La Svezia non sa più come fermare i baby killer

Di Paolo Manzo
24 Gennaio 2026
Nel Paese scandinavo le gang assoldano sempre più tredicenni per compiere delitti perché non possono essere puniti. Il governo vuole abbassare l'età penale. Una sconfitta per politica e società
Il premier svedese, il conservatore Ulf Kristersson
Il premier svedese, il conservatore Ulf Kristersson (foto Ansa)

La telefonata alla polizia è arrivata poche ore dopo una sparatoria a Malmö. Dall’altra parte della linea c’era un bambino di 12 anni che ha confessato l’omicidio e ha chiesto protezione, non perché pentito, ma perché aveva “sbagliato il lavoro”: non aveva ucciso abbastanza persone e temeva di essere eliminato dalla stessa gang che lo aveva assoldato. In Svezia, Paese simbolo del welfare e della fiducia nello Stato, anche questo è diventato possibile. Ed è da qui che nasce la svolta del governo conservatore di Ulf Kristersson, deciso ad abbassare da 15 a 13 anni l’età della responsabilità penale per i reati più gravi, come omicidi, tentati omicidi, attentati con esplosivi e sparatorie.

Baby killer in Svezia, un fenomeno non più arginabile

La decisione segna una frattura culturale profonda e racconta, prima ancora di una strategia repressiva, la resa parziale dello Stato di fronte a un fenomeno che non riesce più ad arginare, come dimostrano i numeri. Nel 2023 i sospetti sotto i 15 anni coinvolti in omicidi o tentati omicidi erano 31. Nel 2024 sono diventati 102, con un aumento del 229 per cento: troppi per un Paese di appena dieci milioni di abitanti, su un territorio grande una volta e mezzo l’Italia. Dietro le cifre ci sono storie come quella del dodicenne di Malmö, legato alla gang Foxtrot, reclutato online, spostato per centinaia di chilometri e rifornito di armi e logistica come un killer professionista. Per uccidere, secondo i criminologi svedesi, un minore può arrivare a guadagnare fino a 150 mila corone, quasi 14 mila euro.

«I bambini sono usati come strumenti», ammette Rasem Chebil, portavoce della polizia di Malmö. Non sono affiliati alle gang ma sono mercenari puri, intercambiabili, scelti perché fino ai 15 anni sono non punibili. È questa la falla sfruttata dalle organizzazioni criminali, consapevoli che lo Stato si ferma davanti all’età, che l’indagine diventa un affare dei servizi sociali e le misure coercitive restano limitate. Il protocollo Lul31, che scatta automaticamente per i minori di 15 anni, sposta infatti il baricentro dall’accertamento del reato alla “presa in carico” del minore e il pubblico ministero può solo chiedere un accertamento probatorio, non una condanna. A Malmö si registrano oltre 500 reati l’anno con autori troppo giovani per essere puniti e in questo vuoto legislativo cresce l’industria del crimine minorile.

I bambini chiedono di essere assoldati «per i soldi»

Il governo ha annunciato centri di detenzione speciali per i giovani tra i 15 e i 17 anni e strutture penitenziarie dedicate anche ai 13-14enni ma per il ministro della Giustizia Gunnar Strömmer non basta. «Oggi abbiamo decine di ragazzi sotto i 15 anni coinvolti in omicidi. La domanda è se debbano occuparsene i servizi sociali dei piccoli comuni o il sistema penitenziario dello Stato», ha dichiarato dopo l’ultimo caso. Nessuno, assicura, vuole «mettere in prigione i bambini», ma esiste una fascia di minori che commette crimini estremamente gravi e rappresenta un pericolo per sé e per gli altri.

Il dibattito divide la Svezia. In una lettera aperta pubblicata dal quotidiano di Stoccolma Dagens Nyheter (DN), 26 procuratori ed ex procuratori hanno parlato di una riforma simbolica, più utile a placare l’opinione pubblica che a fermare la violenza. Per l’esecutivo, però, la realtà incalza. A Gävle, città di 75 mila abitanti, un tredicenne è indagato non per uno ma per sei tentati omicidi dopo una sparatoria mentre la polizia racconta di bambini tra i 12 e i 14 anni che, sui social, “alzano la mano” e chiedono di essere assoldati come killer. «Perché lo fai?», chiedono gli investigatori. «Per i soldi», rispondono quasi tutti.

Il dodicenne di Malmö era già stato allontanato dalla famiglia per violenze e abusi ed era passato da una casa-famiglia all’altra, fuggendo dall’ultima struttura pochi giorni prima dell’omicidio. Il confine tra vittima e carnefice diventa così quasi impossibile da tracciare ma resta il dilemma che la Svezia si trova ad affrontare: fino a che punto uno Stato può arretrare sull’idea di infanzia pur di ristabilire l’ordine pubblico? E, ancora, cosa resta della promessa di protezione quando, per difendere i bambini, si decide di trattarli come adulti?

Una strada già battuta in America Latina

La risposta, per ora, è una legge, ma chi osserva il fenomeno con uno sguardo più lungo avverte che la Svezia non sta entrando in un territorio inesplorato ma sta piuttosto imboccando una strada già battuta, con anni di anticipo, dall’America Latina, dove i baby sicari non sono più un’eccezione ma una componente strutturale del crimine organizzato. Il caso che nel 2025 ha scosso la Colombia è emblematico: a Bogotá, un quindicenne senza precedenti penali ha assassinato Miguel Uribe Turbay, precandidato del centrodestra e favorito alle presidenziali di quest’anno.

Qui, come in tutta l’America Latina, i bambini non sono più solo manovalanza marginale, ma una strategia deliberata di cartelli, gang e mafie. «Osserviamo un abbassamento dell’età della radicalizzazione sia nel terrorismo sia nel crimine organizzato», spiegava l’anno scorso a chi scrive Ruggero Scaturro, senior analyst della Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GI-TOC). «I gruppi criminali adottano strutture sempre più flessibili, a celle, meno gerarchiche. In questo schema, i minorenni sono perfetti: meno controllati, meno punibili e molto più economici da “gestire” rispetto agli adulti».

Scaturro, coautore del rapporto I bambini soldato dell’Europa, sottolinea come il modello latinoamericano stia iniziando a essere replicato anche nel Vecchio Continente, dove centinaia di minori non accompagnati provenienti da Africa, Asia e America Latina finiscono nelle mani delle reti criminali. «La combinazione tra vulnerabilità migratoria, accesso alle armi leggere e debolezza delle istituzioni crea un cocktail perfetto», avverte, aggiungendo che «le leggi europee sono frammentate e, in alcuni Paesi, un minore di 14 anni autore di un omicidio può tornare libero dopo pochi mesi. Le organizzazioni criminali conoscono benissimo queste falle». E, letta in questa prospettiva, la scelta svedese non appare più come un’anomalia, ma come il sintomo europeo di una malattia globale.

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