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Te Deum laudamus per il bene ricevuto (e il brasato al barolo)

gennaio 15, 2018 Marina Corradi

Quante sofferenze, ma anche quante sorprese. Quando la memoria diventa forza di speranza, la fatica diventa una tappa del cammino

Anticipiamo il Te Deum scritto per il primo numero del mensile Tempi da Marina Corradi

Nella pentola sul fuoco sobbolle lento il brasato. L’odore dolce del barolo si allarga nella casa, mentre i vetri della cucina si appannano di vapore. È già buio, fuori. È la sera della Vigilia di Natale. In sala scintilla l’albero. Il gatto piccolo, nuovo arrivato, rincorre una pallina che ha tirato giù dai rami. Ne tira giù dieci al giorno. Fra poco resterà solo l’albero, spelacchiato. Su uno scaffale in ingresso il presepe è gremito di pastori. Mi piace questa folla di uomini e animali volti alla mangiatoia, come calamitati. Mi soffermo a guardarli, pensosa. I ragazzi sono usciti tutti. Il maggiore mi ha affidato per mezz’ora il suo brasato.

Sorrido: tu pensa, una come me, che ha vissuto di Quattro salti in padella, ha un figlio che sa fare il brasato al barolo. I figli sono qualcosa di imprevedibile, mi dico, mai solo la somma dei loro genitori. Il secondo si è laureato l’altro giorno, all’Università Statale. Anche io andavo alla Statale. Ne ho un ricordo triste, lunghi corridoi spogli in cui mi aggiravo solitaria, aule grigie in cui insegnavano Diritto, e ancora non so perché lo avevo scelto. Non conoscevo nessuno. Che sorpresa è stata, l’altra mattina, vedere che mio figlio salutava un sacco di ragazzi. E soprattutto, in quanti sono venuti a sentirlo discutere la tesi, e poi a fare festa con lui, gridando, cantando, nel cortile. Singolare: tanto sola ero io, tanto lui è accompagnato.
E la piccola, che porta sempre qui a casa i suoi amici a studiare, e a mangiare, e talvolta anche a dormire, accampati sui divani. Io a casa mia non portavo nessuno, e cercavo di starci il meno possibile io. Questa sera, affaccendata a preparare la tavola, contemplo la mia vita, tanto diversa da come me la sarei aspettata. Tanto più buona con me. Il mio Te Deum è perché stasera apro gli occhi, e riconosco il bene ricevuto: quanto. In una sera di Natale tutto il bene avuto come cristallizzato, trasparente come un diamante.
Con mio marito, quanto abbiamo sofferto e litigato. Ci sono state malattie e momenti molto duri, in cui pensavo di non farcela. Ma quest’anno sono 27 di matrimonio; e ultimamente mi accorgo che lo guardo con altri occhi, più benevoli, quasi come a un altro figlio (mi sale alla gola e quasi mi soffoca certi momenti il pensiero di quanto mi mancherebbe, se non ci fosse). Sono anche un po’ fiera: io, figlia di separati, con questa larga famiglia ben fondata, piantata sulla terra come una di quelle larghe cascine emiliane in cui sarei cresciuta, se mio padre non fosse venuto via da Parma.

Quasi un incendio
Nella pentola il brasato è quasi asciutto. Dovrò bagnarlo ancora col barolo? Il figlio non mi ha lasciato istruzioni. Per un istante fotografo me stessa, perplessa, sporta sui fornelli. Si fa largo il ricordo lontano di una cucina invasa da un gran fumo, in una pentola carote e patate carbonizzate: la prima volta che ho fatto il brodo di verdure per svezzare Pietro. Completamente dimenticata di averle messe sul fuoco. Quasi un incendio. Lo rivedo che dal seggiolone mi guardava, spaurito. Povero piccolo, ne hai passate di belle con noi. E quanta strada, per arrivare a fare il brasato.
C’è voluto del tempo, tanto tempo, ma l’aspra adolescente che io ero ha dipanato un filo denso di vita buona. Lo riconosco nella sera di vigilia che si allarga in questa grande casa popolata di silenziosi passi di gatti, mentre il cane mi segue per le stanze, fedele. Proprio così l’avrei voluta una casa, tutto il contrario della mia, sempre vuota e muta. Perfino l’insopportabile disordine che ci assedia questa sera mi pare vita: vita che tracima generosa dagli armadi e dalle librerie, istanti colti da foto in cornici d’argento, in cui i bambini sorridono e hanno due anni, per sempre. Per sperare, insegnava Benedetto XVI, bisogna fare memoria del bene ricevuto. «Questo è importante anche per noi – spiegava in un’udienza nell’autunno del 2011 – avere memoria della bontà del Signore. La memoria diventa forza della speranza. La memoria ci dice: Dio c’è, Dio è buono, eterna è la sua misericordia. E così la memoria apre, anche nell’oscurità di un giorno, di un tempo, la strada verso il futuro».
Fare intensamente memoria, fare della memoria il motore della propria speranza. Ricordarsi, adagio, di ogni cosa avuta, di tutto, e anche delle sofferenze. Che non mi hanno lasciato uguale a prima, ma forse un po’ migliore.

Io, che non credevo in niente
Ting, il gattino, ha strappato un’altra palla all’albero, ora la stringe fiero fra le zampe, come una preda. Piccola tigre domestica, anche lui è un dono. Ma quando tornerà il figlio grande? Mi sento impotente davanti al suo brasato, come starei davanti a un’equazione di terzo grado. Nel vecchio specchio dell’ingresso mi vedo, invecchiata, ma gli occhi ancora quelli dei miei vent’anni. Quanto ero sola, e arrabbiata. Di Dio, poi, non mi importava niente, di certo non c’entrava, con la mia vita. E, Te Deum silenzioso fra me, in una sera di Natale, contemplando tanta vita ricevuta, io selvatica, io che non credevo in niente. E forse davvero, in questa memoria, posso sperare ancora. Che anche la fatica e il diventare vecchia sia un camminare verso, un andare: non in un caso, ma in fondo alla mia strada, dentro un disegno buono.

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