Via terra?Rischio terza guerra

Kosovari ma anche serbi, sono ormai centinaia di migliaia i profughi braccati dalla guerra che si muovono sulla linea di un fronte che minaccia di infiammarsi da Tirana a Sarajevo. Il nostro inviato che ha attraversato il cimitero della ex Jugoslavia da Zagabria al Montenegro, da Pristina a Belgrado, analizza sul campo i rumori di un’alleanza panslava e l’ipotesi, purtroppo in agenda, di un intervento Nato via terra

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Belgrado. “Se nei Balcani cominciano a rotolare le teste, ne cadranno sempre di più fino a quando il sangue non ci sommergerà’”. La dura sentenza è di un prete croato che ha lavorato a lungo in Vaticano, quando in Jugoslavia c’era il comunismo. Quasi dieci anni fa, a Zagabria, aveva compreso per primo dove ci avrebbero portato gli scricchiolii della Federazione voluta dal maresciallo Tito. Oggi assistiamo al tragico e pericoloso epilogo della lunga guerra di secessione jugoslava. In realtà siamo tornati all’origine, anche se con 200mila morti in più, perché le basi del conflitto sono state gettate nel 1989, proprio in Kosovo. Sulla “piana dei merli”, dove sei secoli prima i guerrieri serbi si immolarono nel disperato tentativo di fermare i turchi, Slobodan Milosevic, allora comunista, aveva lanciato il famoso monito in difesa del suo popolo, ovunque si trovi, dalla Croazia, alla Bosnia, fino al Kosovo.

I risultati sono stati disastrosi: 600mila profughi serbi dalla Kraijna croata, di cui colpevolmente non si parla, una “Republika Srpska” in Bosnia sotto il giogo delle truppe multinazionali, che garantiscono il fragile accordo di pace di Dayton, ed il Kosovo in fiamme, che rischia di essere invaso dalla Nato.

Se l’Alleanza vuole veramente vincere la guerra, dovrà passare dalla fase aerea a quella terrestre. Gli analisti militari più ottimisti calcolano che per un’invasione siano necessari 200mila uomini. Un dispiegamento del genere potrebbe venire organizzato in settimane, se non mesi, e comunque nessuno può prevedere fino a che punto il conflitto si espanderebbe e quanto potrebbe durare.

Dall’altra parte della barricata, nonostante i pesanti danni subiti dalla Jugoslavia in queste prime settimane di guerra, lo zar di Belgrado, Slobodan Milosevic, ha ottenuto un primo importante successo.

I serbi si ritrovano una volta tanto uniti in difesa della patria e fanno quadrato attorno al regime, anche gli oppositori storici del governo socialista. Chi prima scendeva in piazza per chiedere la testa di Slobo e di sua moglie, Mjriana Markovic, eminenza grigia del potere, ora presidia i ponti di Belgrado a rischio di bombardamento o si ritrova nella Piazza della Repubblica per i concerti di protesta contro la Nato. Sull’onda di una catarsi nazionale è ricomparso un antico simbolo di questo popolo, ripetuto con lo spray sui negozi vuoti degli albanesi del Kosovo.

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