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Terremoto. Va bene non dar la colpa a Dio, ma non si può gettare la croce sugli uomini

agosto 31, 2016 Redazione

È subito partita la caccia al “capro espiatorio”. Ma questo riflesso condizionato, dice il procuratore Carlo Nordio, è segno di «un mondo che ha perso il senso del sacro»

Dopo la commozione, le accuse. Sono i primi due passi dello schema giornalistico con cui si trattano le tragedie (il terzo, purtroppo, è l’oblio). Così è anche stavolta, e non è un bel vedere. L’argomento è delicato e occorre misurare le parole. Tutti i giornali riportano oggi le frasi del vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili che, nell’omelia ai funerali, ha detto che ad uccidere è stato «l’uomo, non il sisma» (così, nella sintesi dei titoli). Qui occorre intendersi. Certamente Pompili nella sua predica ha reagito alla vecchia accusa che è “colpa” di Dio se accadono simili tragedie. Correttamente il vescovo ha richiamato a mettere le cose nel giusto ordine, a evitare «sciacallaggi» e «querelle» fine a se stesse, ammonendo come sia compito di ogni uomo di buona volontà quello di preservare «la bellezza di cui siamo custodi». La frase sull’«uomo killer» (altra sintesi giornalistica), però, così enfatizzata ed estrapolata, rischia di essere utilizzata con finalità del certo del tutto estranee alle intenzioni di Pompili.

SENSO DEL SACRO. È già partita, infatti, la caccia al colpevole. Se non è di Dio, di chi è la colpa? Chi sono i responsabili di questa sciagura? A chi farla pagare? Purtroppo qui si ricade in un altro schema mentale tipico del giornalismo italiano che è l’individuazione del “capro espiatorio”. Bando alle sottigliezze e ai distinguo, “chi è colpevole paghi”, si dice sbrigativamente. Reazione emotiva comprensibile, ma pericolosa. Per questo ci pare utile riportare le opinioni del procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio che, ieri sul Messaggero e oggi con un’intervista al Giornale, ha pronunciato parole ponderate e ragionevoli.
«Dopo il terremoto – dice – si è scatenata una corsa spasmodica alla ricerca del colpevole, si additano presunti responsabili di qua e di là, ma questo meccanismo mi lascia perplesso. Mi pare che la società contemporanea, laicizzata, cerchi il capro espiatorio per superare tragedie che altrimenti sarebbero insuperabili, con il loro carico di morte e di dolore». Il ragionamento di Nordio parte dalla constatazione che «viviamo in un mondo che non accetta più il lutto, il cataclisma, il terremoto che ci annichilisce e annulla le nostre presunte certezze. Un mondo che ha perso il senso del sacro». Si è perso il senso dell’imponderabile, di ciò che sfugge alle umane possibilità di intervento e controllo. È questo che innesca il riflesso condizionato che, subito dopo a una tragedia, fa scattare la caccia al colpevole.

RISENTIMENTI E PROCESSI. Questo non significa né essere fatalisti né essere ingenui. Che qualcosa sia stato edificato male o che, magari, qualcuno abbia approfittato per costruire come non doveva, può essere. Ma, nota giustamente Nordio, un conto è appurare questi fatti, un altro è ragionare in modo «distorto»: «Si parte in automatico alla ricerca del colpevole e, siccome siamo in Italia e tutto viene giurisdizionalizzato, il colpevole diventa imputato a furor di popolo e va alla sbarra. Mi pare che in questi giorni si stia assistendo allo stesso fenomeno».
Anche all’Aquila accadde lo stesso. Partirono molte inchieste (addirittura 200), ma sapete i risultati? Diciannove processi e tantissime assoluzioni. Solo insabbiamenti? No, anche un modo di procedere incauto, «sulla base di sentimenti e risentimenti», come dice Nordio. C’è anche una spiegazione a tutto ciò, nota sempre il procuratore aggiunto di Venezia: «Non è affatto semplice arrivare a una condanna per omicidio colposo o per disastro colposo, il reato classico del terremoto. Attenzione: nel processo non basta stabilire che i lavori siano stati fatti male, no si deve dimostrare che se fossero stati eseguiti nel migliore dei modi quella casa oggi non sarebbe in macerie, quel campanile non sarebbe venuto giù, quella chiesa sarebbe ancora al suo posto».

PROCESSIAMO LE FAMIGLIE DEI MORTI? Il rischio è quello di iniziare una «guerra di perizie e controperizie in un estenuante duello fra le parti. Con un ulteriore problematica: se scopriamo che i privati per risparmiare non hanno effettuato le migliorie previste, che facciamo? Mettiamo sotto inchiesta le famiglie dei morti?».
Quindi è giusto perseguire i reati e accertare le responsabilità, laddove vi siano state. Ma, conclude saggiamente Nordio, «dobbiamo metterci in testa che nel codice penale non esiste l’imponderabile, anche se nel nostro Paese sono stati processati perfino i professori che non avevano previsto, poveretti, il terremoto dell’Aquila».

Foto Ansa

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1 Commenti

  1. Soldo says:

    Per me è la solita storia: siccome ci sono tragedie naturali, morti innocenti, distruzioni, vuol dire che allora Dio-amore non esiste, perchè altrimenti non permetterebbe tutto questo.
    Ma Dio-amore per correggere gli uomini e cercare di salvare la loro anima si serve anche di castighi che provengono dalla natura, se poi gli uomini non colgono l’insegnamento… amen.

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