La politica di Trump nei Balcani mette a rischio la fragile unità della Bosnia
L’evento più mediatico del trentesimo anniversario della firma europea degli accordi di Dayton, che posero fine alla guerra di Bosnia (1992-95), non è il messaggio congiunto con cui il 13 dicembre l’Alto rappresentante per la politica estera della Unione Europea Kaja Kallas e il commissario per l’Allargamento Marta Kos hanno ricordato che a mantenere sui binari gli accordi che ebbero la firma cerimoniale delle parti a Parigi il 14 dicembre 1995 sono i 1.500 uomini dell’operazione militare a guida Ue Eufor Althea.
Ha prodotto molta più sensazione l’annuncio che Jared Kushner ha fatto il 15 dicembre, e cioè che aveva deciso di ritirarsi dal progetto di costruzione di un grande complesso residenziale con hotel di lusso incorporato nel cuore di Belgrado, firmato nel febbraio dell’anno scorso dalla sua società di capitale privato Affinity con il governo serbo. Il gesto potrebbe arginare le critiche di quanti sostengono che la nuova politica balcanica dell’amministrazione Trump – culminata alla fine di ottobre nell’annullamento delle sanzioni americane contro l’allora presidente della Repubblica Serba (Rs, l’entità politica che insieme alla Federazione croato-musulmana forma lo stato di Bosnia-Erzegovina) Milorad Dodik e altri dirigenti locali – è fondata esclusivamente su interessi privati, mette in discussione il fragile assetto regionale mediato trent’anni fa dagli Usa e quindi pone a repentaglio la stabilità dei Balcani.
Ma non mette a tacere quanti la criticano con motivazioni politiche, vedendovi un cedimento agli interessi russi nell’ottica di un grande accordo fra Washington e Mosca che destabilizzerebbe questa come altre aree europee.
Trump cancella le sanzioni a Dodik
Dopo che il 29 ottobre scorso Dodik, i suoi familiari e altri dirigenti della Rs sono stati cancellati dalla lista dei sanzionati presso il Treasury’s Office of Foreign Assets Control americano, nella quale erano stati inseriti con executive order prima di Barack Obama (2017) e poi di Joe Biden (2022) come punizione per iniziative politiche che mettevano in discussione gli accordi di Dayton, i critici del provvedimento di Trump lo hanno spiegato come un cedimento a logiche lobbistiche, privo di intendimenti strategici.
All’indomani dell’elezione di Donald Trump, il sanzionato Dodik ha contrattualizzato lobbisti americani e attivato contatti con persone vicine al nuovo presidente per ottenere una revisione dei provvedimenti a lui ostili. Le società a cui i serbi di Bosnia si sono affidati sono la Zell & Associates International Advocates, la RRB Strategies di Rod Blagojevich, l’ex governatore democratico dell’Illinois condannato per corruzione nel 2011 e graziato da Trump nel 2020, la filo-repubblicana Stokes Strategies, la Tactic Coc, la Mo Strategies e la Becker & Poliakoff (queste ultime due in unico contratto).
Le personalità vicine a Trump che più si sono battute per la rimozione delle sanzioni sono l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani e la lobbista della destra cristiana Laura Loomer. Ha scritto sdegnato il Financial Times:
«La decisione è una dimostrazione emblematica della diplomazia trumpiana a sostegno dei nazionalisti di destra: offre una nuova prospettiva sul suo approccio transazionale alla politica estera, in cui personaggi come Dodik, alleato del presidente russo Vladimir Putin, possono influenzare la politica statunitense pronunciando le parole giuste e assumendo le persone giuste».

Nuove elezioni nella Repubblica Serba
Altri osservatori hanno fatto notare che le sanzioni non sono state cancellate in cambio di niente, ma dopo che Dodik si è dimesso da presidente della Rs e il suo parlamento ha annullato le leggi secessioniste che avevano portato alla comminazione delle sanzioni. Il motivo per cui Usa e Regno Unito hanno assunto provvedimenti contro il leader serbo e il suo entourage (cosa che non ha potuto fare l’Unione Europea, frenata dall’opposizione di Viktor Orban e da considerazioni relative alla sicurezza di Eufor Althea) è che nel corso degli anni i governi da lui presieduti (2010-18 e 2022-25) hanno approvato leggi di natura secessionista che andavano a corroborare sue ripetute dichiarazioni provocatorie nei confronti del governo federale di Sarajevo, dell’Alto rappresentante nominato dal Consiglio per l’attuazione della pace incaricato dell’attuazione degli accordi di Dayton e della Corte di Bosnia-Erzegovina, che nel febbraio scorso lo ha condannato a un anno di prigione con la condizionale e lo ha interdetto per sei anni dai pubblici uffici.
