Tornano i Chieftains, ma manca la festa

Il leggendario gruppo irlandese torna con “Voice of Ages”, disco dalle ricche collaborazioni ma che lascia l’amaro in bocca. Dove sono finite le loro tipiche atmosfere gioiose?

Dal 1962 gli irlandesi Chieftains sono l’icona della musica tradizionale irish, gli ambasciatori più prestigiosi che portano in giro per il mondo ballate commoventi e gighe frenetiche. Dalla metà degli anni 90 l’ensamble strumentale capitanato da Paddy Moloney ha prodotto travolgenti cd all’insegna del crossover con le collaborazioni dei protagonisti del rock e del pop: Van Morrison, Sting, Mark Knopfler, Tom Jones, Art Garfunkel, Joni Mitchell, Ry Cooder, Mick Jagger, sono solo alcuni dei nomi a cui si aggiungono il gotha del bluegrass americano, gli artisti europei, i giovani gruppi emergenti, i musicanti messicani. Tutto all’insegna della contaminazione. L’intento dei Chieftains è sempre stato uno solo: stringere amicizie, attraverso lo scrigno musicale della loro verde terra irlandese e confrontarsi con altre culture, lasciando che le note sprigionassero una festa interminabile che coinvolgesse gli stessi musicisti e gli ascoltatori in platea.

Purtroppo, il magico meccanismo non funziona nel loro ultimo lavoro, che celebra il mezzo secolo di attività del gruppo irlandese. E non perché si si sia lesinato sulle collaborazioni: c’è Bon Iver, giovane folk singer, ci sono i Decemberists, freschi e sinceri, c’è lo scozzese Paolo Nutini, c’è il “Jimi Hendrix” della cornamusa, il galiziano Carlos Núñez e altri interessanti ospiti, tenuti insieme dall’esperienza produttiva  di un “santone” della discografia mondiale, T-Bone Burnett. Gli artisti coinvolti non riescono a ricreare quel senso di festa e di gioia che contraddistingue i lavori dei Chieftains. Forse per un ricercato ed eccessivo minimalismo, per la perdita di spontaneità, necessaria all’alchimia generale e, soprattutto, per una certa ripetitività che diventa la palla al piede dei brani scelti.
Non che Voices of Ages – così s’intitola il cd – sia di scarsa qualità: si tratta comunque di un prodotto di grande professionismo ed eleganza, ma quel filo di delusione s’insinua tra i solchi (come si diceva all’epoca del vinile) e non ci abbandona, lasciandoci alla fine con po’ di amaro in bocca.