Tutti pazzi per i Black Keys. Chi saranno i prossimi?

Ancora una volta, nulla di nuovo, ma l’ennesimo, onesto per carità, ricicciamento di canoni già sentiti da decenni

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Ci risiamo. L’eterna ricerca mediatica e giornalistica su chi possa risollevare le sorti del rock, che alcuni esperti insistono a ritenere finito sulle ceneri dei gloriosi anni ’60 e ’70, si è rimessa in moto e da Nashville, ecco arrivare, per riempire le pagine degli spettacoli dei quotidiani, dopo aver riempito i locali italiani dove si sono prodotti in apprezzati concerti, il duo rock dei Black Keys. Oddio, tanto nuovi non sono: in campo da poco meno di una decina d’anni, propongono, con alterna fortuna (sono un fenomeno in America, ma la promozione non si era spinta mai oltre l’oceano Atlantico), un misto di rock blues che (senti un po’) si ricollega direttamente alle atmosfere delle icone del genere: dai blues singer metropolitani alla Marvin Gaye e Curtis Mayfield ai riff chitarristici, presi identici dalla schiera di gruppi che battezzarono, ben quarant’anni fa, la “British invasion” a partire dai Rolling Stones, passando dai Police e dai Clash. Quindi, ancora una volta, nulla di nuovo, ma l’ennesimo, onesto per carità, ricicciamento di canoni già sentiti da decenni ai quali operare un riverniciatura, neanche troppo ostentata.

Con il loro nuovo album, uscito all’inizio del dicembre 2011, “El camino”, i Black Keys, si stanno affermando, anche a livello di vendite, in Europa. E forse non è un caso: infatti ascoltando i brani che formano questo lavoro, non si può non riesumare le atmosfere del glam rock britannico, di cui Marc Bolan e i suoi T.Rex furono splendide icone (ascoltate “Lonely boy”, please): rock essenziale, riff sporchi ed elementari, ma soprattutto una batteria assolutamente clonata dagli Sweet, da Gary Glitter, dai Mud, dagli Slade e dal primo David Bowie. Il suono è grezzo, un garage rock, sostenuto dalle chitarre di Dan Auerbach e dal socio batterista Patrick Carney, con impercettibili spolverate di tastiere e da garruli cori. Un quasi esplicito tributo al rock che fu (e che ancora è) dei Doors e dei Led Zeppelin, con le dovute proporzioni, che arriva al plagio, non si sa quanto voluto, di Stairway to Heaven, capolavoro assoluto di Plant & co.

Insomma, ancora una volta, si cammina avanti, guardando indietro. E allora mi domando e vi domando perché perdere tempo e soldi (per chi i cd li compra ancora) per questi onesti e simpatici prodotti, e non usarli meglio, andando a riascoltare, riassaporandoli, i grandi titoli del catalogo originale del rock, magari facendo “proselitismo”, guidando i nostri figli o i nostri amici, nel percorso musicale (pieno di contraddizioni, s’intende) degli inarrivabili eroi, che cambiarono, già cinquant’anni fa, la musica popolare?

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