Camionisti, contadini e disoccupati. In Confederations Cup Tahiti pronta a difendersi «in sette sulla linea di porta»

C’è solo un professionista, in rosa contano 3 fratelli e un cugino e per abituarsi a giocare col pubblico si sono allenati col tifo registrato negli altoparlanti. Oggi esordisce in Brasile.

C’è solo Marama Vahirua che conosce un filo la sensazione che si prova quando entri in uno stadio con più di 10 mila spettatori. È tahitiano di passaporto ma ha sempre giocato in Francia: Nantes, Nizza, Monaco… ha vinto pure un titolo nazionale, e dalle parti di Papeete è considerato quasi un idolo. Per tutti gli altri suoi compagni la Confederations Cup è il primo grande torneo calcistico lontano dalle isole oceaniche tanto che nei giorni scorsi, per abituarsi a giocare con un folto pubblico alle spalle, hanno svolto alcuni allenamenti con il chiasso della torcida brasiliana sparato negli altoparlanti.

138ESIMI NEL RANKING FIFA. Nel match di stasera contro la Nigeria farà quindi l’esordio ufficiale il calcio amatoriale di Tahiti, arrivato fin qui grazie al successo nella Coppa delle Nazioni oceaniche del 2012, seconda edizione nella storia di queste terre da quando il passaggio dell’Australia ai tornei asiatici ha reso la manifestazione più accessibile anche alle nazioni più piccole. 138Esimi nel ranking Fifa, si godono il viaggio in Brasile come fosse una vacanza tra amici,  più che come un evento sportivo. «Siamo diversi. Rappresentiamo 250 milioni di persone che vivono il calcio da dilettanti», spiegava oggi alla Gazzetta dello Sport Eddy Etaeta, ct della selezione polinesiana. «Nella mia nazionale c’è solo un professionista, Vahirua, gli altri sono camionisti, contadini, professori di educazione fisica. E purtroppo ci sono pure nove ragazzi disoccupati. La nostra vittoria non è battere la Nigeria, ma tornare a Papeete e trovare loro un posto di lavoro».

LA FAMIGLIA TEHAU. Al di là della pasta umile con cui è fatta la squadra, le note di singolarità non mancano certo. A partire dalla divisa “d’ordinanza” con cui si sono presentati in Brasile: niente giacca e cravatta, ma una vistosa camicia bianco-rossa a fiori, in pieno stile polinesiano. Oppure si potrebbe parlare della strana numerazione adottata, dove la “stella” Vahirua indossa il 3 e fa la punta, Vallar ha il 10 e fa il centrale di difesa mentre l’esterno Alvin Tehau veste la casacca numero 2. Per quest’ultimo il calcio è una cosa di famiglia, anche in Nazionale: insieme a lui in Brasile ci sono pure due suoi fratelli, Jonathan e Lorenzo, mentre pare destinato alla panchina il cugino Teanoui. Sono il cardine della squadra: un anno fa all’esordio nella Coppa delle Nazioni oceaniche fecero 9 dei 10 gol a Samoa, segnando con un solo cognome l’intero tabellino del match. Ma il calcio di Tahiti è anche lo studio tattico di chi sa di partire svantaggiato, si affida ad un 4-5-1 che punta forte sui contropiedi e si difende a denti stretti, a volte mettendo sui corner fino a 7 difensori sulla linea di porta.

GRATTACAPI PER MISTER ETAETA. Ed è anche il calcio strano di Eddy Etaeta, 43enne che non ha mai avuto esperienze sportive al di fuori dell’isola. Eppure sotto la sua guida c’è stata una crescita netta. È alla guida della squadra dal 2010, e si è già tolto alcune soddisfazioni: 3 anni fa arrivò terzo alla Coupe de l’Outre-mer, competizione che la federazione francese organizza per i suoi territori d’oltremare.  Nel 2012 poi l’oro nel torneo continentale, che è valso il pass anche al prossimo mondiale. Ha carisma pur avendo il curriculum corto, e sopratutto ha il brio giusto che serve per vivere un torneo come quello che sta per iniziare. Ci sono un paio di battute che fanno capire bene la sua indole: «Quando ho visto che eravamo nello stesso girone della Spagna, ho faticato a deglutire. E quando ho visto che avremmo giocato al Maracanã, mi sono dovuto sedere»; «Un campo come quello che c’è qui non lo abbiamo mai avuto. Certo, abbiamo mare e spiagge. Ma un terreno di gioco del genere proprio no». «Per la prima volta i miei giocatori viaggiano in business class. Molti non sono mai stati in un altro continente e non sanno cosa siginifichi parlare con i giornalisti. Per questo, a tutti ripeto: “State vivendo una favola, ma non abituatevi. Prima o poi tutto questo finisce”».