Trump o Harris? A decidere sarà l’economia (percepita)
La realtà e la sua percezione dormono da tempo in stanze separate. Anche la temperatura percepita ha preso il sopravvento su quella misurata in gradi. Il meccanismo si applica anche per la condizione economica, che ciascuno sente in via di miglioramento o peggioramento non in base a fattori misurabili, ma secondo altre metriche oggettivamente inafferrabili, ma anche antropologicamente più interessanti. Il confronto con gli altri, ad esempio.
Donald Trump ha capito meglio di chiunque altro questo meccanismo ed è diventato così l’eroe della classe media impoverita, del “forgotten man” deindustrializzato, delle persone avviate verso il benessere che poi sono state tradite dalla globalizzazione, che ha rimandato l’ascensore sociale verso il basso. Le frustrazioni economiche hanno stradominato la campagna elettorale. I sondaggi dicono che per gli americani la questione economica è quella decisiva, prima di aborto e immigrazione, e anche quest’ultima viene proposta – soprattutto da Trump – in chiave economica, non di sicurezza. Ma gli americani stanno davvero peggio di prima?
Crescita sopra le stime, fiducia sotto i tacchi
La realtà dice no, la percezione dice sì. I dati del terzo trimestre dell’anno sono positivi oltre ogni aspettativa. L’economia cresce al 2,8 per cento (un po’ al di sopra della stima degli economisti), la disoccupazione è al 4,1 per cento (il dato migliore negli ultimi due anni) e soprattutto l’inflazione si sta rapidamente riducendo, segno che si sta verificando la rara circostanza in cui l’inflazione decresce senza una recessione. E in tutto questo va tenuto conto che i due recenti uragani – Milton ed Helena – hanno frenato gli indicatori, che sarebbero ancora migliori di così.
La percezione degli americani, però, non è affatto buona. Il livello di fiducia nella situazione economica è timidamente cresciuto da quando l’inflazione ha preso a calare, ma è lontanissimo dai livelli in cui era l’ultima volta che l’economia ha avuto performance così buone. Un osservatorio sui consumatori della University of Michigan misura l’andamento del sentimento rispetto all’economia. Fra il 2022 e il 2023 è caduto più in basso del momento più buio della pandemia, perfino più giù della crisi finanziaria del 2008 e della conseguente Grande Recessione, quando la disoccupazione ha superato il 10 per cento. Quando Trump dice che l’America è uno “stato fallito” o il “bidone della spazzatura del mondo” incontra un uditorio convinto che le cose stiano andando a scatafascio, anche se i dati dicono l’opposto. Com’è possibile? Un altro scherzo della percezione.
Questione di posizione (in classifica)
Una spiegazione va cercata nel confronto con gli altri. Gli americani (e in generale gli esseri umani, diciamolo) tendono sempre di più a non guardare la propria condizione in termini assoluti, ma rispetto a quella di altri, seguendo una logica competitiva che si nutre di passioni come l’invidia sociale e il risentimento. Il caso di scuola di questa competizione elettorale è quello dei maschi bianchi senza laurea, gruppo che ha una pessima percezione della propria condizione e che non a caso è l’ossatura dell’elettorato di Trump. Dagli anni Ottanta a oggi le condizioni di vita di questo gruppo sono leggermente migliorate in termini di ricchezza reale e potere d’acquisto, ma se lo si paragona ad altri gruppi è precipitato nella classifica delle identità economiche svantaggiate.
Nel 1980 il reddito medio degli uomini bianchi senza laurea era del 7 per cento più alto della media nazionale, ma soprattutto era di oltre il 20 per cento superiore a quella dei maschi neri e latinos senza laurea. Oggi la situazione è rovesciata: i bianchi sono 10 punti percentuali sotto al reddito medio, mentre le minoranze etniche (a parità di livello di istruzione) sono poco al di sotto della media. Afroamericani e ispanici hanno migliorato la propria posizione economica rispetto ai bianchi, che, pur avendo mantenuto intatto il proprio potere d’acquisto, si sono sentiti scavalcati da minoranze storicamente percepite come più povere e marginalizzate.
La logica della competizione
Insomma, gli americani bianchi non hanno attraversato un peggioramento della condizione economica, ma una crisi di status. E non l’hanno presa bene. «State meglio di come stavate quattro anni fa?», era la domanda che Ronald Reagan suggeriva agli elettori di farsi prima di andare a votare. Oggi risponderebbero: «Meglio rispetto a chi?».
Questo meccanismo fatto di competizione e rimostranze, in fondo non dissimile dalla guerra identitaria che si consuma nei campus dominati dal pensiero woke, illustra anche una concezione antropologica che è ampiamente in azione in questa campagna elettorale. L’altro è innanzitutto un competitor, un avversario con cui misurarsi, un oppositore su cui primeggiare, uno che è pronto a rubarci il lavoro, ad “avvelenare il sangue” degli americani – come dice Trump – un infido sgambettatore che ci sottrae ciò che ci spetta, non un alleato assieme al quale costruire. Questa è la percezione che vince, mentre la realtà dice altro.
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