Il motivo era che nel giugno 2023 il parlamento della Rs aveva adottato una legge che sospendeva le sentenze della Corte costituzionale della Bosnia-Erzegovina e bloccava la pubblicazione delle decisioni dell’Alto rappresentante nella Gazzetta ufficiale, il che significava che non avrebbero avuto effetto nella Rs. Per reazione alla condanna di Dodik, il parlamento della Rs aveva poi adottato una legge che vietava alle autorità giudiziarie bosniache, alla polizia e ai servizi di sicurezza federali di esercitare la loro giurisdizione nella Rs.
I mandati di arresto contro Dodik non sono stati eseguiti nel timore di far precipitare una situazione molto tesa. La tensione si è sciolta quando il 29 settembre Dodik ha accettato di dimettersi e di pagare una multa in alternativa alla detenzione, e il 18 ottobre il parlamento della Rs ha abrogato tutte le leggi di natura secessionista che la Corte costituzionale della Bosnia-Erzegovina aveva dichiarato incostituzionali nel maggio di quest’anno. L’annullamento delle sanzioni da parte degli Usa è arrivato undici giorni dopo.
Il 2026 sarà cruciale per la Bosnia
I critici dell’amministrazione Trump insistono nel considerare come minimo prematura l’abrogazione delle sanzioni, perché Dodik e il suo partito (Snsd, Alleanza dei socialdemocratici indipendenti) insistono nell’attaccare l’Alto rappresentante Christian Schmidt (recentemente un esponente della Snsd che è anche ministro del Commercio estero nel governo nazionale, Staša Košarac, gli ha fatto dono di un elmetto militare nazista “eredità dei suoi antenati”) e nel perorare la causa dell’indipendenza della Rs e della sua potenziale riunificazione con la Serbia, e perché il posto di Dodik è stato preso da un altro esponente del suo partito.
Sta di fatto che il nuovo presidente, Siniša Karan, è stato scelto attraverso elezioni anticipate che si sono tenute il 23 novembre e ha vinto di misura (50,3 per cento dei voti contro il 48,3 del suo avversario) contro il candidato dell’opposizione Branko Blanuša, uno sconosciuto professore universitario che ha perso per soli 8.400 voti. A votare si sono recati solo il 35 per cento degli elettori iscritti per l’intuibile motivo che fra meno di un anno, cioè il 4 ottobre 2026, in Bosnia si terranno le elezioni sia nazionali che delle due entità, quella serba e quella croato-musulmana. Per il presidente della Rs si voterà di nuovo.

Il passo indietro di Kushner in Serbia
Sulle discussioni è piombata come un macigno la decisione del genero di Donald Trump di tirarsi fuori da un affare da 550 milioni di dollari che la stampa serba e il Guardian avevano rivelato nel novembre scorso: la trasformazione del sito del quartier generale delle forze armate serbe a Belgrado, distrutto da un bombardamento della Nato nel 1999, in un complesso residenziale comprendente un hotel di lusso e un museo.
La storia in realtà è venuta alla luce perché ai primi di novembre il parlamento di Belgrado ha votato una legge per velocizzare il processo di realizzazione del progetto, ostacolato dall’esistenza di un vincolo di tutela della sovrintendenza ai beni culturali. Il 15 dicembre l’ufficio del procuratore per la criminalità organizzata ha reso noto che l’inchiesta avviata nel maggio scorso circa la presentazione di documenti falsi che disconoscevano il vincolo esistente sull’area si era conclusa con l’incriminazione del ministro della Cultura Nikola Selakovic e di tre suoi collaboratori. Immediatamente dopo Jared Kushner annunciava di ritirarsi dal progetto.
Trump fa un favore a Putin nei Balcani?
Le critiche di natura politica alle mosse di Donald Trump nei Balcani si collegano ai contenuti espressi nella National Security Strategy e in una dichiarazione del maggio scorso del vicesegretario di Stato Christopher Landau riferita agli accordi di Dayton: «Non siamo interessati a imporre una visione di società che rifletta le preferenze di burocrati lontani e di minoranze di attivisti. Una politica espansiva all’infinito, senza moderazione e umiltà storica, diventa nemica della strategia e dell’arte di governare costituzionale».
I timori riguardano il fatto che la combinazione fra le decisioni circa la cessione di territori alla Russia nel contesto di un accordo di pace in Ucraina e il riavvicinamento americano ai nazionalisti serbi crei un contesto favorevole a quanti aspirano alla spartizione della Bosnia Erzegovina, stato disfunzionale che da trent’anni sopravvive solo grazie all’azione internazionale, fra Serbia e Croazia. Con tutta probabilità la denuncia degli accordi di Dayton aprirebbe un conflitto regionale che avvantaggerebbe Mosca e metterebbe in crisi l’Unione Europea.
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