Timor, la mattanza continua

A dieci giorni dal loro arrivo i Caschi blu controllano solo alcuni quartieri di Dili. E fuori dalla capitale di Timor Est continuano le scorribande di miliziani e militari indonesiani che massacrano civili e religiosi. Mentre sulle montagne i profughi, tagliati fuori da ogni aiuto, muoiono di fame e di malattia

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È toccato a padre Martins l’ingrato compito di confermare la notizia dell’uccisione dei sette missionari avvenuta domenica mattina a una trentina di chilometri a est di Dili. “Viaggiavano – spiegava padre Martins poche ore dopo l’accaduto – a bordo di un fuoristrada: suor Erminia, di nazionalità italiana e suor Celeste, timorese, entrambe canossiane; don Giacinto, due diaconi e due seminaristi, tutti timoresi. Stavano andando da Baucau a Los Talos, ma arrivati a Com sono stati attaccati e uccisi dai militari indonesiani”, raccontava sottolineando le responsabilità dell’esercito indonesiano che le aveva già scaricate sulle milizie anti-separatiste. “Purtroppo – continuava padre Martins – la loro morte è stata confermata anche dal nunzio apostolico che ha chiamato la madre superiore provinciale e il vescovo di Baucau, monsignor Basilio il quale, a sua volta ha confermato l’accaduto”. Tutto ciò non fa che confermare come, nonostante l’arrivo dei soldati dell’Onu, la situazione rimanga fuori controllo e per la popolazione la sicurezza sia ancora di là da venire.

L’Onu si è fermato a Dili Dalle informazioni diffuse dalle forze di pace internazionali dell’Unamet della città di Manatuto, dove sono giunti lunedì scorso, è rimasta in piedi solo la chiesa, per il resto è stata cancellata dalle cartine e dei suoi 15mila abitanti non si hanno notizie. A Baucau, città dove risiede il vescovo, lunedì la situazione era migliore, ma mancava luce e acqua e non più di due giorni prima era stato incendiato il palazzo delle telecomunicazioni anche se, essendo libera la strada che collega la città a Dili, si sperava di ripristinare acqua e luce in ventiquattr’ore.

L’enclave di Ecotzi, a Timor Ovest, è stata distrutta per il 75% e ridotta a un deserto con le case incendiate e la popolazione costretta alla fuga. A Odeldomo, vicino a Bogomaro dove c’è una base della resistenza, hanno trovato riparo 3mila rifugiati, ma da quanto affermato da fonti Onu non dispongono di viveri poiché ogni riserva alimentare è stata distrutta e incendiata dalle milizie e dall’esercito indonesiano e per ora le stesse forze dell’Unamet non sono nemmeno in grado di uscire da Dili in condizioni di sicurezza e di raggiungere i rifugiati sulle montagne non se ne parla nemmeno. Così al di fuori della capitale si continua a morire per mancanza di cibo e di cure.

Intanto si continuano a rinvenire corpi massacrati a testimonianza delle violenze subite dalla popolazione. Il portavoce dell’Unamet, David Wimhurst, ha assicurato che verranno condotte tutte le indagini necessarie a far chiarezza sui massacri scoperti in modo da presentare una relazione alla Croce rossa internazionale e portare i colpevoli di fronte a un tribunale internazionale. Nei giorni scorsi sono stati ritrovati otto corpi nel pozzo dell’abitazione di Manuel Carrascalao, un noto esponente del partito indipendentista il cui cadavere giaceva insieme agli altri, tre morti sono stati rinvenuti in una scuola di Becora e altri tre in una foresta delle vicinanze.

Gusmao a New York La situazione di confusione è aggravata dall’atteggiamento dell’esercito indonesiano che ha annunciato di voler completare il proprio ritiro nei prossimi giorni lasciando il compito di garantire la sicurezza tutto sulle spalle delle forze internazionali. In realtà, secondo gli accordi stipulati a maggio e quanto ribadito dai responsabili della missione Onu, fino a novembre l’esercito indonesiano dovrebbe garantire la sicurezza almeno in alcuni punti chiave di Dili, quale per esempio l’aeroporto. A questo proposito, mentre scriviamo, il leader indipendentista Xanana Gusmao nel corso dei suoi colloqui a New York alla sede delle Nazioni Unite, incontrerà anche il ministro degli Esteri indonesiano, Ali Alatas, per concordare il ritorno a Timor Est di quegli abitanti dell’isola, non legati alle forze paramilitari e agli anti-indipendentisti, ma che ugualmente, prima degli inizi degli scontri, prestavano servizio nella polizia e nell’esercito indonesiano e che ora potrebbero più di tutti aiutare a ristabilire quelle condizioni minime di sicurezza che al momento anche i Caschi blu sembrano assai lontani dal poter garantire.

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