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Te deum laudamus perché oggi non possiamo essere clericali

gennaio 25, 2018 Alfredo Mantovano

Perché ci vuoi uomini di preghiera, ma anche di azione responsabile. Consapevoli che non ci sono altri che recitano la parte che ci hai dato

Pubblichiamo il Te Deum scritto per il primo numero del mensile Tempi da Alfredo Mantovano

Te Deum laudamus per l’irrilevanza politica di quel che rimane del popolo cattolico italiano. E per la difficoltà che esso ha di trovare guide e di dare testimonianza nel mondo. Non avendo nulla del progressista, rendo grazie a Dio non in ossequio a un pauperismo di risulta, all’insegna del finalmente siamo riusciti a eliminare i condizionamenti confessionali dalla vita pubblica. È insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, confermato dalla realtà, che le leggi influenzano i comportamenti dei singoli e del corpo sociale; norme come quelle approvate nella legislatura appena conclusa, che sovvertono le basi della comunità familiare, della relazione educativa, dell’aiuto ai più deboli, della tutela del concepito, dell’ammalato, dell’anziano, indeboliscono i fondamenti della vita civile.

La legge cosiddetta sulle dat, approvata in extremis da un parlamento protagonista della più pesante e irresponsabile aggressione alla vita e alla famiglia (divorzio breve, divorzio facile, droga libera, matrimonio same sex, fecondazione eterologa, e infine eutanasia), conclude un ciclo iniziato 40 anni fa: nel maggio 1978 camera e senato vararono l’aborto su richiesta, cioè la possibilità di uccidere un essere umano perché troppo giovane; pochi giorni prima del 2018 hanno varato l’eutanasia su richiesta, cioè la possibilità di uccidere un essere umano perché troppo anziano, o troppo malato, o troppo in condizioni di disagio, o troppo di fastidio. In una nazione che nell’arco di pochi anni ha visto abbattersi il numero delle nascite, accentuarsi il numero dei morti e capovolgersi la percentuale fra giovani e anziani.

Dov’è il mondo ecclesiale italiano, il laicato come i pastori? L’aggressione giunge a compimento perché esso non le resiste in modo significativo. Anzi, le offre perfino qualche sponda, voluta o strumentalizzata. Le poche reazioni, se pur meritevoli, sono state in larga parte tardive, fra loro scollegate, di scarsa incisività. Non è andata così in tutti gli ultimi 40 anni: c’è stato un tempo di testimonianza pubblica incisiva e fruttuosa. Non solo sul piano dell’interdizione: più volte in un passato meno recente si era tentato di far passare ciò che è stato introdotto nella legislatura che si è chiusa, ma lo si era bloccato con una attiva ed efficace vigilanza, esito delle scelte di pastori prudenti e coraggiosi. Che giocavano pure all’attacco: la legge 40, pubblicata nel febbraio 2004, pose ragionevoli argini alla fecondazione artificiale, riconoscendo – per la prima volta nell’ordinamento – il concepito quale soggetto di diritti. Quella legge è stata poi stravolta dalla giurisprudenza, ma la sua approvazione ha significato tradurre in norme una sana antropologia, in assenza di un unico riferimento partitico, come era la Dc prima del 1992; il che rende ancora più importante il lavoro di raccordo che fu promosso dai pastori dell’epoca, permettendo di conseguire certe mete.

Si poteva fare di meglio? Certamente. Si è dedicata maggiore attenzione a vita, famiglia e libertà religiosa invece che a lavoro, povertà e marginalità? Può darsi. Ma il confronto con quel che oggi passa (si fa per dire) il convento fa impressione: l’accelerazione impressa in una sola legislatura ha cancellato resistenze di decenni, senza alcun incremento di benessere o decremento di miseria e di povertà.

