Terrore all’emiliana

Il “triangolo della morte” e la guerra civile strisciante di chi, ancora negli anni ’70, aspettava il “momento buono” della rivoluzione

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Il “triangolo della morte” emiliano-romagnolo del 1945-1948 si può definire come l’applicazione in scala ridotta del “terrore rivoluzionario”. E se il peggio non accadde si deve all’energica azione di repressione della violenza intrapresa dal ministro degli Interni Mario Scelba e alla vittoria della Dc sul Fronte popolare alle elezioni del 18 aprile 1948. Per un biennio comunque alcune provincie emiliano romagnole (Modena, Reggio Emilia, Bologna) furono sconvolte dalla violenza politica e rimasero quasi completamente fuori del controllo dello stato. Dopo il 25 aprile del 1945 infatti la polizia partigiana, completamente egemonizzata dal Pci, rimase per molti mesi indisturbata padrona del campo. Alcune migliaia di “avversari di classe”, come si usava dire allora, furono prelevati dalle loro case, quasi sempre di notte, e sommariamente soppressi. Molti di quei corpi non furono mai più ritrovati. Tra di essi c’erano sicuramente molti fascisti, ma nel paese dei 36 milioni di baionette chi non lo era stato? In realtà pochissimi furono i gerarchi ad essere passati sommariamente per le armi: chi aveva davvero da temere si era nascosto o era fuggito per tempo. Per i comunisti che assassinavano fascista era il possidente terriero (emblematico lo sterminio della famiglia dei conti Manzoni a Lugo di Romagna), il sacerdote responsabile di inculcare “l’oppio dei popoli”(dal 25 aprile 1945 al 18 giugno 1946 ne vengono massacrati sedici), e anche i democristiani in seno ai Comitati di Liberazione Nazionale o partigiani di altra fede politica (in quel periodo ne vengono uccisi una decina tra cui il modenese Emilio Missere e il bolognese Luigi Zavattaro).

E poi le armi, a tonnellate, nascoste in depositi, oliate e pronte all’uso all’occorrenza rivoluzionaria. Chi scrive ricorda da bambino ancora agli inizi degli anni ’70, quando in vacanza sull’appennino modenese udiva il gracchiare di una mitragliatrice leggera tedesca che qualcuno voleva tenere in perfetta efficienza. L’episodio del carro armato nascosto nel film di don Camillo non è una boutade di Guareschi. Quale fosse il clima, lo dice il dirigente comunista Giorgio Amendola in un intervista degli anni ’70: “Soprattutto in Emilia e Toscana l’orientamento era quello dell’attesa dell’ora X. Bisognava difendere la libertà, conquistare comuni, aumentare il numero dei deputati ma per conquistare posizioni utili per il ‘momento buono'”.

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