo in maniera esponenziale se si considera che, solo l’anno scorso, le persone aiutate erano 600mila e gli enti 4000). Eppure le istituzioni non favoriscono affatto lo sviluppo di realtà come queste. Tutto quello che fa lo Stato, attraverso il Ministero della Solidarietà sociale (vedi l’ultimo proclama della ministra Livia Turco che promette 1000 miliardi per aiutare le famiglie povere, ndr) e il Ministero degli Interni, è predisporre risorse che normalmente si perdono nella burocrazia, nell’attivazione di indagini e di uffici, così che la macchina statale finisce per rimangiarsi moltissimo di quanto viene stanziato.

Nel frattempo, solo per fare un esempio, su 16 capoluoghi di provincia in cui il Banco è attivo, in pochi casi è riuscito a trovare gli spazi adeguati per svolgere la propria attività, anche se ve ne sono di sfitti e abbandonati, in particolare di Enti pubblici. Né abbiamo ancora ottenuto alcun riconoscimento economico da parte dello Stato.

Quello che si sta muovendo è solo al livello di enti regionali e comunali, come le convenzioni fatte con la Regione Friuli Venezia Giulia e con la Regione Marche o l’azione “Pane per i profughi”, in cui la Regione Lombardia ha messo a disposizione alcune centinaia di milioni per l’acquisto di generi alimentari da portare ai profughi della guerra in Kosovo, o ancora l’accordo col Comune di Milano, che ha stanziato una cifra modesta – 40 milioni – per l’assistenza ai poveri.

La strada è questa e si chiama principio di sussidiarietà: lo Stato, o chi per esso, deve favorire in ogni modo chi intraprende iniziative a tutti i livelli all’interno della società. Bastano modeste somme di denaro quando ci si mette insieme… e poi con 10mila lire date al Banco, si possono distribuire generi alimentari pari quasi a 700mila lire: dunque 70 volte la somma investita, quasi nella linea evangelica…

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