I capi fuggirono, rimasero i popoli
Che cosa è accaduto in poco più d’un decennio da affievolire a tal punto il peso sociale e politico dei cattolici italiani? Da forza non maggioritaria ma egemone su temi fondanti, aggregante rispetto a sensibilità non confessionali, ascoltata e tutt’altro che elitaria – alla legge 40 è seguita nel 2005 la vittoria referendaria – a frangia marginale, nemmeno chiaramente riconoscibile. È un quesito cui rispondere senza automatismi del tipo “da quando c’è papa Francesco…”: che, più che un equivoco, è un alibi per la propria inerzia. L’ultima modalità di presenza pubblica dei cattolici italiani, col coinvolgimento formale della realtà ecclesiale, è stato il Family day del 2007, sei anni prima dell’avvio dell’attuale Pontificato (i Family day del 2015 e del 2016 hanno visto i pastori formalmente estranei, se non ostili). L’abbassamento di profilo è iniziato da almeno dieci anni, nonostante il prezioso magistero di papa Benedetto sul rapporto tra fede, cultura e politica, pur nella distinzione fra religione, legge naturale e legge dello Stato.

E allora, Te Deum laudamus perché siamo ridotti così? Vi è una espressione cara all’attuale Pontefice: «Non esistono i vescovi-pilota». Che cosa vuol dire? Che per le questioni sociali e politiche la responsabilità all’interno della Chiesa è tutta dei laici. Ancora di più se le guide latitano. Non mancano sul punto gli insegnamenti: abbondano fra i documenti del Concilio Vaticano II. Non mancano sul punto i precedenti: quando le armate di Bonaparte si allungarono verso Est e verso Sud per esportare la Rivoluzione, i capi fuggirono. Rimasero i popoli: che non si arresero all’imposizione di un regime che calpestava quel che costituiva l’essenza della loro vita quotidiana. In Tirolo la popolazione costrinse una persona che fino a quel momento aveva fatto l’oste – Hofer di nome e di fatto – a condurre la rivolta. Rischiavano certamente più di noi: Hofer ci rimise la testa, tradito e abbandonato. Andò più o meno alla stessa maniera nelle altre zone del territorio nazionale, dai Viva Maria della Toscana alla Santa Fede nel Regno di Napoli. E quando, tre quarti di secolo or sono, verso l’epilogo di una guerra rovinosa che aveva ridotto in macerie le nostre città, il re dell’epoca se la diede a gambe, lasciando esercito e nazione senza un comando, sono state ancora le popolazioni italiane a prendere in mano il proprio destino; completando l’opera a guerra conclusa con la ricostruzione, nonostante i lutti e le divisioni.

Le epoche sono profondamente diverse, ma il dato comune allora come oggi è che viene il momento in cui o te la vedi senza attendere ordini e permessi, o con la tua inerzia accetti la corresponsabilità della rovina.

Il magistero vero, non di Repubblica
Te Deum laudamus perché è questa la sfida che, col Tuo aiuto, ci chiami ad affrontare. Sapere che non ci sono altri che assumono le responsabilità che toccano a noi. E che anzi tra coloro da cui attendiamo sostegno qualcuno scompare sul più bello, o addirittura fa l’occhiolino al nemico. All’inizio non comprendiamo, come don Camillo, nella Biblia pauperum guareschiana: andiamo a lamentarcene davanti al Crocifisso, e Lui, con le braccia aperte e con le mani forate, ci ricorda senza rimprovero: «E che dovrei dire io?».

Te Deum laudamus perché, nel tempo e nelle difficoltà nelle quali ci fai vivere, ci poni nella necessità di non essere clericali. Di affiancare la fedeltà alla Chiesa e al suo magistero – quello vero, non quello filtrato da Repubblica – con la virile consapevolezza che non ci sono altri che recitano la parte che ci hai dato. Di amare i pastori, essere loro devoti e pregare per loro pur quando si fanno perdere di vista o piantano cartelli sbagliati: ma se ciò avviene nel terreno che ci compete come laici è a noi che spetta. Fermarsi in attesa di veder comparire il cartello grande, chiaro e lucido fa perdere quel tempo che ci hai donato come un talento, per essere commerciato e non occultato. Te Deum laudamus perché ci vuoi uomini; di fiduciosa preghiera, ma anche di azione responsabile, in un momento di così accentuata irrilevanza, e quindi di sacrificio. Il nostro, non quello degli altri.

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