Ucraina. Si dimette il ministro dell’Economia: «Il nuovo sistema è più corrotto di quello vecchio»

Due anni dopo l’Euromaidan, che ha portato alla cacciata di Yanukovich, l’Ucraina si ritrova ad affrontare vecchi problemi: economia, guerra civile e riforma costituzionale

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«I nuovi sono peggio dei vecchi». Con queste parole ieri il ministro ucraino dell’Economia Aivaras Abromavicius (nella foto) si è dimesso dall’esecutivo guidato da Petro Poroshenko. Uno dei politici più stimati dalla comunità internazionale ha abbandonato l’incarico principale del governo denunciando l’eccessiva corruzione e le troppe pressioni ricevute da amici del presidente.
Poco più di due anni dopo l’Euromaidan, che ha portato alla cacciata di Viktor Yanukovich, l’Ucraina si ritrova così ad affrontare vecchi problemi. Corruzione e pessima gestione del potere all’interno del governo, infatti, erano due delle principali accuse rivolte all’ex presidente troppo vicino alla Russia.

L’UOMO DELLA SALVEZZA. Abromavicius è un banchiere e politico lituano, naturalizzato ucraino, e nominato ministro nel 2014 con il benestare di tutti i governi che appoggiano Kiev contro la Russia. Convinto sostenitore dell’austerity e dei «tagli radicali», è stato definito l’anno scorso come «l’uomo che può salvare l’Ucraina». Evidentemente non è così, ma è per tutte le aspettative che lo circondavano che nove ambasciatori occidentali hanno firmato ieri un comunicato congiunto nel quale si dicono «estremamente contrariati dalle sue dimissioni».

«NON SONO UNA MARIONETTA». Nello specifico, Abromavicius ha dichiarato ai reporter locali che importanti alleati del presidente Poroshenko gli hanno fatto eccessive pressioni per nominare a capo delle più importanti imprese statali «persone non qualificate». «Abbiamo imparato a gestire le resistenze del vecchio sistema, ma alcune delle persone che compongono il nuovo sistema sono molto peggio dei vecchi». «Né io, né il mio team abbiamo alcuna intenzione di coprire un sistema di aperta corruzione o di diventare marionette di coloro che vogliono mettere le mani sui soldi dello Stato».

LE MANI SUL GAS. «Non andrò a parlare dei nostri successi a Davos», la città svizzera che ha appena ospitato l’incontro annuale del Forum economico mondiale, ha aggiunto, «sapendo che allo stesso tempo vengono conclusi accordi alle mie spalle per favorire certa gente». Come spiega il Washington Post, il riferimento poi esplicitato è all’imprenditore e politico Ihor Kononenko, importante alleato del presidente Poroshenko, che ha cercato di far nominare come vicepresidenti del dicastero dell’Economia personaggi non qualificati, che però avrebbero avuto il compito importante di controllare la compagnia energetica di bandiera Nak Neftegaz.
Kononenko, vicepresidente del partito guidato da Poroshenko, è già stato accusato in passato di aver distratto fondi dalle casse pubbliche. Lui, che ha sempre respinto al mittente le accuse, ha commentato così le dimissioni del ministro: «Cerca solo di dare la colpa a qualcun altro per i problemi che non è riuscito a risolvere». Anche il predecessore di Abromavicius si era dimesso per lo stesso motivo.

RIFORMA COSTITUZIONALE. Oltre all’economia (il Pil è crollato del 10,4 per cento nel 2015), resta il problema della guerra civile. Gli scontri con le forze separatiste situate nell’est del paese vanno scemando, ma secondo gli accordi firmati a Minsk nel febbraio del 2015, i ribelli deporranno le armi solo quando Kiev approverà una riforma costituzionale che preveda più autonomia per le regioni separatiste di Donetsk e Luhansk. In questo momento è Poroshenko che si trova in violazione del Minsk II: ha infatti presentato una legge di riforma costituzionale, che garantisce poca autonomia rispetto alle richieste federali di Mosca, ma non ha ottenuto ugualmente i due terzi dei consensi necessari in Parlamento per essere approvata. Se la riforma, che sarà ripresentata a breve, non otterrà un voto favorevole, si rischiano le elezioni parlamentari anticipate nel paese, come chiesto in modo insistente dall’ex primo ministro Yulia Timoshenko.

Foto Ansa


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