Tiro Mancino per D’Alema

Terrazze romane

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Il presidente del Senato Nicola Mancino ha mangiato doverosamente freddo il piatto della vendetta, anche se per ragioni comprensibilissime di stile ha negato ai quattro venti di avere duramente criticato il presidente del consiglio Massimo D’Alema dalla tribuna del congresso del Ppi a rimini per ritorsione. Il fatto è che fu proprio D’Alema, cedendo alla linea di Walter Veltroni, succedutogli alla guida del partito diessino, a sbarrare nella primavera scorsa la candidatura di Mancino a presidente della Repubblica, alla scadenza del mandato di Oscar Luigi Scalfaro. Fu lui, in particolare, a prendere in mano ad un certo punto la matassa del Quirinale e a condurre un negoziato all’interno della maggioranza e fra la maggioranza e le opposizioni sulle candidature di Carlo Azeglio Ciampi e Rosa Russo Iervolino. Quando l’allora segretario del Ppi Franco Marini fu informato della preferenza espressa da Berlusconi per Ciampi e propose a D’Alema di riaprire le consultazioni facendo il nome di Mancino, pensando che l’autorevolezza della carica del presidente del Senato potesse giustificare la riapertura dei giochi, D’Alema rispose no, ben prima che un informato Mancino per orgoglio annunciasse la sua indisponibilità. Già allora il presidente del Senato pensò probabilmente che D’Alema, come avrebbe detto quattro mesi dopo a rimini, è un “asso pigliatutto”, che “comunica, presiede, si sostituisce, espropria funzioni, sentenzia, ammonisce”. Il tiro è stato mancino, di nome e di fatto.

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