Ultimo console italiano in Corea del Nord: «Non critichiamo il lancio del satellite, la popolazione ora è contenta»

«Gli esuli e i rifugiati parlano sempre male della Corea e non c’è da stupirsi». Intervista a Massimo Urbani, ultimo Console corrispondente del governo italiano a Pyongyang.

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Mercoledì scorso alle 10 di mattina locali la Corea del Nord ha lanciato «con successo» un razzo Unha-3 che ha centrato l’obiettivo di porre in orbita un satellite. Pyongyang ha affermato che si tratta di un lancio «pacifico» ma la comunità internazionale ha bollato come «fortemente provocatorio» il gesto perché viola le risoluzioni delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti, insieme agli altri paesi occidentali, ritengono che il lancio del satellite sia un modo per coprire test balistici di missili che possono raggiungere anche gli Usa. Ieri migliaia di persone hanno festeggiato l’evento in piazza Kim Il-sung a Pyongyang, congratulandosi con il “grande leader, compagno Kim Jong-un”, nuovo dittatore del paese e figlio di Kim Jong-il, scomparso nel dicembre scorso. Tempi.it ha intervistato Massimo Urbani, ultimo Console corrispondente del governo italiano a Pyongyang, che ha vissuto per dieci anni in Corea del Nord.

Perché la Corea del Nord ha scelto proprio questo momento per lanciare il razzo? La Comunità internazionale e anche il suo unico alleato, la Cina, avevano sconsigliato di farlo.
Come dico sempre, non basta una vita per conoscere noi stessi, la stessa cosa vale per il popolo nordcoreano. Io dieci giorni fa mi trovavo a Pyongyang dagli amici coreani. Qualunque cosa facciano, loro vogliono solo due cose: la riunificazione della nazione e la denuclearizzazione della penisola. Il lancio di quello che, lo voglio ricordare, era solo un satellite sta a significare “ci siamo anche noi, vogliamo che il mondo riconosca il nostro paese”. Noi purtroppo penalizziamo sempre questa gente, qualunque cosa facciano li condanniamo, li guardiamo con rancore, ma così non si può andare avanti.

Scusi Urbani, esistono però delle risoluzioni dell’Onu che vietano alla Corea del Nord di lanciare razzi.
Qualunque cosa facciano i coreani, violano sempre qualche punto, qualche regola. Chiediamoci: perché i bambini coreani da grande vogliono tutti fare i soldati? Perché il paese è in guerra da 60 anni. Io sono stato nella Repubblica democratica popolare di Corea 10 anni della mia vita e ora l’Italia ha aperto a Pyongyang una associazione. E posso dirle che loro adorano gli italiani, dopo cinque anni ho visto una nazione completamente cambiata, ho instaurato rapporti che ci permetteranno di andare lì con imprenditori a mettere su delle aziende. Questo è l’atteggiamento giusto verso di loro: dopo 60 anni non possiamo continuare a dire che mangiano i bambini.

Secondo calcoli compiuti dalla Corea del Sud, nel 2012 la Corea del Nord ha speso 3,2 miliardi di dollari per il programma missilistico e nucleare. Con gli stessi soldi invece avrebbero potuto comprare razioni di cibo per la popolazione, che versa in condizioni di povertà estreme.
Non è vero, lo stato della popolazione è molto migliorato: la popolazione vive in Corea del Nord senza preoccupazioni, magari alcuni senza scarpe, ma vivono e sono contenti. Sono persone normali, come noi.

Kim Jong-un ha deciso di proseguire il programma missilistico del padre Kim Jong-il, scomparso un anno fa. Ci sono stati cambiamenti durante quest’anno?
Moltissimi. Anni fa, ad esempio, non si poteva parlare di riunificazione, oggi invece ne parlano tutti. Kim Jong-un è un leader di 27 anni e non si può certo dire che un giovane a quella età non sia aperto mentalmente. Con Kim Jong-un sta cambiando molto: lo stato della popolazione è migliorato, il tenore di vita è molto diverso da quello di 15 o 16 anni fa. È indubbio che la Repubblica democratica popolare di Corea sia avviata verso lo sviluppo, magari lento ma inesorabile. L’uomo del resto va sempre avanti: anni fa c’è stata la guerra e ora non può che esserci la pace. Io sono certo che nel breve periodo la Corea sarà riunificata.

Quali sono gli ostacoli più grandi alla riunificazione delle due Coree?
Sono paesi come gli Stati Uniti che non vogliono la riunificazione, i coreani invece sono un popolo straordinario. A ostacolare la riunificazione sono le persone che parlano della Corea senza conoscerla e non c’è odio peggiore dell’ignoranza contro il sapere.

Certo non è semplice ottenere informazioni dalla Corea del Nord.
Noi dobbiamo andare a vedere la Corea: non bisogna aspettarsi di andare a vedere le prigioni o le installazioni militari. Lei lo sa che in piazza sono state tolte le immagini di Marx e Lenin? La Corea sta cambiando.

Però restano dei problemi. I dissidenti che fuoriescono dalla Corea del Nord parlano di una popolazione povera, raccontano dei gulag…
Gli esuli e i rifugiati parlano sempre male della Corea e non c’è da stupirsi. Quando è morto Kim Jong-il e tutta la popolazione in piazza piangeva, tutti hanno detto che erano obbligati. E invece piangevano davvero perché erano davvero legati a Kim Jong-il, che ha fatto parte delle loro vite per tanto tempo. Mi ricordo una volta che mi trovavo al mausoleo dove è posta la salma di Kim Jong-il, quella è volta è venuto un signore a portare i fiori al leader. Lo faceva proprio come noi andiamo in chiesa. E io domenica scorsa, mi può credere o no, ma le assicuro che nessuno mi obbliga a dire queste cose, io ho assistito alla Messa a Pyongyang.

Come si può aiutare la riunificazione della Corea secondo lei?
Instaurando rapporti normali ed equilibrati, corretti e armonici, con il governo nordcoreano, senza dirgli quello che devono fare. Ad esempio: se lei va in Corea del Nord, il telefonino lo deve lasciare prima di entrare nel paese. Sì, ma poi glielo ridanno. Loro hanno questa fissa. Una volta sono andato in Corea con un romano, lui non ha voluto lasciarglielo, è stato chiuso tre giorni in albergo, non l’hanno fatto uscire, e poi l’hanno rimandato indietro con l’aereo. Non possiamo noi andare a dire a loro che cosa devono o non devono fare. Se hanno delle regole, dobbiamo rispettarle. Io non voglio fare la lode della dittatura, ma adesso abbiamo aperto degli uffici a Pyongyang, in pieno centro e non nell’enclave straniera. Questo è un grande cambiamento e io voglio portare delle imprese che vengano lì a lavorare con i nordcoreani. Così possiamo aiutarli: se costruiamo assieme a loro.

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