Te Deum laudamus per mio figlio benedetto per sempre

Anche un bambino speciale e la sua sessualità portano dentro la domanda che tutto non si esaurisca in un nulla insignificante

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Pubblichiamo il Te Deum scritto per il primo numero del mensile Tempi da Luca Frigerio

Qualche settimana fa mia moglie ha partecipato a un incontro proposto a genitori di ragazzi disabili sul tema dell’affettività di questi figli “speciali”. A un certo punto si è passati a discutere del rapporto dei giovani disabili con la loro sessualità. La relatrice, una psicologa ferrata su queste tematiche, ha così presentato una casistica di matrice principalmente nord-europea basata sull’utilizzo di sexual assistant che aiuterebbero i giovani disabili a scoprire e vivere la propria sessualità; praticamente una forma di prostituzione a scopi umanitario-terapeutici. Aperto il dibattito, uno dei genitori presenti ha sottolineato il fatto che per i ragazzi esista il rischio di affezionarsi alle loro assistenti sessuali, con il successivo inconveniente di restare poi delusi dall’esaurirsi del rapporto alle sole prestazioni. Un altro genitore ha ribattuto immediatamente che questa eventualità non dovrebbe costituire un’obiezione, ma anzi, andrebbe guardata come un punto di aiuto per far capire ai giovani che tutte le cose, rapporti inclusi, sono destinati a finire. A questo punto, la psicologa, ripresa la parola, ha osservato che per questi ragazzi il “per sempre” è una cosa vera, reale, e che non è facile far loro capire che il mondo non va in questo modo. Quando mia moglie mi ha fatto il resoconto dell’incontro, ho pensato alla frase di Gabriel Marcel che tante volte ho sentito e da cui sono sempre stato interrogato: «Ama chi dice all’altro: tu non puoi morire».

Conosco il dramma e la fatica di vivere una realtà familiare in cui c’è una disabilità e le domande che questa apre su tutti i figli, quello “speciale” e quelli “normali”, ma riconosco anche i frutti buoni che sono cresciuti nella nostra famiglia: la certezza di essere voluti, la pazienza (anche se più negli altri che in me), la non paura della diversità dell’altro e soprattutto una letizia e una speranza sperimentate nello stare insieme. Tutto ciò non sarebbe possibile fuori dalla prospettiva dell’eternità.

Senza la speranza di un “per sempre”, tutto nella vita appare più breve e, ultimamente, più insopportabile e tragico. Il dolore diviene censura e lo scopo del vivere coincide con il piacere (o, detto diversamente, con lo star bene). E così una condizione auspicabile ma certamente non essenziale della vita (appunto, lo star bene) ne diviene il senso. E il metro di giudizio, con il quale l’uomo stabilisce la maggiore o minore dignità del vivere.

Se uno vedesse la primavera
In una lettera pubblicata su Repubblica il 30 marzo 1997 don Luigi Giussani scriveva: «Davanti alla mia finestra ho piante che sono ancora tutte distrutte dal gelo e dal freddo dell’inverno. Osservandole pensavo che tutte le cose, tutte le nostre cose andrebbero a finire così se non ci fosse quella forza, quella potenza creatrice che ridesta altre piante davanti a me con foglie verdi e nuove». E continuava più avanti: «In questi giorni tutto sta rinascendo ma se un uomo non avesse mai visto la primavera e fosse nato e vissuto e conoscesse soltanto l’aridità dell’inverno, potrebbe immaginare come, dal di dentro, da questo “di dentro” strano e misterioso tutte le cose possono cambiare? Non riuscirebbe a immaginarlo».

Te Deum laudamus, dunque, per l’amicizia, che è nella mia vita la pianta rifiorita anche quest’anno. Gli amici che mi hai donato nella vita sono il segno più evidente della Tua amicizia fedele. Quelli che mi hai dato quando ero solo un bambino e che ci sono ancora oggi. Quelli che si sono aggiunti ai tempi dell’università e che ci sono ancora oggi. Mia moglie e gli altri incontrati sposandomi e trasferendomi in una città nuova, anch’essi che ci sono ancora oggi. Gli amici nuovi e vecchi che mi hai donato e ridonato quest’anno dentro questa grande compagnia che da duemila anni, con i suoi alti e bassi, misteriosamente continua a durare nel Tuo nome.

Te Deum laudamus per i frutti di questa amicizia: le opere, che sono poi le foglie verdi e nuove della pianta rifiorita. Il ritrovarsi nei gesti del Movimento di Comunione e Liberazione, l’avventura di un’azienda presa in mano quest’anno con un po’ di amici, tra proprietari e colleghi, l’occasione della candidatura alle politiche amministrative di due amici e tutto ciò che da questo si è generato, la nascita e lo sviluppo dell’associazione culturale Esserci, il sorgere di un gruppo di adulti che desiderano proporre una compagnia ai ragazzini delle scuole medie. E, da ultimo, il nuovo tentativo che alcuni tra i miei più cari amici stanno rischiando, nel riprendere a fare Tempi. In tutti questi ambiti, sono grato a Dio di avermi messo vicino persone che lietamente persistono, con pochi calcoli e spesso controcorrente, liberamente e pubblicamente a rischiare una proposta solo perché certi di una Verità incontrata che ha bisogno di noi per svelarsi a tutti.

Te Deum laudamus, infine, perché quest’anno Benedetto, il mio figlio di undici anni, quello “speciale”, ha detto alla sua maestra che di fronte alla morte non bisogna disperarsi perché la vita continua in cielo, nuova, insieme a Gesù e alla Madonna. Cioè, ha detto che non bisogna rinunciare al “per sempre”. E questo getta a me una speranza buona anche su tutti i rapporti e le cose della vita che apparentemente sembrano esaurirsi o decadere. 

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