Trentini è libero. Resterà ostaggio della stampa antimeloniana?
La notizia della liberazione di Alberto Trentini dovrebbe essere, semplicemente, una buona notizia. Per la sua famiglia, a cominciare dalla mamma, per chi ha lavorato in silenzio per riportarlo a casa, a cominciare dalla Farnesina sotto la guida del vicepremier Antonio Tajani, per un paese che ogni tanto dovrebbe unirsi per festeggiare. E invece no. Perché accanto alla gioia resta la macchia lasciata da una parte dei media italiani che, fino a quarantotto ore prima della liberazione, raccontavano tutt’altra storia. Una storia falsa, faziosa, costruita per colpire il governo e non per informare.
Il caso emblematico è l’articolo pubblicato da Domani e rilanciato con entusiasmo da Dagospia: “Quel pasticciaccio brutto di Giorgia Meloni sulla liberazione di Alberto Trentini”. Un titolo che oggi suona per quello che era già allora, ovvero un atto d’accusa senza prove, basato su «autorevoli fonti» mai verificabili, su ricostruzioni arbitrarie e su una lettura ideologica della politica estera italiana.
L’assurda tesi di “Domani”: Meloni doveva genuflettersi ai chavisti
Secondo Domani, la responsabilità del mancato rilascio del cooperante veneziano aveva «un nome e un cognome»: Giorgia Meloni. Colpevole di due “passi falsi”. Il primo aver definito legittimo l’intervento americano che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro. Il secondo aver osato telefonare a Maria Corina Machado, leader dell’opposizione democratica venezuelana nonché premio Nobel per la Pace 2025. In sostanza, la tesi era che Trentini fosse ancora in carcere perché l’Italia non si era abbastanza genuflessa davanti al regime chavista.
Una tesi che oggi, alla luce dei fatti, si sbriciola. Cosa che persino Enrico Mentana – non certo un uomo di destra, direttore di un telegiornale di proprietà di Urbano Cairo, patron di La7, la cui linea editoriale è nota – ha dovuto riconoscere dopo la liberazione:
«Una cosa è certa: senza la caduta di Maduro non ci sarebbe stata la liberazione di Alberto Trentini. Agli ultimi strenui sostenitori italiani del regime venezuelano l’arduo compito di spiegare perché Trentini e gli altri erano in cella senza accusa o processo».
Come si tratta con un regime
Trentini è stato liberato senza che Roma ritrattasse nulla, senza che Meloni chiedesse scusa alla presidente de facto ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, senza che l’Italia rinnegasse il sostegno all’opposizione venezuelana o prendesse le distanze dagli Stati Uniti. La realtà è molto più semplice e inutile alla propaganda: le trattative con un regime criminale sono complesse, opache, lente. E non seguono i tempi dei desiderata giornalistici dell’editore (e quello di Domani lo conosciamo), né quelli delle conferenze stampa, dove spesso le risposte di chi governa risultano comunque più comprensibili delle domande di certi iscritti all’Ordine, più attenti agli umori degli editori che ai fatti.
Ma per Domani e per Dagospia questo non bastava. Serviva un colpevole politico immediato, possibilmente a destra, possibilmente “filo-Trump”, possibilmente colpevole di non adottare la linea Zapatero-Sánchez, ovvero quella degli affari d’oro – lingotti, miniere, concessioni gestite dal figlio di Maduro, chiedere al povero Américo De Grazia –, del dialogo con i criminali e del silenzio sulle vittime, mai chiamate “prigionieri politici” dal governo di sinistra iberico. Poco importa se quel modello di rapina sistematica a vantaggio delle élite al potere ha prodotto, in Venezuela, solo più repressione, più prigionieri politici, più povertà e più diseguaglianza sociale.
Silenzio sui prigionieri politici che restano in carcere
C’è poi un dato che la stampa militante preferisce accuratamente evitare: i prigionieri politici liberati finora dal regime venezuelano sono circa una ventina, meno del 2 per cento di quelli tuttora detenuti arbitrariamente. La metà sono stranieri: cinque spagnoli e cinque italiani. Un dettaglio che racconta molto più di mille retroscena come il regime di Caracas usi gli stranieri come merce di scambio, come ostaggi diplomatici, mentre centinaia di famiglie venezuelane dormono da quattro giorni in condizioni disumane fuori dalle carceri, accampate nella speranza che la dittatura liberi i loro cari. Madri, mogli, figli che non interessano a nessun Domani, perché non servono a colpire il governo italiano.
Colpisce, rileggendo oggi quell’articolo, il tono quasi compiaciuto con cui si raccontava il “cinismo” del regime di Caracas che avrebbe “punito” Meloni tenendo Trentini in cella. Un cinismo descritto, ma mai davvero condannato. Come se il problema non fosse una dittatura che sequestra cooperanti stranieri e tiene migliaia di persone in carcere senza processo, ma il governo italiano che non si piega abbastanza a uno dei regimi più orrendi del pianeta – anche se non ai livelli dell’Iran, altro paese in cui, secondo certa stampa nostrana, la gioventù si farebbe ammazzare “per la crisi economica” e non perché non ne può più di quel feroce regime teocratico che considera le donne inferiori e gli omosessuali criminali da impiccare.
Chi chiederà scusa per l’abuso di Trentini a scopo ideologico?
Tornando a Trentini, ancora più grave è l’uso disinvolto delle persone coinvolte: la madre di Alberto citata come elemento emotivo, il cooperante trasformato in pedina di una polemica politica interna, la sua detenzione usata come clava contro Palazzo Chigi. Tutto lecito, a quanto pare, purché serva a dimostrare che “Meloni sbaglia”.
Ora Trentini è libero. E la domanda non è se Giorgia Meloni abbia vinto o perso una partita politica. La domanda è un’altra, molto più semplice e scomoda: adesso chi chiederà scusa per aver raccontato una storia che non stava in piedi? Chi ammetterà di aver costruito un teorema senza attendere i fatti? Chi riconosce che, ancora una volta, l’antimelonismo ha prevalso sul dovere di prudenza, verifica e misura? Probabilmente nessuno. Perché nel giornalismo militante italiano – preponderante e, grazie a Dio, sempre più osservato dall’estero – l’errore non esiste: esiste solo la prossima battaglia. Ma almeno una cosa è chiara. Alberto Trentini è tornato libero nonostante quei titoli e quei pezzi, non grazie alle loro presunte “analisi” e ai loro finti “scoop”. E questo, oggi, è un fatto. Tutto il resto è rumore.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!