Talidomide, il “farmaco oscuro”

Presentato a Milano un libro sul farmaco che generò malformazioni sui bambini a causa della mancata sperimentazione sugli animali.

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La prima vittima del talidomide fu una bambina, nata in Germania nel 1956, senza orecchie. Nonostante siano passati sessant’anni da quella nascita, la storia del talidomide rimane più che mai attuale, per il modo in cui il farmaco fu messo in commercio dalla casa farmaceutica tedesca Grunenthal. Dapprima consigliato come sedativo, poi come calmante delle nausee tipiche della gravidanza, senza mai essere stato testato seriamente su animali gravidi. Pertanto, quando fu prescritto a donne in stato di gravidanza, o donne che nemmeno sapevano ancora di essere incinta, il danno era già stato fatto. Il talidomide era infatti teratogeno fin dai primi attimi di sviluppo dell’embrione, e se ci fosse stata un’adeguata sperimentazione animale ciò sarebbe stato scoperto.

IL LIBRO. È questo che cerca di ricordare una vittima del talidomide, Nadia Malavasi, presidente di Tai Onlus, che da anni lotta per il riconoscimento di indennizzo per via della condizione sua e di altri 450 italiani. Per far conoscere la storia delle circa ventimila vittime nel mondo, Nadia ha portato e tradotto in Italia il volume Il farmaco oscuro, di Rock Brynner e Trent Stephens (edito da Tai onlus), nel quale è ben raccontato il pasticcio della sperimentazione animale mancata. Il libro è stato presentato al Circolo della stampa di Milano il 10 giugno, alla presenza di Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri, Giuliano Grignaschi, segretario generale di Research4Life, la senatrice Emilia De Biasi (Pd) e Franco Brancati, presidente Unamsi.

LA STORIA DI NADIA. A causa del talidomide assunto dalla madre quando non sapeva di essere incinta, Malavasi è nata con problemi agli arti superiori. «Nel novembre del 2012 – ha raccontato – mi sono recata in Senato col professor Garattini per esporre il mio punto di vista sulla vicenda e sull’importanza di ricevere un riconoscimento e un’indennizzo per noi talidomidici. Per questo sono stata pesantemente osteggiata e insultata da associazioni animaliste che protestavano fuori dal Senato, semplicemente perché sottolineavo l’importanza di una sperimentazione animale prima che un farmaco sia messo in commercio. E lo facevo portando a testimonianza me stessa, i danni che la mancata sperimentazione animale del talidomide mi ha causato». A ricordare quel brutto episodio è stato anche Grignaschi: «È proprio per combattere episodi di questo tipo che noi ricercatori ci siamo riuniti in Research4Life. Per cercare di mettere un freno alla cattiva informazione, che trova facile veicolo negli estremismi».

NON POSSIAMO LAVORARE. Garattini si è detto molto preoccupato per le nuove limitazioni alla sperimentazione animale messe a punto dall’Italia: «L’Unione Europea rischia di sanzionarci pesantemente, ma questo sembra non importare. Allo stato attuale, è più facile fare sperimentazione su un essere umano che si propone come cavia piuttosto che su un animale. Perché per un essere umano decide solo il comitato etico, mentre per un animale decide il comitato etico, un ente che si occupa del benessere degli animali e il ministero della Salute. Attualmente sono vietati gli allevamenti in Italia di animali per la sperimentazione, e ciò significa che li dobbiamo importare da altri stati europei, con ritardi e ulteriori spese. Non possiamo fare eterotrapianti, cioè impiantare in un ratto un tumore maligno per l’uomo e studiarne i meccanismi. E non possiamo nemmeno procedere con gli studi relativi alle droghe e alle tossicodipendenze. Non possiamo lavorare, insomma».
Sull’ipotesi di seguire altre vie al posto della sperimentazione animale, Garattini è stato molto chiaro: «Ad oggi non esiste nessuna via alternativa valida. Il ministero della Salute ha ordinato all’Istituto di Zooprofilassi della Lombardia – Emilia-Romagna di fare ricerca in questo senso, e i risultati saranno pubblicati fra poco. Ma sono certo della risposta che verrà data».

DI NUOVO IN COMMERCIO. Continua su questa linea la senatrice De Biasi: «Un paese che abdica la ricerca in questo modo rischia di finire come fanalino di coda dell’Europa. Di questo passo i nostri ricercatori verranno sorpassati dai ricercatori di altri Stati, sempre che non decidano di andarsene, alimentando il fenomeno della fuga dei cervelli». Se prima della storia del talidomide, per mettere in commercio un farmaco bastava qualche pagina scritta da un primario di ospedale, ora occorrono migliaia di studi, che effettivamente ne provino la sicurezza, e un successivo periodo di farmacovigilanza, durante il quale il prodotto dato ai pazienti sia attentamente valutato. Spiega Malavasi: «Dopo lunghi studi, il talidomide è stato rimesso in commercio, ed è attualmente molto valido nel trattamento del lupus, della lebbra, di alcune patologie legate all’Aids. A dimostrazione del fatto che se fosse stata fatta opportuna sperimentazione nel Dopoguerra non avremmo avuto così tante vite distrutte».

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