Torna alla Scala l’urlo di Wozzek

Il 29 ottobre torna alla Scala il capolavoro di Berg, ‘Wozzeck’ in una edizione di lusso

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Wozzeck ph Brescia e Amisano

Il 29 ottobre torna alla Scala il capolavoro di Berg, ‘Wozzeck’ in una edizione di lusso che debuttò nel 1997 con la direzione orchestrale del compianto Giuseppe Sinopoli. La regia è sempre quella di Jurgen Flimm, con scene, costumi e coreografia di Erich Wonder, Florence von Gerkan e Catharina Luhr. Sul podio Ingo Metzmacher. Tra i protagonisti, Michael Volle, Roberto Saccà, Rvarca Marbeth e Martian Knabe. Nella sala del Piermarini ‘Wozzeck’ e’ apparso nel 1952 (con Tito Gobbi; dir. Mitropulos); nel 1971 (Paolo Montarsolo; dir. Abbado); nel 1977 e nel 1979 (G. Sarabia; dir. Abbado).
E’ utile ricordare che Wozzeck ebbe la sua prima italiana al Teatro dell’Opera di Roma nel novembre 1942: dirigeva Tullio Serafin, era protagonista l’allora giovanissimo Tito Gobbi. Eravamo in guerra, alleati con i tedeschi, l’opera era vietata in Germania e in tutti i Paesi occupati perché ritenuta “degenerata” e proibita di fatto negli Stati Uniti perché considerata “un oltraggio al pudore” (arrivò al Metropolitan sono nel 1958). Non vogliamo fare facile retorica per dire come la messa in scena dell’opera a Roma nel 1942 volesse significare una presa di posizione “eretica”. Era soltanto il segno della grande attenzione che allora (anche a ragione della politica governativa, lo descrive bene il libro di Stefano Biguzzi “L’orchestra del Duce”, Utet 2003) riceveva la musica contemporanea. In effetti il capolavoro di Berg era inserito in una stagione dedicata alla musica allora da considerarsi contemporanea.

Al Teatro dell’Opera di Roma, però, non si presentava il capolavoro di Berg dal 2007 quando dopo trent’anni venne proposto ‘fuori abbonamento’ e con poco pubblico in sala (ma una buona esecuzione semiscenica è stata realizzata al Parco della Musica dall’Accademia di Santa Cecilia nel 2003). Eppure quella dell’Opera diRoma nel 2007 era una produzione che gareggiava efficacemente con quello di Jürgen Flimm che verrà riproposto alla Scala in ottobre-novembre e con quelle (memorabile) di Claude d’Anna gustato al Massimo Bellini di Catania nel 1996. Nettamente superiore a quanto a proposto a Palermo ed a Venezia nel primo decennio di questo secolo.

L’ultimo Wozzeck da me visto è al festival Unesco di Bucarest lo scorso settembre. Ho ragione di pensare, sulla base di una ricerca fatta su internet, che Wozzeck mancasse da diversi anni dall’Opera Nazionale di Bucarest, un bel teatro di medie dimensioni che ha raggiunto una buona qualità.

E’ da augurarsi che il Wozzeck proposto in versione di mise en éspace nella Sala Grande (4000 posti) del Palazzo dei Congressi di Bucarest preluda ad un ritorno di Wozzeck nel repertorio romeno. Mise en espace vuol dire che gli uomini erano in smoking (tranne il protagonista ed il capitano) e le donne in abito da sera. Ma sul boccascena, ed in un momento, anche in sala, non mancava la recitazione (e recitazione di alto livello). I 15 quadri della vicenda non sono divisi in tre atti ma costituiscono novanta minuti senza interruzione, come avverrà alla Scala. Come se si svolgessero in una scena unica; il coro (e le danze) nel quadro dell’osteria (quarto del secondo atto), restano fuori scena; il lago viene lasciato alla nostra immaginazione. Allestimento “povero” ma non banale in quanto nel clima quasi claustrofobico si accentua la parabola di Wozzeck in quanto discesa all’inferno in 15 velocissimi quadri (ciascuno con una sua forma musicale puntuale): l’orgoglio del buon soldato viene umiliato dal Capitano (in una suite in 5 parti); vende (o più crudemente affitta) il proprio corpo perché sia oggetto di esperimenti da parte del Dottore (a tempo di passacaglia); la sua donna (Marie) si fa sedurre dal Tamburmaggiore (in un trascinante rondò); nel piccolo ambiente della caserma e dintorni lo sanno tutti, tranne il più diretto interessato che se ne accorge poco a poco (scherzo e trio); e così via sino all’assassinio di Marie da parte di Wozzeck (in si naturale) ed al suicidio (in cui ad un’invenzione su un accordo segue un’invenzione su una tonalità).

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